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di Geminello Preterossi

E’ molto difficile parlare ora di Stefano Rodotà: l’emozione è troppo forte, per la perdita di una persona rara, preziosa, a cui vogliamo troppo bene; uno studioso vero la cui parola era sempre fonte di orientamento civile certo. E poi le cose da dire sono molte, troppe. Diciamo che dovremo confrontarci ancora a lungo con il suo straordinario, vitalissimo lascito culturale e politico. Ed è quello che faremo: ad esempio in quell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cui è stato così vicino, per una sorta di istintiva familiarità con lo spirito democratico-radicale di Marotta. Nel febbraio scorso aveva partecipato a una giornata di studi sui beni comuni a Palazzo Serra di Cassano, costruita intorno a lui, durante la quale per l’ennesima volta aveva mostrato la sua generosità e curiosità intellettuale. Ne sta per uscire una pubblicazione a più mani, a cui ha lavorato fino all’ultimo.

Stefano concepiva il tema dei diritti come decisivo per il futuro. Ma era alieno da una concezione “proprietaria” dei medesimi, come sovranità dell’individuo atomizzato e indifferente ai legami sociali. All’opposto, sapeva che senza diritti sociali, e senza solidarietà come principio politica di convivenza, non c’è possibilità di realizzazione piena ed eguale dei diritti dei singoli. La sua stella polare era la “pari dignità sociale”, di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione: ovvero una libertà in relazione, possibilità reale per tutti. Diritti sociali e civili in questo senso debbono camminare di pari passo, non c’è motivo perché non sia così. E’ insensato pensare che gli uni possano espandersi a scapito degli altri (e infatti le grandi stagioni dell’affermazione e della costruzione delle garanzie dei diritti hanno visto il successo delle lotte su entrambi i fronti). La stessa Europa, o è un’unione politica della solidarietà, o è destinata a fallire rovinosamente. Oggi la Carta dei diritti di Nizza, cui Rodotà aveva dato un rilevante contributo, è stata riposta in un cassetto: basta guardare alle concrete politiche economiche e sociali portate avanti dall’eurocrazia di Bruxelles e Francoforte. Il costituzionalismo dei bisogni, pensava Stefano, può essere rilanciato solo se cammina sulle gambe di soggettività incarnate e agonistiche. Quindi deve essere innanzitutto la politica – dal basso come istituzionale, tanto informale quanto mediata dai corpi intermedi – a dare corpo ai diritti (e al diritto). Ciò è possibile solo se è animata da una cultura solida, profonda, critica, aliena dai luoghi comuni.

Per Rodotà la democrazia è partecipazione. Sapeva bene che il tema delle classi dirigenti, della loro formazione e della loro credibilità, è decisivo. Ma rigettava le visioni elitiste, che svalutano i movimenti sociali, e sostanzialmente non credono nell’ambizioso progetto del costituzionalismo sociale e democratico: cioè nella lotta per la liberazione umana possibile, attraverso la civilizzazione del potere e l’azione istituzionale di contrasto all’esclusione e alla discriminazione. Per questo non bisogna diffidare del “popolo”: alieno da semplificazioni “populiste” o antipolitiche, Rodotà sapeva bene che il riconoscimento dei cittadini bisogna guadagnarselo tutti i giorni, e che c’è un bisogno di coinvolgimento, di presa di parola, cui è vitale corrispondere nelle società pluraliste. Naturalmente, senza plebiscitarismi di nessun genere. L’alternativa alla scommessa nella partecipazione, alla ripoliticizzazione della società, è una stretta verticale, oligarchica del potere, che serve solo a difendere un bunker escludente: l’opposto di una prospettiva di sinistra.

Alcune immagini vengono in mente, legate anche a quel suo modo di raccontare così coinvolgente: la battaglia della scala mobile accanto a Berlinguer, a difesa del lavoro, avendo intuito che lì partiva in Italia la controrivoluzione che avrebbe minato fino a spazzarle via le conquiste del costituzionalismo sociale, producendo la grave crisi di legittimazione in cui siamo immersi; Stefano, che non era comunista, aveva capito benissimo (come Luciano Gallino) la portata della sfida che il neoliberismo portava alla qualità e alla tenuta delle nostre democrazie. La lotta accanto alla Fiom contro il potere prevaricante della Fiat di Marchionne (in solitudine, perché gli eredi della sinistra di un tempo si voltavano dall’altra parte, non capendo la rilevanza di ciò che era in gioco – la dignità di chi lavora -, o preferendo cinicamente non entrare in rotta di collisione con i nuovi assetti di potere del capitalismo finanziario). Oppure quando organizzò in Campidoglio, su richiesta di Petroselli, un convegno – “eretico” per quei tempi – sui diritti degli omosessuali: segno di quell’apertura alle nuove istanze della società che nei momenti migliori il PCI di Berlinguer seppe coltivare. O la battaglia vinta – e poi tradita da (quasi) tutta la politica ufficiale – nel referendum per l’acqua bene comune. Infine la fermezza affilata con la quale ribadiva i concetti cardine del costituzionalismo contro la pochezza arruffona che ha animato il progetto Renzi-Boschi di controriforma della nostra Carta, anche questo bocciato dal basso il 4 dicembre scorso, in una felice saldatura tra ceti popolari (sui quali morde la nuova questione sociale) e minoranze intellettuali coraggiose: uno spartiacque, una grande energia politica potenziale, che dovremmo trovare il modo di raccogliere.

Rodotà aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Testimoniato in tante occasioni, come ad esempio in quella del Festival del diritto di Piacenza, un evento organizzato insieme alla Laterza, a cui si era dedicato con incredibile slancio. Non sorprendeva, quella facilità di entrare in rapporto con tutti, e soprattutto la curiosità per il nuovo: avendo lui stesso una luce limpida, da eterno ragazzo, negli occhi, che non ho mai visto in nessun altro. Una luce che esprimeva una fiducia lucida e ferma nell’avanzamento umanistico delle forme di convivenza, pur nella consapevolezza degli ostacoli che incontra e del profondo lavoro culturale che implica. Stefano era un uomo fermissimo e dolce, dal tratto naturalmente gentile, elegante. Nel meditare a lungo il suo insegnamento, riscopriremo continuamente, ne sono certo, quante strade inedite e feconde aveva intuito, e con quale ineguagliabile stile. Per questo lo sentiremo sempre accanto.

referendumReferendum. Alcune riflessioni a margine della discussione di merito, cercando di seguire pensieri lunghi e ragionando a ruota libera con l’intento di non farsi risucchiare da ogni tipo di tifoseria.

1) Lo spirito costituente e le 2 camere paritarie. La rappresentazione della costituzione come compromesso uscito in una fase di inizio della guerra fredda.

La decisione delle 2 camere paritarie viene presentata come emblematica di un compromesso nato fra 2 soggetti che non si fidavano l’uno dell’altro. Considerazione interessante e senz’altro utile per cogliere una particolarità di quel contesto. Ma proprio per contestualizzare non si può non dare il giusto peso al fatto che dopo essere usciti da una guerra che aveva trovato un ricompattamento ed un momento di riscatto, c’era anche la ricerca del come fare i conti con la fase precedente (della dittatura fascista), con la necessità non solo di chiuderla ma di dare inizio ad una nuova fase in cui era vivo il sentimento condiviso di attrezzarsi con regole che potessero essere un argine davvero forte per impedire il ripetersi della fase precedente. Non è un caso che in Germania e in Italia, pur con modelli diversi, si sia presa la strada della Repubblica Parlamentare e del sistema proporzionale e non quella della Repubblica Presidenziale e del maggioritario. Era presente a tutti che bisognava costruire una democrazia in cui evitare che ci fosse un capo troppo ingombrante! Questo aspetto credo sia ancora un valido punto di riferimento.

In una prospettiva federalista, mi pare che il modello scelto dai tedeschi sia più avanzato.

2) il principio della divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo resta ancora importante?
Di fatto c’è un confronto di posizioni diverse che incrociano questo aspetto. Nei tempi della modernità e della globalizzazione  la velocità della decisione diventa più  importante, per qualcuno arriva a diventare  ancor più importante della qualità della decisione (dimenticando spesso che il modo con cui si arriva a decidere ha anche molto a che fare con la probabilità di potere poi mettere in pratica la decisione assunta): ne segue che l’assetto attuale è un impaccio e di fatto, anche se in modo non sempre esplicitamente dichiarato, il modello della Repubblica presidenziale piace di più e la manifestazione concreta è quella di produrre nei fatti un meccanismo che accentri i poteri nel capo del governo.
Mi pare che si possa dire che di fatto siamo già andati in quella direzione: quando la legge di revisione della Costituzione è proposta dal governo (che poi chiede pure la fiducia sulla legge elettorale!) di fatto il parlamento è già stato esautorato dal suo potere legislativo.
Vorrei osservare che  dopo 2 modifiche della Costituzione (2001 e 2005, la seconda non andata a buon fine) mi è difficile condividere la logica per cui si è  è continuato ad insistere sullo stesso metodo: se si cambiano le regole che valgono per tutti non è molto saggio che questo se lo intesti un governo! Alla Costituente i rappresentanti del governo non partecipavano! L’art. 138 prevede che la Costituzione possa essere modificata e definisce le modalità con cui farlo: saggezza vorrebbe che se si tratta di piccoli aspetti puntuali può essere opportuno procedere così ma se si mette mano a 1/3 degli articoli forse è meglio farlo con una costituente o in una forma in cui non sia un governo a poterselo intestare.

3) il tema del federalismo
I padri costituenti ebbero davvero una grande vision, molto lungimirante e con una capacità, unica, di inserire nella carta costituzionali dei principi che incorporavano anche un vero e proprio programma sociale. La rilettura dell’art.3 obbliga a chiedersi quanto ancora debba essere attuata la Costituzione. Ma, anche loro, erano pur figli del loro tempo. Nel mettere mano alla Costituzione, credo sia importante chiedersi quale vision bisognerebbe esprimere oggi, in un contesto profondamente cambiato e con l’Europa incompiuta di cui facciamo parte. Non mi pare che la discussione abbia approfondito sufficientemente tale tematica e la vision del come superare gli “anacronismi dei nazionalismi” e del come costruire un mondo più federalista. A tal riguardo ci sono questioni non banali: c’è da tornare a riflettere, ad esempio, sul come, nel 2012, abbiamo portato in Costituzione il vincolo di bilancio. Mi sembra di percepire che oggi c’è una riflessione abbastanza condivisa sul fatto che, se in una prospettiva di medio-lungo periodo è senz’altro corretto perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio, tale obbiettivo diventa invece un vincolo stupido guardando il breve periodo ed il modo con cui è stato approvato senza tener conto dell’andamento del ciclo economico e della necessità di avere un raggio di sterzata più ampio per poter fare anche degli investimenti. Come rimodularlo? Come stare dentro l’Europa e come tutto ciò ha a che fare con la nostra Carta Costituzionale?
Il ragionare sul come far vivere la sussidiarietà e la solidarietà mi pare un tema chiave andando anche oltre l’orizzonte del paese. Mi chiedo se la discussione e la proposta sono state di livello adeguato: so che  la comparazione con i padri costituenti non si può fare ma è del tutto evidente la diversa qualità della rappresentanza!
Il tema del come si vive in un mondo globalizzato chiama in causa l’idea di andare oltre l’Europa e di avere delle istituzioni mondo e questo si può pensare solo facendo avanzare un pensiero ed una pratica di un federalismo più avanzato. Non è un tema facile perché non ci sono perimetri dei problemi definibili a priori e coincidenti con i perimetri istituzionali attuali. Mi pare un aspetto significativo della complessità del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Per tornare al nostro paese, avverto uno sbandamento esagerato: dal clima federalista del 2001 si percepisce una contro sterzata che denota scarso equilibrio nel guardare al come si devono cambiare i fondamentali. Oltretutto non mi pare che ci sia una evidenza di una superiore capacità di efficienza delle strutture statali: che, peraltro, sono parte dei problemi che abbiamo. Molti aspetti della legislazione concorrente hanno generato problemi non solo per limiti delle Regioni ma, ancor di più, per una mancanza di adeguatezza dell’intervento statale (in molti casi in cui pur poteva intervenire non ha svolto il ruolo che pur poteva svolgere). La logica con cui risolvere il problema della legislazione concorrente riportando le decisioni in capo allo stato quale idea di partecipazione e di concertazione tra autonomie locali e stato  viene ad esprimere?

4) Le regole del gioco e la sostanza del cambiamento. Una illusione crudele?
Questa Costituzione ha oggi circa 70 anni. Con questa costituzione abbiamo vissuto un periodo lungo di crescita (i 30 anni gloriosi del dopo guerra) e poi ci siamo arenati nelle secche della prima Repubblica nell’ambito di una fase di crisi economica e di corruzione. In quella fase è nato il tema della governabilità.
L’ingegneria istituzionale è diventata preminente sulla sostanza del cambiamento che si può cercare di realizzare. E questo mi pare un aspetto di riflessione severa per tutti e, in particolare, per una parte del fronte del NO.
La debolezza delle idee e l’incapacità delle persone non si può superare per legge!
A proposito del fatto che i nostri guai siano imputabili solo alla instabilità governativa (cosa che è pur vera ma non è causa unica e principale dei nostri guai) vorrei ricordare per inciso che, statisticamente parlando, la durata media dei governi dopo il 1992 non è stata più breve di quelli del periodo del primo dopo guerra. E guardando la traiettoria percorsa, sul piano del rinnovamento della politica cosa ci è successo? E’ sconfortante il dover prendere atto che la battaglia delle idee è stata sostituita dalla battaglia personale! La crisi dei partiti viene superata andando verso il partito personale?
Questo è accaduto contestualmente ad una nuova situazione del mondo: una fase chiamata post-ideologica, dove la fine della guerra fredda ci ha portato in una situazione di pensiero unico che ci ha regalato poi la crisi più grave da un secolo a questa parte. Un fase in cui è avvenuto un significativo incremento delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi.
Il tema della governabilità, agitato in questo modo, mi pare una “illusione crudele”: non essendo capaci di generare pensiero e pratiche più civili, più eque, con meno corruzione e più lungimiranti ci si fa abbagliare da una narrazione che assegna alle regole un potere miracoloso che, inevitabilmente, non possono avere.
Non perché le forme non abbiano una loro importanza e che non debbano essere rivedute e corrette nel tempo ma perché bisogna dare ai diversi fattori i pesi specifici appropriati e non ci si può illudere che un posto più civile venga fuori solo perché cambiamo le regole del gioco in senso maggioritario. Temo che chi carica di troppe aspettative queste cose sarà condannato ad una disillusione che potrà avvenire solo dopo aver pagato prezzi durissimi.
Nel frattempo, nel prorompere della globalizzazione si generano dei corto-circuiti fortissimi tra sistemi di valori diversi (il mondo è plurale) e diventa molto più complesso il cercare di praticare quei valori universali che una parte maggioritaria del mondo ha pur dichiarato. E una delle difficoltà del come far vivere una democrazia più avanzata è quella del come si fa a prendere delle decisioni tenendo conto delle minoranze e senza cadere in quella che viene definita la “dittatura della maggioranza”. Il tema dei diritti civili è un ambito emblematico.
E allora, cambiamo pure delle regole (il superamento del bicameralismo paritario e l’istituzione di una camera delle Regioni mi pare sia, tutto sommato, qualcosa che è largamente diffuso sia sul fronte del SI che sul fronte del NO), ma credo che sia molto più importante tornare a re-interrogarci con più forza sul come si fa a rinnovare la capacità del fare politica. Mi pare che per farlo sia necessario cercare di conquistare una rinnovata pensabilità del mondo e del come si fanno convivere le diversità cercando di ridurre le disuguaglianze sociali. Per dirla con Bobbio: cercare di chiedersi come si fa a tenere insieme libertà e uguaglianza. Dovrebbe essere questo un approccio che caratterizza ancora la distinzione tra destra e sinistra.

16/11/2016 Roberto Camporesi

a cura di Thomas Casadei

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Cosmopolita e “signora del socialismo italiano”; giornalista militante con la “Critica sociale”, fondata insieme a Filippo Turati, fu tra le prime interpreti della medicina sociale (“la dottora dei poveri” per la Milano proletaria); più volte incarcerata, è stata una straordinaria interprete del femminismo, tenacemente in lotta per i diritti delle donne e dei bambini (fu ispiratrice della legge Carcano del 1903 che introdusse, tra le altre cose, il congedo di maternità nonché direttrice della rivista “La difesa delle lavoratrici”).

Simbolo delle lotte per l’emancipazione del popolo, durante il suo funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre.

Per saperne di più:

Rai storia 2016 – , I diritti delle donne: con la partecipazione della Prof.ssa Salvatici (docente di Storia contemporanea, Univ. Statale di Milano)

http://www.raistoria.rai.it/…/anna…/32876/default.aspx

Letture:

  • A. Kuliscioff, “Il monopolio dell’uomo” conferenza tenuta il 27 aprile 1890 nelle sale del Circolo filologico milanese (1890; Aprilia, Ortica, 2011);

  • Maria Casalini, “La signora del socialismo italiano: vita di Anna Kuliscioff” (Editori Riuniti, Roma, 1987; Editori Riuniti University Press, Roma, 2013).

Filmografia:

Spunti per il presente:

Marina Calloni (docente di Filosofia politica e sociale, Univ. Milano Bicocca)

“Che cosa Anna Kuliscioff può insegnarci ancora”, in “Corriere della Sera”, 2 giugno 2016 [Relazione presentata durante il convegno “Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff. La guerra, il lavoro e la cittadinanza delle donne”, organizzata dalla Fondazione Kuliscioff, Milano]: http://www.corriere.it/cultura/anniversario-diritto-voto-donne-italia/notizie/che-cosa-anna-kuliscioff-puo-insegnarci-ancora-9786525c-2706-11e6-b6d8-61e1297457c9.shtml

Presentazione del film Suffragette

12 aprile – Cinema Teatro Verdi, Forlimpopoli

Raffaella Baccolini (Università di Bologna, Forlì)

 

Limiterò queste brevi riflessioni intorno alla lotta per il voto femminile al mondo anglosassone, ma non posso non menzionare la lotta nel nostro paese, visto che quest’anno ricorre il 70° anniversario del voto alle donne in Italia.

Prima del 2 giugno 1946, quando il voto delle donne si è espresso nel referendum su repubblica o monarchia, le donne italiane hanno votato anche per le Amministrative del marzo 1946 in circa 400 comuni. A Forlì, per esempio, furono elette due donne: Liliana Vasumi Flamigni per il PCI e, per la DC, Jolanda Baldassari. Rispetto al resto d’Europa, in Italia le donne conquistano il diritto al voto relativamente tardi, insieme alle donne francesi che lo ottengono nel 1944, mentre nella maggior parte dei paesi europei il suffragio femminile viene guadagnato dopo la Prima Guerra Mondiale (per es., 1918/1928 nel Regno Unito, 1919 in Germania).

La conquista del voto viene spesso anche vista come una ricompensa per il ruolo delle donne nello sforzo bellico. La lotta per il suffragio in Inghilterra subisce, infatti, un arresto—con il consenso stesso di donne come Emmeline Pankhurst—durante gli anni della guerra.

Il primo paese in cui le donne ottengono il voto è la Nuova Zelanda nel 1893, seguito dall’Australia nel 1902. Prima di queste colonie britanniche, già in alcuni territori dell’ovest degli Stati Uniti le donne potevano votare: in Wyoming dal 1869, nello Utah dall’anno successivo e nel territorio di Washington dal 1883. Erano queste, tuttavia, strategie per incoraggiare la migrazione delle donne in questi territori fortemente abitati da una popolazione di soli uomini. Nonostante fosse dunque una mossa strategica, tutti questi territori mantengono però il voto alle donne quando vengono annessi all’Unione (per es., il Wyoming nel 1890). La maglia nera in Europa spetta alla Svizzera e al Lichtenstein, dove le donne hanno votato rispettivamente nel 1971 e nel 1984.

Il film Suffragette ricostruisce la lotta per il voto alle donne negli anni 1912-1913 nel Regno Unito. È un film duro, ma anche coinvolgente, che non cede alla retorica. È anche un film corale ad opera di donne: la regia è infatti di Sarah Gavron, mentre la sceneggiatura è di Abi Morgan. Ricorda un altro film, del 2004, tutto femminile, come Angeli d’acciaio (Iron Jawed Angels) sulla lotta per il suffragio alle donne in USA negli anni 1913-1920, per la regia di Katja Von Garnier e la sceneggiatura di Sally Robinson.

Concentrandosi sulla lotta per il suffragio femminile in paesi diversi e in epoche diverse, i film hanno il merito di mostrare alcune caratteristiche importanti di queste lotte.

La battaglia per il voto negli Stati Uniti è stata anche uno scontro tra generazioni di femministe che hanno scelto strategie di lotta diverse, per esempio tra quelle delle giovani e più radicali Alice Paul (Hilary Swank) e Lucy Burns (Frances O’Connor) e delle rappresentanti della vecchia generazione come Carrie Chapman Catt (Anjelica Huston).

l film di Sarah Gavron invece, mescolando personaggi reali e fittizi, ha il merito di mostrare gli aspetti di classe all’interno del movimento: una lotta non solo di donne borghesi emancipate, come Emmeline Pankhurst (Meryl Streep), ma anche delle lavoratrici, in particolare delle lavandaie, attraverso la presa di coscienza della protagonista, Maud Watts (Carey Mulligan), personaggio di fantasia. (Il film è stato accusato di essere insensibile nei confronti della diversità etnica, tuttavia il movimento suffragista dell’epoca era principalmente bianco, nonostante la presenza di alcune suffragette nere quali la principessa indiana Sophia Duleep Singh e Bhikaji Cama.) Ma più di tutto, entrambi i film colmano un vuoto di memoria, portando alla luce alcune donne e le loro vicende che non trovano espressione nei libri di storia e che, nella cultura popolare, sono spesso rappresentate in modo ridicolo, basti pensare, una fra tutte, alla madre suffragetta, svanita e stravagante, del disneyano Mary Poppins.

La storia della lotta per il voto non ha un andamento lineare: interessa maggiormente tre paesi, Francia, UK e USA, ma in tutti e tre subisce arresti e ricomincia più volte. I suoi inizi sono legati alle Rivoluzioni Francese e Americana, in richieste pubbliche e private.

Se in Francia Olympe de Gouges redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in America la prima richiesta è privata, nella lettera che Abigail Adams, moglie del futuro secondo presidente, John Adams (1797-1801), manda al marito nel 1776. Mentre Adams e gli altri padri fondatori sono al lavoro sulla Dichiarazione di Indipendenza, gli chiede infatti di “ricordarsi delle donne e di essere più generosi con esse di quanto non furono gli antenati”.

Qualche anno dopo, nel 1790, in UK, Mary Wollstonecraft è la prima ad avanzare la richiesta di voto per le donne con la pubblicazione della Rivendicazione dei diritti della donna.

Bisognerà invece aspettare il 1848 (19-20 luglio) per la prima richiesta pubblica negli Stati Uniti, formulata principalmente da Elizabeth Cady Stanton al primo congresso sui diritti delle donne tenuto a Seneca Falls. Una caratteristica della lotta per il suffragio in America è il suo legame alla causa abolizionista.

Gli anni ‘60 dell’Ottocento segnano avanzamenti e arresti nella lotta per il suffragio femminile da entrambi i lati dell’Atlantico. In UK sono due uomini in particolare che ripropongono la questione del voto alle donne, il filosofo economista John Stuart Mill e l’avvocato socialista Richard Pankhurst. In America, invece, l’approvazione del 14° e del 15° emendamento della Costituzione apre una controversia anche all’interno del movimento suffragista. Gli emendamenti in questione, infatti, riguardano i diritti di cittadinanza e definiscono i cittadini come uomini (14°) e proibiscono la negazione del diritto di voto sulla base del colore e della razza di un cittadino (15°). Il movimento si spacca su quest’ultimo, tra alcune (per es. Lucy Stone) che lo ritengono un primo passo utile per il riconoscimento anche dei diritti delle donne e altre (per es. le radicali Cady Stanton e Susan B. Anthony) che lo ritengono pericoloso.

La storia del movimento suffragista mostra dunque linguaggi e pratiche politiche diverse all’interno dei singoli paesi. I contrasti e le differenze non fermano tuttavia un movimento che, a differenza dell’Italia, in entrambi i paesi si può definire di massa. Tra le manifestazioni imponenti organizzate dalle organizzazioni per il suffragio, c’è la parata del 3 marzo 1913 a Washington, D.C., il giorno prima dell’arrivo del Presidente Woodrow Wilson per il suo insediamento. Il corteo è aperto dall’avvocata Inez Milholland, tutta vestita di bianco su un cavallo anch’esso bianco. Tra il 1917 e il 1918, più di 500 suffragette saranno arrestate durante i picchetti davanti alla Casa Bianca, in manifestazioni in cui accusavano il Presidente Wilson, impegnato nella guerra in Europa, di avere a cuore la libertà dei cittadini tedeschi ma di ignorare i diritti delle donne. Per questi picchetti, in realtà di poche manifestanti, le attiviste sono accusate di ostacolare il traffico. In prigione, le donne praticavano lo sciopero della fame e venivano per questo alimentate a forza.

Anche in UK le manifestazioni diventano di massa, come si ha modo di vedere alla fine del film con le immagini di repertorio. Le tecniche adottate qui, e prese in prestito dalle giovani attiviste americane, sono a volte anche violente: allo sciopero della fame si unisce la disobbedienza civile.  Si tratta di una violenza, tuttavia, che non è mai rivolta alle persone, se non alle suffragette stesse (che rischiano la vita), bensì alla proprietà, con la rottura di vetrine e gli attentati a luoghi simbolici come la casa in costruzione dell’allora Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George.

Ma la violenza maggiore che caratterizza la lotta al suffragio femminile è quella subita dalle donne, come il film di Sarah Gavron ben racconta. Non è solo la violenza fisica della polizia sulle manifestanti, ma è anche la violenza dell’alimentazione forzata. Emily Wilding Davison, uno dei personaggi realmente esistiti del film, viene arrestata, a volte rilasciata, nove volte imprigionata. In questi “soggiorni” in prigione, viene alimentata forzatamente 49 volte; tanto che il governo, accusato per i metodi brutali, è costretto a far passare una legge che viene soprannominata “Cat & Mouse Act”, che nel nomignolo ricorda la natura del gioco tra animali: una volta arrestate, le donne fanno lo sciopero della fame; vengono quindi rilasciate perché troppo deboli; appena si rimettono in salute vengono nuovamente arrestate.

Ma soprattutto si tratta anche di una violenza psicologica, tra intimidazioni e abusi, come quelli subiti da Maud, personaggio di fantasia che per la regista rappresenta un insieme di più donne. Attraverso il suo punto di vista e la sua storia, si assiste alla sua progressiva presa di coscienza, che ci ricorda come la lotta per ottenere il voto sia anche — nelle parole di Anna Rossi Doria —“un pezzo di progetto generale di rivendicazione di dignità e di autonomia femminili” (La libertà delle donne, Torino, 1990, p. 272).

Si è detto che il film colma un vuoto di memoria, racconta ciò che troppo spesso non viene studiato a scuola. Ma è anche importante perché film come questi danno forza e maggiore visibilità ad iniziative come la recente campagna di sensibilizzazione contro l’astensionismo giovanile e femminile in particolare, #xxvote, del gruppo Youth Media Agency. Con il motto, “if you don’t vote, you won’t matter” (se non voti, non conti), un gruppo di giovani donne ha prodotto un cortometraggio di poco più di tre minuti che ci ricorda l’importanza di esercitare il nostro diritto al voto, conquistato così duramente dalle donne (http://www.youthmediaagency.org.uk/xxvote-1/).

di Thomas Casadei

Il 33° Torino Film Festival si è aperto con “Suffragette”, il film di Sarah Gavron sugli anni della lotta per l’emancipazione femminile nel Regno Unito, alla vigilia della prima guerra mondiale
[http://www.mymovies.it/film/2015/suffragette/].

Per l’uscita italiana bisognerà aspettare la primavera del 2016, ma intanto per farsi un’idea si può consultare in rete una grande quantità di documenti audiovisivi d’epoca sulla dura lotta per il suffragio universale e i diritti delle donne.

Qui un interessante articolo apparso su “Internazionale” e il trailer del film
http://www.internazionale.it//torino-film-festival-suffrag….

Grazie all’editore Castelvecchi è ora disponibile anche la biografia di Emmeline Pankhurst (1858-1928) – “Suffragette. La mia storia” – l’ispiratrice di una delle più dure battaglie per i diritti delle donne nella storia.

“A lungo e ingenuamente sono state immaginate come un pugno di borghesi gentili che bevono tè e sfilano gioiose dentro le loro camicette bianche impreziosite con fiori freschi e fasce di seta sul petto. Sarah Gavron le rivela invece per quello che le suffragette furono davvero, un piccolo esercito armato di operaie pronte a sabotare le loro città, a infrangere vetrine a colpi di pietra, a boicottare linee telefoniche e a collocare bombe in edifici rappresentativi [ndr: VUOTI], ad attuare estenuanti scioperi della fame. Questa secondo la regista inglese è la vera storia delle suffragette, quella che la stampa dell’epoca si guardò bene dal raccontare, quella che ancora ci si guarda bene dal raccontare nelle
scuole”.

Nei prossimi mesi, come Istituto Gramsci di Forlì, promuoveremo iniziative su questa storia per affrontare, anche con riferimento al contesto odierno, i temi decisivi dell’uguaglianza e della parità tra i sessi, del contrasto alle molestie sessuali, del diritto all’istruzione e ad un salario equo per tutte e tutti.

Knocking down the hospital walls. A picture gallery in the paediatrics unit? The four exhibitions of the Matite (s)popolano (in) Pediatria project narrate contemporary fairy-tales through illustrated metaphors. Thanks to the Fa(r)volare project, as from 20 November 2015 at the Paediatrics Unit of the Forlì hospital the first ten beautiful illustrative tables of some children’s books will open windows of hope onto the outer world with the help of prominent illustrators, artists and photographers.

Fostering scientific and social research. The paediatrics unit of the Forlì hospital will house for one year a series of unique exhibitions. The first artworks on display as from 20 November, on the anniversary of the International Convention on the rights of the child, will open an amazing window of hope. Through a precious iconographic language, they will communicate with a rather difficult everyday reality and, with the help of contemporary fairy-tales, will act as mediators with the outer world through five intrepid illustrators of Pato Lógico, a publishing firm based in Lisbon, which operates all over Europe. The project will continue all through 2016 with exhibitions of artists from Italy and San Marino.

Emotional involvement within an active community. On 20 November 2015, the Fa(r)VolareAn educator must show you the horizon you have never seenproject will fill the anniversary of the International Convention on the rights of the child with colourful and lively operating contents. The project, which is supported by Ausl Romagna and coordinated by the Fantariciclando association together with the Paediatrics Unit of the Forlì hospital, Homeless Book, Pato Lógico, Action Line and Tank, is a study on contemporary fairy-tales to face today’s children fears through metaphors using different languages. The local writer Renata Franca Flamigni is responsible for the part relating to children’s literature.

Da http://www.fantariciclando.it/

di Francesco Ziosi

Francesco Ziosi ha studiato storia antica a Bologna e poi alla Normale di Pisa. Nel 2012 ha vinto un concorso come funzionario culturale al Ministero degli Esteri

Un recente post sul blog di Stefano Feltri sulla versione online del “Fatto” [“Il conto salato degli studi umanistici”, 13 agosto 2015”] ha suscitato una discussione piuttosto accesa su un tema invero piuttosto trito, e cioè sulla spendibilità lavorativa delle lauree umanistiche e sulla loro sostenibilità economica e sociale. Non è del resto la prima volta che un economista mediaticamente visibile ama intervenire con considerazioni brevi e non particolarmente argomentate sul tema: lo scorso autunno, ad esempio, Michele Boldrin si era lanciato contro “la maledetta cultura del liceo classico! I licei classici vanno c h i u s i!

Sulla questione delle lauree umanistiche, Feltri sostanzialmente scrive alcune banalità autoevidenti, alcune sbruffonerie da bocconiano arrivato e alcune falsità, per altro piuttosto ridicole. Credo tuttavia che molta parte delle risposte che gli sono arrivate siano sostanzialmente controproducenti per la questione del futuro degli studi umanistici, a volte molto generiche e a volte proprio sbagliate nel merito. In più, a mio avviso, tutta la questione minuta (davvero futile, da dibattito estivo) ne sottointende una molto più grande, vale a dire l’importanza del lavoro nella vita di un individuo, per come oggi gira la ruota.

È un tema su cui, da laureato e dottore di ricerca in ambito umanistico che non guadagna il pane né nell’università né nella scuola, rifletto da parecchio tempo, e cioè da quando ho cominciato a pensare seriamente a fare altro. Ho cominciato a pensarlo quando studiavo alla “Kommission für Alte Geschichte” di Monaco, e cioè il paradiso dello storico dell’antichità. Ho cominciato a pensare che molta parte degli studi che facevo si risolvevano in specialismi molto astrusi, e alla fine anche un po’ aridi, e vedere gente pronta a “scannarsi” in una discussione accademica sulle fonti relative ai Messeni mi sembrava un pochino hilarious, to say the least. Pertanto, capii che non avevo abbastanza motivazioni per affrontare i sacrifici altissimi che il continuare nello studio (preferisco, dove possibile, evitare il termine “ricerca”) comporta oggi: l’arrancare nel precariato, l’emigrazione transcontinentale, la difficoltà a conservare una vita vera, o quanto meno propria, in primo luogo dal punto di vista affettivo.

In realtà, il lavoro che faccio adesso mi ha richiesto e mi richiede altri o analoghi sacrifici forse più alti, ma questa è un’altra storia: al tempo cominciai a pensare che non ero troppo tagliato né per andare avanti a contratti di pochi spiccioli in Italia, forse rinnovabili settimanalmente, né per andare in Texas o rimanere in Germania. Infine, forse con onestà, pensavo che in realtà non ero abbastanza bravo per fare davvero lo studioso, nonostante fossi autopticamente certo che negli studi ci fossero persone molto più scadenti di me.

Comunque, com’è come non è, comincio a mandare i miei bravi curriculum in giro – una cinquantina circa – alle robe più svariate: dalle banche alle solite case editrici passando per l’agroalimentare. Mi rispondono in quattro: Mc Kinsey e Unicredit che mi dicono, con diversi gradi di cortesia, che non sono interessati, Zanichelli mi dice “ricevuto, grazie”, Marcos y Marcos che mi dice “ok vieni a fare uno stage a Milano”. Io dico che sono in un semestre a Monaco, mi dicono “senti, è meglio che finisci prima lì e poi ne riparliamo”. Lascio perdere: mi faccio nove mesi in cui di soldini se ne vedono assai pochi, per fortuna c’è la mia morosa (oggi moglie) che lavora e abitiamo, al tempo, in una casa dei miei in cui non paghiamo l’affitto. Sono mesi molto difficili ma importanti, in cui capisco che anche senza lavoro (o meglio, senza stipendio) non sono una persona peggiore: nonostante, senza prenderci in giro, il passaggio da “perfezionando della Normale” a “disoccupato” non sia indolore. In quei nove comincio a pensare che quello che importa per davvero del lavoro è, in ultimo, che dia soldi per vivere. Che, per carità, è importante fare un lavoro che piaccia, ma che questi non sono tempi per cui tramite il lavoro ci si emancipa e riscatta: ché anzi, il più delle volte ci si sottomette a regole sociali che il più delle volte si dice di disprezzare. Che ci sia una fetta di vita considerevolissima e fondamentale che con il lavoro non ha nulla a che fare, e che sì, gli studi servano anche a questa parte di vita e non solo a procacciarsi un mezzo di guadagno: anche perché, vivaddio, viviamo in un mondo che evolve e in cui esisteranno sempre mestieri per il quale non è prevista una laurea ad hoc. E che no, sapere leggere Aristotele in lingua originale non può essere considerato un lusso, anche se di mestiere sposti i mobili all’Ikea. Un lusso, casomai, è pretendere di fare l’ordinario di Letteratura greca.

Qui la strada del ragionamento, già probabilmente un po’ contorto di suo, si biforca.

In primo luogo, credo che sia bene ammettere che gli studi umanistici servano a imparare cose che necessariamente sono meno spendibili nel lavoro dell’età della tecnica. Anche io penso che sia un problema se un paese laurea più scienziati della comunicazione che ingegneri. Inoltre, sì, concordo anche sul fatto che le facoltà di lettere – e soprattutto i dottorati in lettere – siano sostanzialmente troppi, e frutto di una classe accademica che a un certo punto, per ciascuno piazzare i suoi, ha moltiplicato le facoltà e i corsi di laurea ovunque. Intendiamoci: in Piemonte Orientale e nell’Università della Basilicata lavorano ottime persone: ma c’è da chiedersi, in ultima analisi, a chi giovi tutto questo a parte a chi da questo percepisce uno stipendio. Fino a questo punto il ragionamento di Feltri è secondo me banale, ma nella sostanza non scorretto.

La vera componente speciosa e molto, molto superficiale del ragionamento di Feltri è prima, e cioè nell’analisi dei dati. In questo, il nostro segue un trend che è molto in voga negli economisti da editoriale: mettere i numeri e pretendere che ipso facto essi contengano il vero e l’immutabile, ché del resto, con i numeri, è molto facile dare un’impressione di scientificità.

Se Feltri avesse seguito un corso di epigrafia greca, per esempio, avrebbe imparato che, fin dall’antichità, dietro alla redazione di ogni documento – anche il più ufficiale e numerico – esiste un sistema amministrativo che produce percorsi attraverso i quali i documenti vengono redatti: in poche parole, come si arriva alle cifre di Feltri, e non solo prendere le cifre “at face value”, come farebbe uno studente di triennio che probabilmente non passerebbe un esame papirologia documentaria.

Se avesse una qualche contezza di studi storici, inoltre, Feltri avrebbe preso in esame i problemi legati al fatto che certo, c’è un ritardo dell’accademia sulla società, ma forse saprebbe spiegare che molto è dovuto a una bislacca applicazione, in tutta Europa, del famoso “processo di Bologna” per cui si sono date forme molto sclerotizzate all’esistente forzando vecchie strutture in un nuovo schema. Per altro, se avesse avuto un’infarinatura di filosofia, conoscerebbe anche le basi ideali che avevano portato allo stabilirsi dell’impianto scolastico e accademico italiano, basi ideali che prescindevano totalmente da ogni forma di “mercato”.

E se Feltri fosse intellettualmente onesto come dovrebbe essere un buon filologo ammetterebbe che il nostro sistema scolastico e accademico è stato di gran lunga migliore del paese che ha rappresentato: e se c’è un sistema produttivo terziarizzato che non riesce a servirsi delle migliori risorse che la scuola e l’accademia gli forniscono, il vero problema è nel sistema produttivo, non nello studente capace che si è laureato bene in lettere in una buona università.

Comunque, siccome queste sarebbero bollate come le ennesime fumisterie bohèmien, se potessi parlare con Feltri proverei a spiegargli perché gli studi umanistici di buon livello possono essere utili nel lavoro in maniera estremamente concreta, con elementi tratti dalla mia esperienza lavorativa quotidiana.

1. Tendenzialmente, chi ha studi umanistici è una persona al contempo critica e curiosa, dotata di capacità di analisi e sintesi, che davanti a un problema non si limiterà a proporre un mantra che ha appreso su un manualetto ma che considererà le risorse a disposizione nel suo complesso per trovare una soluzione.

2. Chi ha studi umanistici, meglio se filologici, è la persona più rigorosa del mondo e non un simpatico improvvisatore. Una versione di latino ben fatta vale molto più di un milione di test logico-attitudinali.

3. Chi viene da studi umanistici, meglio se storici, per ogni questione amministrativa e gestionale si chiederà, per riflesso pavloviano, quale sia la fonte in base a cui ci si comporta in una data maniera, e trovata la fonte cercherà, se in caso, di correggere una prassi abitudinaria quanto sbagliata.

4. Si sostiene che un buon manager (e che studi ha, poi, il manager?) sia in grado meglio di altri di far fruttare la “cultura”. È una sciocchezza smentita dai fatti, e da milioni di anni. È molto meglio acquisire, con serietà, elementi di contabilità e diritto che improvvisarsi archeologi a casaccio.

5. Il laureato umanistico dovrebbe avere una consapevolezza del mondo tale da essere addestrato meglio di altri a lavorare con persone provenienti da retroterra culturali molto diversi dal suo.

6. Gli studi umanistici fanno sì che se c’è un potente che vuole bucare un affresco di Vasari per cercare un fantomatico Leonardo gli si risponde picche.

7. Difendere e discutere un’idea scientifica in un dibattito serio è un esercizio fondamentale negli studi umanistici, dove non c’è mai prova sperimentale definitiva: ed è un esercizio che aiuta in ogni situazione lavorativa, dalla decisione strategica all’interazione con i colleghi.

8. Il laureato in cose umanistiche, meglio se con esperienze di ricerca (= studio delle fonti in prima persona e costruzione su di esse di un ragionamento critico e argomentato) e di firma di articoli, è abituato più di altri ad assumersi le proprie responsabilità.

9.I laureati umanistici di un certo livello sanno districarsi agevolmente in quattro o cinque lingue contemporanee.

10. Infine, ma credo più importante di tutti, il laureato in cose umanistiche che lavora non avrà mai l’arroganza di dire “io sì che sono arrivato”, ma, si spera, avrà la capacità di capire le cose e le persone con cui lavora, e cercherà, anche nel più umile dei mestieri, di fare tesoro delle esperienze che incontrerà, perché l’arroganza da “neo yuppie” oggi molto in voga gli sembrerà un atteggiamento veramente misero, maligno e rancoroso con cui condurre un’esistenza.

di Michele Drudi

Mi permetto una nota personale a margine della manifestazione di oggi in Piazza Ordelaffi a Forlì. Siamo di fronte a fatti enormi, di dimensione e portata globale, di complessa, difficilissima e forse impossibile “gestione”. Una riflessione realistica e una pratica conseguente sono quindi necessarie, senza mai tradire però il rispetto per l’universale: la solidarietà umana. Il sistema europeo, e il nostro paese, totalmente organizzato intorno ai criteri dell’efficienza, del mercato, dell’austerità, dello smantellamento del welfare, è ormai trascinato nel gorgo prodotto dalla destabilizzazione del Medioriente e del Maghreb. L’esodo di proporzioni bibliche è a mio avviso riconducibile a un insieme di fattori che però vanno interpretati in un quadro preciso e determinato, cioè il processo di organizzazione e dispiegamento mondiale del capitalismo contemporaneo: globalizzazione, liberismo, mercato mondiale, deregulation, cosmopolitismo e internazionalizzazione del capitale e dei suoi attori/strumenti, lotta per l’esistenza o addirittura la sussistenza trasferita sulle classi inferiori, con annessa lotta di classe tra poveri, xenofobia, paranoia, nazionalismi e fondamentalismi di massa ecc. che ritengo conseguenze e prodotti inevitabili in questo contesto e situazione di sistema. I risultati della crisi, ma pure del deliberato smantellamento del modello sociale europeo e della gestione interessata e cinica dello scenario mediterraneo e mediorientale, sono sotto gli occhi di tutti. Mi dispiace, sarò retorico, ma quanto può durare questo stato di cose, questo stato di disordine e guerra che travolge i confini nazionali? Secondo me, occorre porre limiti e barriere, ma nel senso esattamente opposto alle soluzioni fasciste, proposte senza neppure tanta convinzione da alcuni politici italiani (a una parte della base elettorale e dei finanziatori di questi fenomeni del resto ha sempre fatto comodo, molto comodo la manovalanza a basso costo e senza pienezza di diritti civili costituita dagli stranieri non comunitari). Occorre mettere limiti ai movimenti distruttivi del capitalismo. Guerre, “crisi” economiche e speculazioni finanziarie, distruzione di milioni di posti di lavoro e imprese e addirittura di intere economie internazionali, sfruttamento, droga, prostituzione, clandestinità, morti in mare, morti sul lavoro, degrado e esplosione delle periferie dove sono costretti a convivere e a scontrarsi per un nulla i poveri contro i più poveri… Tutto questo è conseguenza diretta e necessaria, naturale, del movimento e del ciclo di riproduzione del capitale, che non ammette e non tollera limiti. Questo XXI secolo, nella sua novità, puzza di vecchio, e per queste ragioni, anche se le mie parole possono suonare antiquate e incomprensibili per chi è nato dopo l’89, penso che l’alternativa sia chiara e sia una sola, quella di sempre: socialismo o barbarie.

di Angelo Ricci

“Il gioco è severamente vietato ai minori di anni 18”. Questa frase era una volta affissa in tutti i bar e i circoli, ma col tempo questi cartelli, ormai ingialliti dal fumo degli avventori, dal tempo e soprattutto dagli eventi, sono stati rimpiazzati da frasi inserite a termini di legge alla fine degli spot che pubblicizzano i giochi d’azzardo, tipo: “il gioco può causare dipendenza patologica”.
Sia la vecchia prescrizione “proibizionista” che l’altra frase, testimone della attuale fase di svolta “liberista”, se decontestualizzate, appaiono entrambe come veri e propri ossimori. Non serve, infatti, un’analisi semantica della parola “gioco” per intuire un’ambiguità, se non un vero è proprio uso distorto del temine.
Nel nostro paese il cosiddetto “gioco pubblico” è definito come “… tutti i giochi regolamentati da AAMS – Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato…” (1) ed ingloba “… tutte le forme di gioco legali presenti in Italia che sono appunto, sempre secondo la legge, i giochi d’azzardo, d’alea e di abilità…”(1).
Il “gioco d’azzardo” è quindi un sottoinsieme del “gioco pubblico” la cui definizione è quella prevista dalla art. 721 codice penale: “Sono giuochi d’azzardo quelli nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria”.
Per i minori di 18 anni, il gioco è un diritto sancito dalla “Dichiarazione dei diritti del Fanciullo”, ratificata la prima volta dalla Società delle Nazioni nel lontano 1924: “Il fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi”. Le attività ludiche sono, ovviamente, riconosciute dalla comunità internazionale (2) come uno strumento fondamentale, attraverso il quale è possibile favorire la capacità di apprendimento, l’affinamento della manipolazione, lo sviluppo della memoria e, non ultima, la socializzazione.
È quindi lecito chiedersi perché il gioco perda nel tempo la propria
valenza positiva, al solo susseguirsi delle normali fasi di crescita di un individuo. Quando cioè, nell’immaginario collettivo, questa attività
socio-ricreativa diviene una minaccia potenziale, pericolosa a tal punto da divenire perfino malattia: il significato letterale di “ludopatia” lascia ben poco spazio all’interpretazione.
Secondo “ALI per giocare”, l’Associazione Italiana delle ludoteche e dei ludobus, e altre centinaia di associazioni di settore, il gioco non perde mai le proprie caratteristiche di formidabile aggregatore, di stimolatore della creatività, di volano della cultura e dell’apprendimento più in generale. Il pericolo sta nell’uso indistinto del termine, rendendo concreto il rischio di utilizzare indebitamente la parola “gioco” svuotandola dell’eccezione positiva che ognuno di noi ne conserva fin dai tempi dell’infanzia (3).
In Italia, come all’estero, è presente una crescente comunità che invece non si rassegna ad avallare questa “appropriazione solo parzialmente debita” che sia la vulgata che le frasi ricordate in apertura, sembrano sostenere. Una comunità che tra le tante attività ed iniziative di settore organizzate, si ritrova ogni anno a Modena per il “Play – Festival Italiano del Gioco”, la cui settima edizione si è svolta l’11 e 12 aprile scorsi. I dati raccolti dagli organizzatori della manifestazione hanno evidenziato un tasso di incremento a doppia cifra, superando per la prima volta le 30.000 presenze complessive. Un afflusso davvero imponente, che ha letteralmente riempito di appassionati, curiosi, bambini e genitori i due ampi padiglioni della Fiera di Modena.

In questo contesto favorevole, hanno trovato risalto tutte le attività che a diverso titolo sono legate al mondo del gioco. Alcune cooperative specializzate hanno proposto attività ludiche, legate all’animazione socioculturale. Di particolare interesse la riproposizione in grande formato dei giochi in legno della tradizione popolare, legati perlopiù alle abilità manuali. In questo padiglione, talvolta era possibile catturare qualche frase entusiasticamente pronunciata dai nonni in direzione dei nipoti – “erano queste le nostre Play Station!” – quale segno tangibile di un ponte generazionale tanto forte quanto inusuale.
Come di prassi, i rigorosi giocatori di simulazioni belliche hanno trasmesso agli avventori nozioni di storia militare (innescando spesso una curiosità anche per la storia tout court), attraverso giochi di diversa difficoltà e collocazione storica, mentre nella pista dedicata al
modellismo dinamico sfrecciavano bolidi che di miniaturizzato avevano solo le dimensioni, ma di certo non era in miniatura la passione per la competizione evidenziata dai sapienti manipolatori dei telecomandi.
L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia ha proposto la consueta “Tavola
Esagonale. Musei per gioco: per imparare giocando” che quest’anno ha avuto come argomento “Gioco e formazione” e anche un ricco programma di attività di gioco per grandi e piccini.
Una parte consistente della manifestazione era, però, dedicata al “gioco da tavolo”, un mercato sorprendentemente simile a quello dei libri, seppur di dimensioni più contenute. Dietro i prodotti “mass market” (Risiko, Monopoli, Cluedo), in grado di trovare spazio sugli scaffali della grande distribuzione, si nasconde una produzione di qualità elevata, suddivisa in una nutrita serie di generi e sottogeneri, per nulla differenti da quelli letterari. Si pensi, ad esempio, alla suddivisione tra i cosiddetti giochi “american” ed “euro”: il primo indica un filone più “avventuroso”, dove dadi ed ambientazione sono i protagonisti, mentre il secondo, più “mainstream”, pone pesantemente l’accento sulle capacità dei singoli giocatori, fedele alla logica del “vinca il migliore”.
In un contesto come questo, non può mancare una pletora di autori affermati, che firmano i propri giochi come se fossero libri. Osannati e criticati proprio come gli scrittori di grido, hanno stili e filosofie realizzative che ne contraddistinguono la produzione. Questa manifestazione rappresenta, quindi, la vetrina ideale in cui autori e case editrici presentano al pubblico le loro novità, oltre a essere un’ottima opportunità per gli appassionati per “toccare con mano” vecchi e nuovi titoli, provandoli in apposite aree attrezzate.
Ultimo ma non ultimo in questa breve carrellata, il grande stand di un’associazione che si occupa della diffusione dei Lego, i celeberrimi mattoncini danesi che, da generazioni, uniscono padri e figli nella costruzione di più o meno complessi modelli in scala, oltre a permettere di dare sfogo alla propria creatività: durante le 2 giornate, sono stati costruiti (e successivamente smontati) circa 800 modelli.
Quella di Modena è dunque una manifestazione di settore, certo, ma non per questo rinchiusa in un mondo di relazioni autoreferenziali tra piccole nicchie di appassionati: infatti, se all’interno dei padiglioni, l’adolescente (come l’adulto) ha potuto misurarsi nei diversi tornei organizzati, all’esterno della fiera il gioco ha cercato di relazionarsi con la città. In primis, si è cercata un’ampia sensibilizzazione del mondo della scuola, permettendo alle scolaresche di ogni ordine e grado di visitare gratuitamente la manifestazione. Oltre a questo, sotto il nome di “Play and the City”, sono state approntate in diversi punti della città di Modena decine di attività ludiche. Si prenda a titolo di esempio “Re-Generation”, un torneo che ha visto 47 coppie di nonni e nipoti contrapporsi in una sorta di decathlon ludico, allegro ma non certo privo della necessaria competitività. Non sono mancati neppure momenti cha hanno permesso l’intreccio tra mondo ludico ed altri eventi culturali, come ad esempio l’iniziativa “7 giochi per i 70 anni della Liberazione”, nella quale alcuni giochi, come la “caccia al tesoro” o la “decodifica di codici segreti”, sono stati adattati per modellare le vicende della Resistenza, dalla “staffetta partigiana” alla ricerca del rifugio sui monti dell’Appennino.
In questi due giorni, quindi, il gioco e i suoi operatori hanno dimostrato la valenza creativa, culturale e sociale delle attività ludiche: è evidente che, anche ai tempi di Internet, è comunque possibile sedersi attorno a un tavolo e condividere il piacere “fisico” della compagnia, la passione per il ragionamento, sorrisi e, perché no, nozioni.
L’unica forma di gioco – volutamente – assente dalla manifestazione è stato il gioco pubblico, di cui più sopra abbiamo ricordato la definizione. Il gioco presente al Play di Modena può essere visto come il Davide, un settore ancora di nicchia fatto di relativamente pochi appassionati e operatori specializzati, che si è voluto distinguere dal Golia, il “gioco pubblico”: un gigante divenuto il quinto elemento per fatturato dell’economia italiana. Ma davvero questi due mondi sono così nettamente separati e distinti?
Chi ha una cultura ludica non per questo è un bacchettone, e tende invece a condividere la ratio di molte leggi (purtroppo regionali, perché al momento manca ancora una linea guida nazionale) in materia di gioco d’azzardo, che si esprimono a favore di un gioco “responsabile, misurato e consapevole” (4).
Infatti va chiarito che non esiste cioè una pregiudiziale rispetto alla posta in palio, anche in denaro: nel Backgammon, ad esempio, la scommessa è parte integrante del regolamento, nonostante si tratti di un gioco a cui viene universalmente riconosciuta una profondità analitica simile a quella degli scacchi, e rappresenti un’attività ludica così popolare da essere praticata nelle strade di molte città del bacino del Mediterraneo.
Non dimeno però si constata che valori e caratteristiche delle tipologie di giochi protagonisti della kermesse modenese, sembrano rappresentare una formidabile forma di prevenzione rispetto alle possibili derive negative del gioco d’azzardo. Infatti, chi è educato al gioco impara a utilizzare schemi comportamentali ben precisi: la semplice necessità di rispettare le regole implica la precisa conoscenza delle stesse. Acquisita la necessaria consapevolezza del meccanismo, si attiva l’analisi delle probabilità di successo per ciascuna delle azioni permesse: un giocatore di scacchi sa che muovendo la propria regina in una determinata casella questa, salvo improbabili sviste dell’avversario, verrà catturata, decretando la propria sconfitta. Ci si abitua cioè ad analizzare i modelli matematici e probabilistici che stanno alla base di qualsiasi correlazione tra “causa” (azione del giocatore) ed “effetto“ (cosa succede nel gioco). Una consapevolezza che diviene deterrente verso alcune delle forme di azzardo a più alto rischio di patologia, come slot-machine e video-lotterie, dove nessuna abilità dell’utente contribuisce a determinare – nemmeno marginalmente – l’esito finale, tanto che è perfino lecito chiedersi, a prescindere dalle definizioni, se possono essere considerate propriamente come giochi.
Per questa ragione, oltre alle importanti battaglie a cui quotidianamente assistiamo per tenere le sale scommesse/slot lontano da luoghi sensibili come scuole e parrocchie, auspichiamo che presto entrino nelle aule scolastiche attività di divulgazione ludica. Queste dovrebbero essere focalizzate su più piani, come per esempio quello che spieghi i più comuni meccanismi matematici alla base delle diverse forme di gioco (anche di azzardo) con lo scopo, per esempio, di consentire ai ragazzi di riconoscere l’assoluta infondatezza di alcune credenze popolari, come quella dei numeri “ritardatari” del lotto. Più in generale, si aiutino i ragazzi ad identificare distintamente le differenze tra le diverse forme di gioco, mettendo in guardia sui pericoli del gioco d’azzardo, in linea di principio potenziali, ma che le cronache ci dicono essere anche concreti e devastanti in presenza di abuso. Come spesso accade, la conoscenza è l’arma di prevenzione più potente.

Note

(1) “Il gioco d’azzardo – Le ludopatie” ricerca coordinata dal Codacons per AAMS.

(2) “La dichiarazione dei diritti del fanciullo” è stata approvata dall’Assemblea generale delle nazioni Unite nel 1959.

(3) Dal sito della campagna “Mi azzardo a dirlo” promosso da ALI: “Il diritto al gioco è un diritto per tutti. Ma anche la parola GIOCO ha qualche diritto. Quello di non essere usata in maniera sbagliata.”

(4) Legge regionale Emilia Romagna 04 luglio 2013, n. 5: “Rafforzare la cultura del gioco misurato, responsabile e consapevole, il contrasto, la prevenzione e la riduzione del rischio della dipendenza da gioco”.

Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista (trad. it. e cura di Anna Curcio, Verona, Ombre corte, 2014, pp. 150; ed. or. 2012) presenta quasi quarant’anni della riflessione teorica e politica di Silvia Federici, studiosa marxista (ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria e la Hofstra University di New York) e militante femminista. L’autrice raccoglie saggi scritti tra il 1974 e il 2010 che hanno in comune l’impegno teorico e politico nei confronti del lavoro riproduttivo, dei movimenti di lotta, degli effetti della globalizzazione e della crisi che sembra non trovare fine.
L’argomento centrale di questa raccolta è il concetto di lavoro riproduttivo come lavoro non riconosciuto socialmente e per questo non pagato. Federici sottolinea invece l’importanza del ruolo riproduttivo come fucina di quella che poi sarà manovalanza per il capitalismo. Essere madre significa contribuire nel futuro ad alimentare la forza lavoratrice. Negli anni Settanta i movimenti femministi rivendicavano a gran voce il diritto ad un riconoscimento delle attività domestiche di riproduzione e cura. Federici parla del lavoro domestico in questi termini: «È importante riconoscere che quando parliamo di lavoro domestico non parliamo di un lavoro come gli altri, ma della più grossa manipolazione, della più sottile e mistificata violenza che il capitale abbia mai perpetrato contro un settore della classe operaia. Certo nel capitalismo ogni lavoratore e ogni lavoratrice è manipolato e sfruttato: il salario crea l’impressione di uno scambio equo…tu lavori e vieni pagato. Mentre il salario piuttosto che pagare il lavoro che fai nasconde tutto il lavoro non pagato che si traduce in profitto. Ma almeno il salario riconosce che sei un lavoratore e puoi contrattare le condizioni del lavoro e l’ammontare del tuo salario e puoi lottare contro le condizioni e la durata di questo lavoro. Tu lavori non perché ti piace o ti viene naturale ma perché è l’unica condizione a cui ti è permesso di vivere. Ma per quanto tu possa essere sfruttato tu non sei quel lavoro: oggi sei un postino, domani un camionista. Nel caso del lavoro domestico, la situazione è qualitativamente diversa. La differenza consiste nel fatto che il lavoro domestico non solo è stato imposto alle donne, ma anche trasformato in un attributo naturale del nostro corpo e della nostra personalità femminile, un’esigenza interiore, un’aspirazione, che si suppone derivi dal profondo della nostra natura» (p. 32).
L’economia capitalista ha dovuto convincere le donne che essere madre e moglie è un’attività naturale, inevitabile e persino gratificante per fare loro accettare di lavorare senza salario. Allo stesso tempo il fatto che il lavoro domestico non sia mai stato retribuito, è stato il mezzo più potente per rafforzare l’opinione comune secondo la quale esso non è un lavoro, impedendo alle donne di trovare la forza per cambiare le cose. Tutti i rapporti di potere tra uomini e donne sono stati costruiti sulla base di questa “differenza” e la maggior parte delle donne non ha avuto altra alternativa che dipendere dagli uomini per la sopravvivenza economica, sottoponendosi alla disciplina che deriva da questa dipendenza. Negli anni Settanta il rifiuto di questa condizione segnava la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico: il capitale aveva contenuto i costi della riproduzione della forza lavoro trasformando il lavoro domestico in un’attività “naturale” per le donne e perciò non pagata. Pretendere un salario significava “de-sessualizzare” quel lavoro riconoscendolo come tale e non come una componente essenziale di una presunta identità femminile. Si trattava di un rifiuto del ruolo previsto dalla divisione sessuale del lavoro e, al contempo, della possibilità di ridurre il potere del capitale di estrarre lavoro gratuito alle donne attraverso la mediazione del salario maschile.
Se è vero che nella nostra società la figura della casalinga a tempo pieno è andata via via quasi scomparendo, sia di fronte alla necessità di un doppio stipendio per il mantenimento della famiglia, sia per il desiderio da parte delle donne di rendersi più indipendenti economicamente dagli uomini, è però altrettanto vero che il lavoro di gestione della casa e di cura nei confronti degli anziani e dei bambini rimane ancora in modo quasi esclusivo a carico delle donne, le quali si trovano costrette al doppio lavoro: quello salariato e quello gratuito. Il “punto zero della rivoluzione” parte proprio dalla constatazione del dover portare a termine il lavoro iniziato dai movimenti femministi per giungere ad una parità identitaria e, di conseguenza, anche sociale e lavorativa.
Nel secondo nucleo di saggi, elaborati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, Federici pone l’attenzione sulla crisi riproduttiva che ormai da decenni caratterizza le società capitalistiche. Le famiglie, con il progressivo smantellamento del welfare, si sono viste costrette a sopperire alle mancanze istituzionali cercando di trovare soluzioni solamente grazie alle proprie forze. Le classi dominanti non hanno fatto propria l’idea della riproduzione familiare come riproduzione della forza lavoro. La stagnazione dei salari, la precarietà dei contratti, la crescente disoccupazione, la limitata assistenza sanitaria, hanno fatto sì che venissero a mancare delle certezze nel mondo del lavoro e di conseguenza nelle strutture familiari. Il calo della crescita demografica è stato particolarmente elevato in Europa, dove le donne sono “costrette” a rivedere i modi e i tempi di procreazione: «Finché il lavoro produttivo sarà svalorizzato, finché sarà considerato una questione privata e una responsabilità delle donne, le donne si rapporteranno sempre al capitale e allo stato con meno potere degli uomini e in condizioni di estrema vulnerabilità sociale ed economica» (p. 106).
Nella parte conclusiva del volume, che è poi anche quella più recente, l’autrice fa il punto della situazione per ciò che riguarda la lotta femminile, per quella tanto rivendicata parità che tarda a prendere forma. Le cose sono molto cambiate nella società e nel mondo del lavoro. La “sorellanza” degli anni Settanta si sentiva invincibile, esprimeva il rifiuto dell’essere casalinga, del rinunciare ai propri desideri nel nome di un ruolo di donna che non si era più disposte ad accettare, nel quale non ci si riconosceva più. Quelle donne lottavano per riprendersi il diritto di gestire il proprio corpo e la propria sessualità, mirando a porre fine alla dipendenza dall’universo maschile.
Chiedere un salario per il lavoro domestico – richiesta rimasta senza una risposta concreta – è servito ad istituzionalizzare il ruolo delle donne nelle case, a porre davanti agli occhi della società intera la condizione delle donne e a far comprendere che nell’educazione dei figli e nella cura dei familiari c’è qualcosa che va oltre la famiglia, che è necessaria una responsabilità sociale.
È mancata però, una strategia e sono mancati obiettivi a lungo termini: il desiderio e l’utopia non hanno saputo fare bene i conti con la pratica quotidiana e con le dure resistenze della società patriarcale.
Federici si chiede in che cosa le donne vogliano essere uguali agli uomini: non è sufficiente poter lavorare, occorre avere pari diritti sul lavoro. Ad oggi le donne di tutto il mondo, là dove riescono a trovare impiego, quasi mai raggiungono livelli di carriera pari agli uomini e di conseguenza alle loro retribuzioni. La strada per una effettiva parità è ancora lunga, nel volume l’autrice propone diversi spunti su cui riflettere affinché non ci siano più scelte lavorative sessuate, scelte di vita sessuate, ma scelte fatte da individui – donne e uomini – riconosciuti in modo uguale.

Silvia Erbacci

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