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Riceviamo dalla Prof.ssa Maria Laura Lanzillo, componente del Comitato scientifico dell’Istituto Gramsci, e con piacere inoltriamo, l’iniziativa “USA 2016 – Le elezioni americane, spiegate bene” che si terrà Giovedì 13 ottobre 2016 – ore 19, presso l’ Aula 1 del Teaching Hub – Campus di Forlì in Viale Filippo Corridoni, 20 – Forlì

Una serata per cercare di capire le storie, i protagonisti, i temi del dibattito politico americano con tre esperti di comunicazione politica: Francesco Costa (vicedirettore del “Post”), Giovanni Diamanti (YouTrend) e Lorenzo Pregliasco (YouTrend).

13ottobre_elezioniamericane

fopredappioLa sera di venerdi’ 30 settembre si terra’ in tutta Europa la Notte dei ricercatori sponsorizzata, attraverso bando competitivo, dalla Commisisone
Europea.

L’Universita’ di Bologna quest’anno e’ una delle universita’ italiane che ha vinto con un proprio progetto il bando della UE.

Il progetto si svolgera’ su tutte e cinque le sedi di Unibo, quindi anche Forli’.

A questo link il programma della serata che si svolgera’ a Forli’ e a Predappio (presso le ex gallerie Caproni).

L’evento e’ pensato per mostrare l’importanza che ha per tutti i cittadini la ricerca ed e’ soprattutto rivolto ai giovani perche’ si avvicino ancora di piu’ all’università.

a cura di Thomas Casadei

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Cosmopolita e “signora del socialismo italiano”; giornalista militante con la “Critica sociale”, fondata insieme a Filippo Turati, fu tra le prime interpreti della medicina sociale (“la dottora dei poveri” per la Milano proletaria); più volte incarcerata, è stata una straordinaria interprete del femminismo, tenacemente in lotta per i diritti delle donne e dei bambini (fu ispiratrice della legge Carcano del 1903 che introdusse, tra le altre cose, il congedo di maternità nonché direttrice della rivista “La difesa delle lavoratrici”).

Simbolo delle lotte per l’emancipazione del popolo, durante il suo funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre.

Per saperne di più:

Rai storia 2016 – , I diritti delle donne: con la partecipazione della Prof.ssa Salvatici (docente di Storia contemporanea, Univ. Statale di Milano)

http://www.raistoria.rai.it/…/anna…/32876/default.aspx

Letture:

  • A. Kuliscioff, “Il monopolio dell’uomo” conferenza tenuta il 27 aprile 1890 nelle sale del Circolo filologico milanese (1890; Aprilia, Ortica, 2011);

  • Maria Casalini, “La signora del socialismo italiano: vita di Anna Kuliscioff” (Editori Riuniti, Roma, 1987; Editori Riuniti University Press, Roma, 2013).

Filmografia:

Spunti per il presente:

Marina Calloni (docente di Filosofia politica e sociale, Univ. Milano Bicocca)

“Che cosa Anna Kuliscioff può insegnarci ancora”, in “Corriere della Sera”, 2 giugno 2016 [Relazione presentata durante il convegno “Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff. La guerra, il lavoro e la cittadinanza delle donne”, organizzata dalla Fondazione Kuliscioff, Milano]: http://www.corriere.it/cultura/anniversario-diritto-voto-donne-italia/notizie/che-cosa-anna-kuliscioff-puo-insegnarci-ancora-9786525c-2706-11e6-b6d8-61e1297457c9.shtml

Presentazione del film Suffragette

12 aprile – Cinema Teatro Verdi, Forlimpopoli

Raffaella Baccolini (Università di Bologna, Forlì)

 

Limiterò queste brevi riflessioni intorno alla lotta per il voto femminile al mondo anglosassone, ma non posso non menzionare la lotta nel nostro paese, visto che quest’anno ricorre il 70° anniversario del voto alle donne in Italia.

Prima del 2 giugno 1946, quando il voto delle donne si è espresso nel referendum su repubblica o monarchia, le donne italiane hanno votato anche per le Amministrative del marzo 1946 in circa 400 comuni. A Forlì, per esempio, furono elette due donne: Liliana Vasumi Flamigni per il PCI e, per la DC, Jolanda Baldassari. Rispetto al resto d’Europa, in Italia le donne conquistano il diritto al voto relativamente tardi, insieme alle donne francesi che lo ottengono nel 1944, mentre nella maggior parte dei paesi europei il suffragio femminile viene guadagnato dopo la Prima Guerra Mondiale (per es., 1918/1928 nel Regno Unito, 1919 in Germania).

La conquista del voto viene spesso anche vista come una ricompensa per il ruolo delle donne nello sforzo bellico. La lotta per il suffragio in Inghilterra subisce, infatti, un arresto—con il consenso stesso di donne come Emmeline Pankhurst—durante gli anni della guerra.

Il primo paese in cui le donne ottengono il voto è la Nuova Zelanda nel 1893, seguito dall’Australia nel 1902. Prima di queste colonie britanniche, già in alcuni territori dell’ovest degli Stati Uniti le donne potevano votare: in Wyoming dal 1869, nello Utah dall’anno successivo e nel territorio di Washington dal 1883. Erano queste, tuttavia, strategie per incoraggiare la migrazione delle donne in questi territori fortemente abitati da una popolazione di soli uomini. Nonostante fosse dunque una mossa strategica, tutti questi territori mantengono però il voto alle donne quando vengono annessi all’Unione (per es., il Wyoming nel 1890). La maglia nera in Europa spetta alla Svizzera e al Lichtenstein, dove le donne hanno votato rispettivamente nel 1971 e nel 1984.

Il film Suffragette ricostruisce la lotta per il voto alle donne negli anni 1912-1913 nel Regno Unito. È un film duro, ma anche coinvolgente, che non cede alla retorica. È anche un film corale ad opera di donne: la regia è infatti di Sarah Gavron, mentre la sceneggiatura è di Abi Morgan. Ricorda un altro film, del 2004, tutto femminile, come Angeli d’acciaio (Iron Jawed Angels) sulla lotta per il suffragio alle donne in USA negli anni 1913-1920, per la regia di Katja Von Garnier e la sceneggiatura di Sally Robinson.

Concentrandosi sulla lotta per il suffragio femminile in paesi diversi e in epoche diverse, i film hanno il merito di mostrare alcune caratteristiche importanti di queste lotte.

La battaglia per il voto negli Stati Uniti è stata anche uno scontro tra generazioni di femministe che hanno scelto strategie di lotta diverse, per esempio tra quelle delle giovani e più radicali Alice Paul (Hilary Swank) e Lucy Burns (Frances O’Connor) e delle rappresentanti della vecchia generazione come Carrie Chapman Catt (Anjelica Huston).

l film di Sarah Gavron invece, mescolando personaggi reali e fittizi, ha il merito di mostrare gli aspetti di classe all’interno del movimento: una lotta non solo di donne borghesi emancipate, come Emmeline Pankhurst (Meryl Streep), ma anche delle lavoratrici, in particolare delle lavandaie, attraverso la presa di coscienza della protagonista, Maud Watts (Carey Mulligan), personaggio di fantasia. (Il film è stato accusato di essere insensibile nei confronti della diversità etnica, tuttavia il movimento suffragista dell’epoca era principalmente bianco, nonostante la presenza di alcune suffragette nere quali la principessa indiana Sophia Duleep Singh e Bhikaji Cama.) Ma più di tutto, entrambi i film colmano un vuoto di memoria, portando alla luce alcune donne e le loro vicende che non trovano espressione nei libri di storia e che, nella cultura popolare, sono spesso rappresentate in modo ridicolo, basti pensare, una fra tutte, alla madre suffragetta, svanita e stravagante, del disneyano Mary Poppins.

La storia della lotta per il voto non ha un andamento lineare: interessa maggiormente tre paesi, Francia, UK e USA, ma in tutti e tre subisce arresti e ricomincia più volte. I suoi inizi sono legati alle Rivoluzioni Francese e Americana, in richieste pubbliche e private.

Se in Francia Olympe de Gouges redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in America la prima richiesta è privata, nella lettera che Abigail Adams, moglie del futuro secondo presidente, John Adams (1797-1801), manda al marito nel 1776. Mentre Adams e gli altri padri fondatori sono al lavoro sulla Dichiarazione di Indipendenza, gli chiede infatti di “ricordarsi delle donne e di essere più generosi con esse di quanto non furono gli antenati”.

Qualche anno dopo, nel 1790, in UK, Mary Wollstonecraft è la prima ad avanzare la richiesta di voto per le donne con la pubblicazione della Rivendicazione dei diritti della donna.

Bisognerà invece aspettare il 1848 (19-20 luglio) per la prima richiesta pubblica negli Stati Uniti, formulata principalmente da Elizabeth Cady Stanton al primo congresso sui diritti delle donne tenuto a Seneca Falls. Una caratteristica della lotta per il suffragio in America è il suo legame alla causa abolizionista.

Gli anni ‘60 dell’Ottocento segnano avanzamenti e arresti nella lotta per il suffragio femminile da entrambi i lati dell’Atlantico. In UK sono due uomini in particolare che ripropongono la questione del voto alle donne, il filosofo economista John Stuart Mill e l’avvocato socialista Richard Pankhurst. In America, invece, l’approvazione del 14° e del 15° emendamento della Costituzione apre una controversia anche all’interno del movimento suffragista. Gli emendamenti in questione, infatti, riguardano i diritti di cittadinanza e definiscono i cittadini come uomini (14°) e proibiscono la negazione del diritto di voto sulla base del colore e della razza di un cittadino (15°). Il movimento si spacca su quest’ultimo, tra alcune (per es. Lucy Stone) che lo ritengono un primo passo utile per il riconoscimento anche dei diritti delle donne e altre (per es. le radicali Cady Stanton e Susan B. Anthony) che lo ritengono pericoloso.

La storia del movimento suffragista mostra dunque linguaggi e pratiche politiche diverse all’interno dei singoli paesi. I contrasti e le differenze non fermano tuttavia un movimento che, a differenza dell’Italia, in entrambi i paesi si può definire di massa. Tra le manifestazioni imponenti organizzate dalle organizzazioni per il suffragio, c’è la parata del 3 marzo 1913 a Washington, D.C., il giorno prima dell’arrivo del Presidente Woodrow Wilson per il suo insediamento. Il corteo è aperto dall’avvocata Inez Milholland, tutta vestita di bianco su un cavallo anch’esso bianco. Tra il 1917 e il 1918, più di 500 suffragette saranno arrestate durante i picchetti davanti alla Casa Bianca, in manifestazioni in cui accusavano il Presidente Wilson, impegnato nella guerra in Europa, di avere a cuore la libertà dei cittadini tedeschi ma di ignorare i diritti delle donne. Per questi picchetti, in realtà di poche manifestanti, le attiviste sono accusate di ostacolare il traffico. In prigione, le donne praticavano lo sciopero della fame e venivano per questo alimentate a forza.

Anche in UK le manifestazioni diventano di massa, come si ha modo di vedere alla fine del film con le immagini di repertorio. Le tecniche adottate qui, e prese in prestito dalle giovani attiviste americane, sono a volte anche violente: allo sciopero della fame si unisce la disobbedienza civile.  Si tratta di una violenza, tuttavia, che non è mai rivolta alle persone, se non alle suffragette stesse (che rischiano la vita), bensì alla proprietà, con la rottura di vetrine e gli attentati a luoghi simbolici come la casa in costruzione dell’allora Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George.

Ma la violenza maggiore che caratterizza la lotta al suffragio femminile è quella subita dalle donne, come il film di Sarah Gavron ben racconta. Non è solo la violenza fisica della polizia sulle manifestanti, ma è anche la violenza dell’alimentazione forzata. Emily Wilding Davison, uno dei personaggi realmente esistiti del film, viene arrestata, a volte rilasciata, nove volte imprigionata. In questi “soggiorni” in prigione, viene alimentata forzatamente 49 volte; tanto che il governo, accusato per i metodi brutali, è costretto a far passare una legge che viene soprannominata “Cat & Mouse Act”, che nel nomignolo ricorda la natura del gioco tra animali: una volta arrestate, le donne fanno lo sciopero della fame; vengono quindi rilasciate perché troppo deboli; appena si rimettono in salute vengono nuovamente arrestate.

Ma soprattutto si tratta anche di una violenza psicologica, tra intimidazioni e abusi, come quelli subiti da Maud, personaggio di fantasia che per la regista rappresenta un insieme di più donne. Attraverso il suo punto di vista e la sua storia, si assiste alla sua progressiva presa di coscienza, che ci ricorda come la lotta per ottenere il voto sia anche — nelle parole di Anna Rossi Doria —“un pezzo di progetto generale di rivendicazione di dignità e di autonomia femminili” (La libertà delle donne, Torino, 1990, p. 272).

Si è detto che il film colma un vuoto di memoria, racconta ciò che troppo spesso non viene studiato a scuola. Ma è anche importante perché film come questi danno forza e maggiore visibilità ad iniziative come la recente campagna di sensibilizzazione contro l’astensionismo giovanile e femminile in particolare, #xxvote, del gruppo Youth Media Agency. Con il motto, “if you don’t vote, you won’t matter” (se non voti, non conti), un gruppo di giovani donne ha prodotto un cortometraggio di poco più di tre minuti che ci ricorda l’importanza di esercitare il nostro diritto al voto, conquistato così duramente dalle donne (http://www.youthmediaagency.org.uk/xxvote-1/).

di THOMAS PIKETTY

Anthony Atkinson occupa un posto speciale fra gli economisti. Nell’ultimo mezzo secolo, a dispetto delle tendenze dominanti, è riuscito a collocare il tema della disuguaglianza al centro del suo lavoro, dimostrando che l’economia è anzitutto e soprattutto una scienza sociale e morale. Nel suo nuovo libro, “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?” – più personale dei suoi precedenti e totalmente centrato su un piano d’azione – ci offre le linee guida di un nuovo radicale riformismo. Qui c’è qualcosa che ricorda il riformismo sociale progressista del britannico William Beveridge e il lettore potrà godersi il modo in cui Atkinson presenta le sue idee.

Atkinson, studioso inglese la cui prudenza è leggendaria, rivela un lato più umano, si butta nella disputa e presenta un elenco di proposte concrete, innovative e convincenti per dimostrare che le alternative esistono ancora, che la battaglia per il progresso sociale e l’uguaglianza deve rivendicare la propria legittimità, qui e ora. Propone benefici universali per le famiglie finanziati dal gettito di una tassazione progressiva. Difende anche l’idea di posti di lavoro garantiti nel settore pubblico a salario minimo per i disoccupati e la democratizzazione dell’accesso alla proprietà di beni attraverso un innovativo sistema nazionale di risparmio, con rendimenti garantiti per i depositanti. In “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?”, Atkinson lascia il terreno della ricerca accademica e si avventura nel campo dell’azione e dell’intervento pubblico. Così facendo, ritorna al ruolo dell’intellettuale pubblico, che non ha mai davvero abbandonato, sin dagli inizi della sua carriera. Si assume dei rischi e propone un vero piano d’azione. Atkinson traccia distinzioni e prende posizione in modo assai più drastico di quello che in genere la sua innata cautela lo induce a fare. Non ha scritto un libro divertente, ma nelle sue pagine troviamo l’ironia mordace che i suoi studenti e colleghi conoscono bene.

L’idea di tornare a una struttura fiscale più progressiva ha un ruolo decisamente importante nel piano d’azione proposto da Atkinson. L’economista non lascia alcun dubbio: lo spettacolare abbassamento delle aliquote fiscali per i redditi più alti ha contribuito fortemente all’aumento della disuguaglianza a partire dagli anni Ottanta, senza produrre benefici corrispondenti per la società nel suo complesso. Perciò non dobbiamo perdere tempo, dobbiamo invece buttare alle ortiche il tabù secondo il quale i tassi d’imposta marginali non devono mai superare il 50 per cento. Atkinson propone una riforma di vasta portata dell’imposta britannica sui redditi, con aliquote massime innalzate al 55 per cento per redditi annui superiori alle 100.000 sterline e al 65 per cento per quelli al di sopra delle 200.000, oltre a un innalzamento del tetto per i contributi alla previdenza nazionale. Tutto questo renderebbe possibile finanziare una significativa espansione della sicurezza sociale e del sistema di ridistribuzione dei redditi in Gran Bretagna, in particolare con un netto aumento dei benefici per le famiglie (che raddoppierebbero, addirittura quadruplicherebbero in una delle varianti proposte) e anche con un aumento dei benefici pensionistici e per la disoccupazione per quanti hanno minori risorse.

Se queste proposte, giustificate statisticamente e finanziate dal gettito fiscale, venissero adottate, si verificherebbe una caduta significativa dei livelli di disuguaglianza e povertà nel Regno Unito. Secondo le simulazioni, quei livelli scenderebbero dai loro attuali valori quasi americani fino al punto di avvicinarsi alle medie dei Paesi europei e dell’Ocse. Questo è l’obiettivo centrale del primo gruppo di proposte di Atkinson: non si può pretendere tutto dalla ridistribuzione fiscale, ma è comunque da lì che si deve partire.

Il piano d’azione di Atkinson però non si ferma qui. Al centro del suo programma sta una serie di proposte che puntano a trasformare lo stesso funzionamento dei mercati del lavoro e del capitale, introducendo nuovi diritti per quelli che oggi ne hanno di meno. Anziché scendere nel dettaglio delle proposte, voglio concentrarmi in particolare sul problema del più ampio accesso a capitale e proprietà. Atkinson qui presenta due idee particolarmente innovative. Da un lato, richiede la costituzione di un programma nazionale di risparmio che consenta a ogni risparmiatore di ricevere un rendimento garantito sul proprio capitale (al di sotto di una certa soglia di capitale individuale). Data la fortissima disuguaglianza di accesso a equi rendimenti finanziari, in conseguenza soprattutto della scala degli investimenti da cui una persona parte (situazione che con tutta probabilità è stata aggravata dalla deregulation finanziaria degli ultimi decenni), trovo questa proposta particolarmente valida. Nella prospettiva di Atkinson, essa è strettamente collegata al più ampio problema di un nuovo approccio alla proprietà pubblica e al possibile sviluppo di una nuova forma di fondo patrimoniale sovrano. L’autorità pubblica non può rassegnarsi a continuare semplicemente ad accumulare debiti su debiti e a privatizzare incessantemente tutto ciò che possiede.

D’altro lato, accanto a questo programma di risparmio garantito e assicurato, Atkinson propone di istituire una “eredità per tutti”, che assumerebbe la forma di una dotazione di capitale assegnata a ogni giovane cittadino/a al raggiungimento dell’età adulta, cioè al compimento dei diciotto anni. Questa dotazione sarebbe finanziata da imposte sugli immobili e da una struttura fiscale più progressiva. L’unica critica che si può muovere al piano d’azione di Atkinson è la sua eccessiva concentrazione sulla Gran Bretagna. Tutte le sue proposte sociali, fiscali e di bilancio sono concepite per un governo britannico e lo spazio dedicato alle questioni internazionali è relativamente limitato. Per esempio, solleva brevemente l’idea di un’imposta minima sulle grandi multinazionali, ma poi la possibilità di una tale imposta è confinata alla categoria delle “idee da perseguire”, senza alcuna proposta concreta. Considerato il ruolo centrale che ha il Regno Unito nella concorrenza fiscale europea, oltre che nella mappa mondiale dei paradisi fiscali, ci si sarebbe aspettati una trattazione più rilevante di proposte per la definizione di una tassazione comune sui profitti, oppure per lo sviluppo di un registro mondiale (o almeno euro- americano) dei titoli finanziari. Atkinson allude chiaramente a questi aspetti, così come alla creazione di una “Autorità fiscale mondiale” e al possibile aumento degli aiuti internazionali all’1 per cento del Pil, ma vi dedica meno attenzione che alle proposte strettamente attinenti al Regno Unito.

Questo stesso limite, tuttavia, costituisce anche il principale punto di forza del libro. Atkinson ci dice che i governi, anche se hanno timori, non hanno alcuna reale scusa per l’inazione, perché è ancora possibile agire su una base nazionale. Il nucleo centrale del piano d’azione proposto da Atkinson potrebbe essere realizzato nel Regno Unito senza doversi preoccupare di aspettare fumose prospettive di cooperazione internazionale. Se è per quello, potrebbero essere adattate e applicate anche in altri Paesi.

(Traduzione di Virginio B. Sala)

IL LIBRO Anthony Atkinson: Disuguaglianza Che cosa si può fare? (Raffaello Cortina, pagg. 392, euro 26)

 

FONTE REPUBBLICA.IT

fedgennaio21

Mercoledì  27 Gennaio 2016 alle ore 21 presso il Centro per la Pace Annalena Tonelli si terrà nella ricorrenza del  71°  anniversario della fondazione dell’AFE ( Associazione Federalisti Europei) un incontro – dibattito ( come da volantino allegato). L’AFE  tenne la sua Assemblea inaugurale  a Firenze il 27 gennaio del 1945, quindi pochi mesi dopo la liberazione della città avvenuta nell’Agosto del 1944 e nello stesso giorno in cui avveniva ad opera dell’Armata Rossa la liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz .La relazione di apertura fu tenuta dal  principale  animatore dell’AFE  il pittore romagnolo Paride Baccarini, che era figlio di genitori lughesi, ferventi mazziniani, trasferitisi a Roma per ragioni di lavoro. La cerimonia ebbe luogo nella sala del Cenacolo dell’Accademia, con una folta partecipazione di pubblico.

In allegato il volantino dell’evento

 

Bologna, martedì 19 gennaio 2016
Fondazione Gramsci Emilia-Romagna
Sala Convegni, via Mentana 2
Ore 17.00

Incontro di discussione intorno al volume

** Il “modello emiliano” nella storia d’Italia

Tra culture politiche e pratiche di governo locale
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a cura di Carlo De Maria

(Bradypus Editore, 2014)

La discussione verrà animata dal Gruppo di ricerca sulla storia del Pci
della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, coordinato da Paolo Capuzzo.
Saranno presenti il curatore e alcuni autori del volume.

Invito alla discussione [jpg
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]

Il “modello emiliano” nella storia d’Italia

Testi di: Emanuele Bernardi, Eloisa Betti,
Vanni Bulgarelli, Sante Cruciani, Carlo De Maria,
Alberto Ferraboschi, Oscar Gaspari,
Sebastiano Giordani, Tito Menzani, Fabio Montella,
Alberto Rinaldi, Antonio Senta, Matteo Troilo

Il volume è uscito nella collana di Clionet “OttocentoDuemila”

– La scheda editoriale è disponibile cliccando qui
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– Il libro è scaricabile gratuitamente in pdf
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– Oppure lo si può acquistare in edizione cartacea (info
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A poche ore dalla chiusura della COP 21 di Parigi ci incontriamo sabato 12 dicembre alle ore 10.00 al Centro Pace per fare il punto della situazione e cercare di capire quali strategie adottare e quali soluzioni proporre nel prossimo futuro per cercare di affrontare i  problemi legati ai cambiamenti climatici.

L’incontro si terrà a Forlì , sabato 12 novembre 2015 con inizio  alle ore 10, presso il Centro per la Pace Annalena Tonelli in Via F. Andrelini 59, sul tema : “Dopo la COP 21 sul clima di Parigi  – Quale futuro per il genere umano ? “

Dopo la COP 21 di Parigi  - sabato 12 dicembre 2015 ore 10 - Centro Pace - Forlì

 

di Thomas Casadei

Il 33° Torino Film Festival si è aperto con “Suffragette”, il film di Sarah Gavron sugli anni della lotta per l’emancipazione femminile nel Regno Unito, alla vigilia della prima guerra mondiale
[http://www.mymovies.it/film/2015/suffragette/].

Per l’uscita italiana bisognerà aspettare la primavera del 2016, ma intanto per farsi un’idea si può consultare in rete una grande quantità di documenti audiovisivi d’epoca sulla dura lotta per il suffragio universale e i diritti delle donne.

Qui un interessante articolo apparso su “Internazionale” e il trailer del film
http://www.internazionale.it//torino-film-festival-suffrag….

Grazie all’editore Castelvecchi è ora disponibile anche la biografia di Emmeline Pankhurst (1858-1928) – “Suffragette. La mia storia” – l’ispiratrice di una delle più dure battaglie per i diritti delle donne nella storia.

“A lungo e ingenuamente sono state immaginate come un pugno di borghesi gentili che bevono tè e sfilano gioiose dentro le loro camicette bianche impreziosite con fiori freschi e fasce di seta sul petto. Sarah Gavron le rivela invece per quello che le suffragette furono davvero, un piccolo esercito armato di operaie pronte a sabotare le loro città, a infrangere vetrine a colpi di pietra, a boicottare linee telefoniche e a collocare bombe in edifici rappresentativi [ndr: VUOTI], ad attuare estenuanti scioperi della fame. Questa secondo la regista inglese è la vera storia delle suffragette, quella che la stampa dell’epoca si guardò bene dal raccontare, quella che ancora ci si guarda bene dal raccontare nelle
scuole”.

Nei prossimi mesi, come Istituto Gramsci di Forlì, promuoveremo iniziative su questa storia per affrontare, anche con riferimento al contesto odierno, i temi decisivi dell’uguaglianza e della parità tra i sessi, del contrasto alle molestie sessuali, del diritto all’istruzione e ad un salario equo per tutte e tutti.

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