Referendum. Alcune riflessioni a margine della discussione di merito

referendumReferendum. Alcune riflessioni a margine della discussione di merito, cercando di seguire pensieri lunghi e ragionando a ruota libera con l’intento di non farsi risucchiare da ogni tipo di tifoseria.

1) Lo spirito costituente e le 2 camere paritarie. La rappresentazione della costituzione come compromesso uscito in una fase di inizio della guerra fredda.

La decisione delle 2 camere paritarie viene presentata come emblematica di un compromesso nato fra 2 soggetti che non si fidavano l’uno dell’altro. Considerazione interessante e senz’altro utile per cogliere una particolarità di quel contesto. Ma proprio per contestualizzare non si può non dare il giusto peso al fatto che dopo essere usciti da una guerra che aveva trovato un ricompattamento ed un momento di riscatto, c’era anche la ricerca del come fare i conti con la fase precedente (della dittatura fascista), con la necessità non solo di chiuderla ma di dare inizio ad una nuova fase in cui era vivo il sentimento condiviso di attrezzarsi con regole che potessero essere un argine davvero forte per impedire il ripetersi della fase precedente. Non è un caso che in Germania e in Italia, pur con modelli diversi, si sia presa la strada della Repubblica Parlamentare e del sistema proporzionale e non quella della Repubblica Presidenziale e del maggioritario. Era presente a tutti che bisognava costruire una democrazia in cui evitare che ci fosse un capo troppo ingombrante! Questo aspetto credo sia ancora un valido punto di riferimento.

In una prospettiva federalista, mi pare che il modello scelto dai tedeschi sia più avanzato.

2) il principio della divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo resta ancora importante?
Di fatto c’è un confronto di posizioni diverse che incrociano questo aspetto. Nei tempi della modernità e della globalizzazione  la velocità della decisione diventa più  importante, per qualcuno arriva a diventare  ancor più importante della qualità della decisione (dimenticando spesso che il modo con cui si arriva a decidere ha anche molto a che fare con la probabilità di potere poi mettere in pratica la decisione assunta): ne segue che l’assetto attuale è un impaccio e di fatto, anche se in modo non sempre esplicitamente dichiarato, il modello della Repubblica presidenziale piace di più e la manifestazione concreta è quella di produrre nei fatti un meccanismo che accentri i poteri nel capo del governo.
Mi pare che si possa dire che di fatto siamo già andati in quella direzione: quando la legge di revisione della Costituzione è proposta dal governo (che poi chiede pure la fiducia sulla legge elettorale!) di fatto il parlamento è già stato esautorato dal suo potere legislativo.
Vorrei osservare che  dopo 2 modifiche della Costituzione (2001 e 2005, la seconda non andata a buon fine) mi è difficile condividere la logica per cui si è  è continuato ad insistere sullo stesso metodo: se si cambiano le regole che valgono per tutti non è molto saggio che questo se lo intesti un governo! Alla Costituente i rappresentanti del governo non partecipavano! L’art. 138 prevede che la Costituzione possa essere modificata e definisce le modalità con cui farlo: saggezza vorrebbe che se si tratta di piccoli aspetti puntuali può essere opportuno procedere così ma se si mette mano a 1/3 degli articoli forse è meglio farlo con una costituente o in una forma in cui non sia un governo a poterselo intestare.

3) il tema del federalismo
I padri costituenti ebbero davvero una grande vision, molto lungimirante e con una capacità, unica, di inserire nella carta costituzionali dei principi che incorporavano anche un vero e proprio programma sociale. La rilettura dell’art.3 obbliga a chiedersi quanto ancora debba essere attuata la Costituzione. Ma, anche loro, erano pur figli del loro tempo. Nel mettere mano alla Costituzione, credo sia importante chiedersi quale vision bisognerebbe esprimere oggi, in un contesto profondamente cambiato e con l’Europa incompiuta di cui facciamo parte. Non mi pare che la discussione abbia approfondito sufficientemente tale tematica e la vision del come superare gli “anacronismi dei nazionalismi” e del come costruire un mondo più federalista. A tal riguardo ci sono questioni non banali: c’è da tornare a riflettere, ad esempio, sul come, nel 2012, abbiamo portato in Costituzione il vincolo di bilancio. Mi sembra di percepire che oggi c’è una riflessione abbastanza condivisa sul fatto che, se in una prospettiva di medio-lungo periodo è senz’altro corretto perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio, tale obbiettivo diventa invece un vincolo stupido guardando il breve periodo ed il modo con cui è stato approvato senza tener conto dell’andamento del ciclo economico e della necessità di avere un raggio di sterzata più ampio per poter fare anche degli investimenti. Come rimodularlo? Come stare dentro l’Europa e come tutto ciò ha a che fare con la nostra Carta Costituzionale?
Il ragionare sul come far vivere la sussidiarietà e la solidarietà mi pare un tema chiave andando anche oltre l’orizzonte del paese. Mi chiedo se la discussione e la proposta sono state di livello adeguato: so che  la comparazione con i padri costituenti non si può fare ma è del tutto evidente la diversa qualità della rappresentanza!
Il tema del come si vive in un mondo globalizzato chiama in causa l’idea di andare oltre l’Europa e di avere delle istituzioni mondo e questo si può pensare solo facendo avanzare un pensiero ed una pratica di un federalismo più avanzato. Non è un tema facile perché non ci sono perimetri dei problemi definibili a priori e coincidenti con i perimetri istituzionali attuali. Mi pare un aspetto significativo della complessità del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Per tornare al nostro paese, avverto uno sbandamento esagerato: dal clima federalista del 2001 si percepisce una contro sterzata che denota scarso equilibrio nel guardare al come si devono cambiare i fondamentali. Oltretutto non mi pare che ci sia una evidenza di una superiore capacità di efficienza delle strutture statali: che, peraltro, sono parte dei problemi che abbiamo. Molti aspetti della legislazione concorrente hanno generato problemi non solo per limiti delle Regioni ma, ancor di più, per una mancanza di adeguatezza dell’intervento statale (in molti casi in cui pur poteva intervenire non ha svolto il ruolo che pur poteva svolgere). La logica con cui risolvere il problema della legislazione concorrente riportando le decisioni in capo allo stato quale idea di partecipazione e di concertazione tra autonomie locali e stato  viene ad esprimere?

4) Le regole del gioco e la sostanza del cambiamento. Una illusione crudele?
Questa Costituzione ha oggi circa 70 anni. Con questa costituzione abbiamo vissuto un periodo lungo di crescita (i 30 anni gloriosi del dopo guerra) e poi ci siamo arenati nelle secche della prima Repubblica nell’ambito di una fase di crisi economica e di corruzione. In quella fase è nato il tema della governabilità.
L’ingegneria istituzionale è diventata preminente sulla sostanza del cambiamento che si può cercare di realizzare. E questo mi pare un aspetto di riflessione severa per tutti e, in particolare, per una parte del fronte del NO.
La debolezza delle idee e l’incapacità delle persone non si può superare per legge!
A proposito del fatto che i nostri guai siano imputabili solo alla instabilità governativa (cosa che è pur vera ma non è causa unica e principale dei nostri guai) vorrei ricordare per inciso che, statisticamente parlando, la durata media dei governi dopo il 1992 non è stata più breve di quelli del periodo del primo dopo guerra. E guardando la traiettoria percorsa, sul piano del rinnovamento della politica cosa ci è successo? E’ sconfortante il dover prendere atto che la battaglia delle idee è stata sostituita dalla battaglia personale! La crisi dei partiti viene superata andando verso il partito personale?
Questo è accaduto contestualmente ad una nuova situazione del mondo: una fase chiamata post-ideologica, dove la fine della guerra fredda ci ha portato in una situazione di pensiero unico che ci ha regalato poi la crisi più grave da un secolo a questa parte. Un fase in cui è avvenuto un significativo incremento delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi.
Il tema della governabilità, agitato in questo modo, mi pare una “illusione crudele”: non essendo capaci di generare pensiero e pratiche più civili, più eque, con meno corruzione e più lungimiranti ci si fa abbagliare da una narrazione che assegna alle regole un potere miracoloso che, inevitabilmente, non possono avere.
Non perché le forme non abbiano una loro importanza e che non debbano essere rivedute e corrette nel tempo ma perché bisogna dare ai diversi fattori i pesi specifici appropriati e non ci si può illudere che un posto più civile venga fuori solo perché cambiamo le regole del gioco in senso maggioritario. Temo che chi carica di troppe aspettative queste cose sarà condannato ad una disillusione che potrà avvenire solo dopo aver pagato prezzi durissimi.
Nel frattempo, nel prorompere della globalizzazione si generano dei corto-circuiti fortissimi tra sistemi di valori diversi (il mondo è plurale) e diventa molto più complesso il cercare di praticare quei valori universali che una parte maggioritaria del mondo ha pur dichiarato. E una delle difficoltà del come far vivere una democrazia più avanzata è quella del come si fa a prendere delle decisioni tenendo conto delle minoranze e senza cadere in quella che viene definita la “dittatura della maggioranza”. Il tema dei diritti civili è un ambito emblematico.
E allora, cambiamo pure delle regole (il superamento del bicameralismo paritario e l’istituzione di una camera delle Regioni mi pare sia, tutto sommato, qualcosa che è largamente diffuso sia sul fronte del SI che sul fronte del NO), ma credo che sia molto più importante tornare a re-interrogarci con più forza sul come si fa a rinnovare la capacità del fare politica. Mi pare che per farlo sia necessario cercare di conquistare una rinnovata pensabilità del mondo e del come si fanno convivere le diversità cercando di ridurre le disuguaglianze sociali. Per dirla con Bobbio: cercare di chiedersi come si fa a tenere insieme libertà e uguaglianza. Dovrebbe essere questo un approccio che caratterizza ancora la distinzione tra destra e sinistra.

16/11/2016 Roberto Camporesi

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