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di Geminello Preterossi

E’ molto difficile parlare ora di Stefano Rodotà: l’emozione è troppo forte, per la perdita di una persona rara, preziosa, a cui vogliamo troppo bene; uno studioso vero la cui parola era sempre fonte di orientamento civile certo. E poi le cose da dire sono molte, troppe. Diciamo che dovremo confrontarci ancora a lungo con il suo straordinario, vitalissimo lascito culturale e politico. Ed è quello che faremo: ad esempio in quell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cui è stato così vicino, per una sorta di istintiva familiarità con lo spirito democratico-radicale di Marotta. Nel febbraio scorso aveva partecipato a una giornata di studi sui beni comuni a Palazzo Serra di Cassano, costruita intorno a lui, durante la quale per l’ennesima volta aveva mostrato la sua generosità e curiosità intellettuale. Ne sta per uscire una pubblicazione a più mani, a cui ha lavorato fino all’ultimo.

Stefano concepiva il tema dei diritti come decisivo per il futuro. Ma era alieno da una concezione “proprietaria” dei medesimi, come sovranità dell’individuo atomizzato e indifferente ai legami sociali. All’opposto, sapeva che senza diritti sociali, e senza solidarietà come principio politica di convivenza, non c’è possibilità di realizzazione piena ed eguale dei diritti dei singoli. La sua stella polare era la “pari dignità sociale”, di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione: ovvero una libertà in relazione, possibilità reale per tutti. Diritti sociali e civili in questo senso debbono camminare di pari passo, non c’è motivo perché non sia così. E’ insensato pensare che gli uni possano espandersi a scapito degli altri (e infatti le grandi stagioni dell’affermazione e della costruzione delle garanzie dei diritti hanno visto il successo delle lotte su entrambi i fronti). La stessa Europa, o è un’unione politica della solidarietà, o è destinata a fallire rovinosamente. Oggi la Carta dei diritti di Nizza, cui Rodotà aveva dato un rilevante contributo, è stata riposta in un cassetto: basta guardare alle concrete politiche economiche e sociali portate avanti dall’eurocrazia di Bruxelles e Francoforte. Il costituzionalismo dei bisogni, pensava Stefano, può essere rilanciato solo se cammina sulle gambe di soggettività incarnate e agonistiche. Quindi deve essere innanzitutto la politica – dal basso come istituzionale, tanto informale quanto mediata dai corpi intermedi – a dare corpo ai diritti (e al diritto). Ciò è possibile solo se è animata da una cultura solida, profonda, critica, aliena dai luoghi comuni.

Per Rodotà la democrazia è partecipazione. Sapeva bene che il tema delle classi dirigenti, della loro formazione e della loro credibilità, è decisivo. Ma rigettava le visioni elitiste, che svalutano i movimenti sociali, e sostanzialmente non credono nell’ambizioso progetto del costituzionalismo sociale e democratico: cioè nella lotta per la liberazione umana possibile, attraverso la civilizzazione del potere e l’azione istituzionale di contrasto all’esclusione e alla discriminazione. Per questo non bisogna diffidare del “popolo”: alieno da semplificazioni “populiste” o antipolitiche, Rodotà sapeva bene che il riconoscimento dei cittadini bisogna guadagnarselo tutti i giorni, e che c’è un bisogno di coinvolgimento, di presa di parola, cui è vitale corrispondere nelle società pluraliste. Naturalmente, senza plebiscitarismi di nessun genere. L’alternativa alla scommessa nella partecipazione, alla ripoliticizzazione della società, è una stretta verticale, oligarchica del potere, che serve solo a difendere un bunker escludente: l’opposto di una prospettiva di sinistra.

Alcune immagini vengono in mente, legate anche a quel suo modo di raccontare così coinvolgente: la battaglia della scala mobile accanto a Berlinguer, a difesa del lavoro, avendo intuito che lì partiva in Italia la controrivoluzione che avrebbe minato fino a spazzarle via le conquiste del costituzionalismo sociale, producendo la grave crisi di legittimazione in cui siamo immersi; Stefano, che non era comunista, aveva capito benissimo (come Luciano Gallino) la portata della sfida che il neoliberismo portava alla qualità e alla tenuta delle nostre democrazie. La lotta accanto alla Fiom contro il potere prevaricante della Fiat di Marchionne (in solitudine, perché gli eredi della sinistra di un tempo si voltavano dall’altra parte, non capendo la rilevanza di ciò che era in gioco – la dignità di chi lavora -, o preferendo cinicamente non entrare in rotta di collisione con i nuovi assetti di potere del capitalismo finanziario). Oppure quando organizzò in Campidoglio, su richiesta di Petroselli, un convegno – “eretico” per quei tempi – sui diritti degli omosessuali: segno di quell’apertura alle nuove istanze della società che nei momenti migliori il PCI di Berlinguer seppe coltivare. O la battaglia vinta – e poi tradita da (quasi) tutta la politica ufficiale – nel referendum per l’acqua bene comune. Infine la fermezza affilata con la quale ribadiva i concetti cardine del costituzionalismo contro la pochezza arruffona che ha animato il progetto Renzi-Boschi di controriforma della nostra Carta, anche questo bocciato dal basso il 4 dicembre scorso, in una felice saldatura tra ceti popolari (sui quali morde la nuova questione sociale) e minoranze intellettuali coraggiose: uno spartiacque, una grande energia politica potenziale, che dovremmo trovare il modo di raccogliere.

Rodotà aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Testimoniato in tante occasioni, come ad esempio in quella del Festival del diritto di Piacenza, un evento organizzato insieme alla Laterza, a cui si era dedicato con incredibile slancio. Non sorprendeva, quella facilità di entrare in rapporto con tutti, e soprattutto la curiosità per il nuovo: avendo lui stesso una luce limpida, da eterno ragazzo, negli occhi, che non ho mai visto in nessun altro. Una luce che esprimeva una fiducia lucida e ferma nell’avanzamento umanistico delle forme di convivenza, pur nella consapevolezza degli ostacoli che incontra e del profondo lavoro culturale che implica. Stefano era un uomo fermissimo e dolce, dal tratto naturalmente gentile, elegante. Nel meditare a lungo il suo insegnamento, riscopriremo continuamente, ne sono certo, quante strade inedite e feconde aveva intuito, e con quale ineguagliabile stile. Per questo lo sentiremo sempre accanto.

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