Archivi per la categoria ‘Sguardi sul mondo’

Riceviamo e inoltriamo dal Centro Pace di Forlì:

Martedì 6 dicembre 2016

ore 20 – inaugurazione del Centro Pace “ristrutturato” con la presenza del Sindaco e Presidente della Provincia di
Forlì-Cesena *Davide Drei

ore 21 – iniziativa di celebrazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, organizzata in collaborazione con Amnesty International, con la presentazione del libro del prof. Thomas Casadei “Il rovescio dei Diritti Umani ”

 

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Riceviamo dalla Prof.ssa Maria Laura Lanzillo, componente del Comitato scientifico dell’Istituto Gramsci, e con piacere inoltriamo, l’iniziativa “USA 2016 – Le elezioni americane, spiegate bene” che si terrà Giovedì 13 ottobre 2016 – ore 19, presso l’ Aula 1 del Teaching Hub – Campus di Forlì in Viale Filippo Corridoni, 20 – Forlì

Una serata per cercare di capire le storie, i protagonisti, i temi del dibattito politico americano con tre esperti di comunicazione politica: Francesco Costa (vicedirettore del “Post”), Giovanni Diamanti (YouTrend) e Lorenzo Pregliasco (YouTrend).

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Tavola rotonda e dibattito pubblico: “Comunicare il terrore”. La propaganda digitale dell’IS e le nuove sfide alla sicurezza democratica

LocandinaComunicareTerrore

«Non concentriamoci su come pensiamo di essere, ma su come siamo percepiti». E, «non potremo mai più essere i più grandi, ma potremmo essere i migliori». In queste due proposizioni di Tony Blair può essere riassunta l’azione riformatrice del leader laburista rispetto alla visione del suo partito, nel primo caso; e al progetto sociale ed economico di rilancio della Gran Bretagna, nel secondo.

Dopo quasi vent’anni dal 1 maggio del 1997 è opportuno rileggere le vicende che hanno attraversato la più longeva esperienza riformista del contesto europeo: dopo quattro sconfitte consecutive e diciotto anni di dominio conservatore, Blair, alla guida del partito laburista dal 1994, ottiene una storica ed eclatante (in voti e seggi) vittoria, riportando il Labour alla guida di Downing Street. Dove resterà fino al 2010, dopo la successione Gordon Brown-Tony Blair del 2007.

Per analizzare in forma compiuta e scevra da condizionamenti ideologici preconcetti una tale extra ordinaria vicenda politica, elettorale, sociale ed economica, è assai utile leggere il volume di Florence Faucher e Patrick Le Galès, meritoriamente edito in versione italiana da Franco Angeli. L’esperienza del New Labour è un agile e denso testo che aiuta a individuare i fattori discriminanti che hanno reso possibile tale affermazione di leadership, governo e partito.

La giornata che celebrava la Festa dei Lavoratori coincise con il trionfo del partito nato dalla costola del sindacato, e da questo sostenuto, dal conflitto, dalla frattura tra capitale e lavoro, nella patria dell’industrialismo. Erano gli anni del Mito e della retorica sul Centrosinistra “mondiale”, sull’Ulivo mondiale, sulla Terza Via mondiale. Si trattava di una sovrapposizione concettuale terribile, posto che ciascun lemma rimanda(va) a prospettive politiche e programmatiche solo parzialmente e superficialmente simili. Ma, si sa, le suggestioni fanno presa e la vittoria della Gauche plurielle del calvinista Jospin qualche mese dopo la prestazione di Blair, preceduta dalla storica affermazione dei post-comunisti in Italia e del secondo mandato del Presidente Bill Clinton, fecero il resto. La maggioranza dei Paesi europei governati da governi progressisti. Il resto è Storia.

Senza nessuna velleità né volontà di riassumere il contenuto del testo, mi limito a riportare due aspetti cruciali nell’azione dei governi Blair. Due chiavi di lettura complementari e mutuamente dipendenti. La prima, relativa alla riforma del partito: da Labour a New Labour. Non solo una distinzione e differenziazione semantica, ma una sostanziale e cospicua rivisitazione e rifondazione del partito. Su basi ideologiche e organizzative nuove. Rinnovate in termini sostanziali e formali per rispondere a una visione diversa di politica e di politiche.

La leadership del New Labour risiede in parlamento. Succede così per i partiti britannici in genere, prova ne sia la sfiducia dei deputati (quelli che noi chiamiamo «gruppi parlamentari» sono il partito) nei confronti di Margaret Thatcher e dello stesso Blair. Conferma che nei contesti parlamentari è cruciale essere, e rimanere, leader del proprio gruppo, pena la defenestrazione politica. Senza tanti complimenti.

In ogni caso il punto focale, seconda chiave di lettura, è che la modernizzazione sostenuta da Blair e dai suoi collaboratori (Gordon Brown in testa) mira a un disegno strategico in cui il partito diventa strumento per l’attuazione di riforme in un progetto a medio-lungo termine. Gli effetti delle politiche possono oggi essere analizzati in forma avalutativa e compiuta. Forse sarebbe il caso di ripetere l’operazione anche per i governi italiani, lasciandosi cioè alle spalle l’ansia della valutazione partigiana per ri-stabilire i giusti contorni di vicende complesse. Conoscere per decidere, raccogliere dati e informazioni su un lasso di tempo medio-lungo, altrimenti l’analisi scade nella cronaca corrente.

Viceversa, il volume di Faucher e Le Galès riporta con grande accuratezza i dati macro-economici, ma anche i dettagli relativi agli effetti controversi delle singole politiche. Frutto di discussioni, approfondimenti, analisi accurate dello staff governativo che adotta un approccio «razionalista» e votato ai paradigmi del New Public Management: lo Stato non è più erogatore di servizi universali, ma si fa garante della regolazione e competizione tra soggetti, spesso privati, che forniscono prestazioni in vari settori sociali ed economici.

Emerge una Great Britain che (forse) non ti aspetti: il Paese con la maggiore povertà tra minori (con condizioni, mutatis mutandis, che però sono “simili” a quelle raccontate magistralmente dal Dickens di Oliver Twist). Anche perché le politiche familiari sono molto deboli e le ragazze madri (single) sono una ferita non adeguatamente lenita dal welfare britannico. Ferita solo enunciata da Blair.

Il Ken Loach di Piovono pietre o di Riff-Raff. Povertà e violenza. Miseria e periferia, capitalismo selvaggio e assenza di sostegno governativo. Effetto in larga misura dell’azione promossa dalla Lady di ferro che si spese per una politica hands-off nelle vicende sociali: il mercato ri-stabilirà gli equilibri. È il trionfo del darwinismo sociale. The Spirit of ’45, ancora Loach, richiama quale fosse lo “spirito”, la visione politica che diede impulso per la nascita del Welfare State. Cui Blair e il New Labour non risponderanno con un nuovo «statalismo», ma con un’azione regolatrice dello Stato, benché gli investimenti statali furono cospicui specialmente in ambito sanitario e scolare. Tema dunque della disuguaglianza cui il New Labour ha tentato di dare una risposta su basi soggettive e mitigando gli effetti del capitalismo e non già in termini strutturali. La distanza tra i meno abbienti e i più ricchi è in parte diminuita, ma rimangono distanze abissali in un Paese tra i più diseguali al mondo.

La vittoria conservatrice del 2010 (si veda il testo di G. Baldini e J. Hopkin, La Gran Bretagna di Cameron) e la successione all’interno della leadership del New Labour aprono nuovi scenari e pongono il partito di fronte a nuove sfide, interne e internazionali. Per affrontare le quali, in ogni caso, la classe dirigente laburista dovrà «fare i conti» con gli anni dei governi Blair.La postfazione di Fabrizio Barca, al solito lucido e colto, mette in luce alcuni punti dolenti su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione e l’analisi della sinistra italiana. La quale però, secondo Barca, risiederebbe in un soggetto che solo tangenzialmente corrisponde all’attuale (leadership del) Partito democratico. E’ evidente che i temi di discussione sono ampi e densi e confermano l’utilità del volume in oggetto per approfondimenti futuri.

La opportuna e meritoria scelta di una edizione italiana – la cui traduzione risulta a volte claudicante e con troppi refusi – è indubbiamente uno strumento che i distratti e a volte troppo casarecci politici nostrani farebbero bene a sfogliare. Per capire, per comprendere e comparare. Anziché utilizzare come una clava la vicenda dei governi guidati da Blair per criticare in forma preconcetta quanti volessero ispirarsi a quel «modello», o viceversa farne un feticcio da citare di tanto in tanto. Inevitabili le ripercussioni sul dibattito in Italia: sarebbe opportuno discuterne. Le similitudini tra Renzi e Blair: molto simili e molto diversi. Blair ha costruito la sua leadership all’interno del parlamento (deputato dal 1983) e del partito, Renzi all’esterno. Entrambi hanno tentato di svincolarsi dalla tutela del sindacato, anche se nei due paesi e nei due partiti di riferimento la questione è solo apparentemente simile. Le Unions erano (e in parte restano) potenti e influenti e da esse proveniva larga parte della leadership del partito, nonché fino al 90% dei fondi di cui questo disponeva. Nel caso italiano, nonostante la «cinghia di trasmissione» sovente evocata, la connessione Partito-sindacato è stata meno cogente: il sostegno della Cgil a Bersani è stato un colpo di coda di un modello al tramonto.

Blair ha rifondato il partito sia dal punto di vista organizzativo che ideologico (fino al 1994 la cosiddetta clausola n. 4 prevedeva la nazionalizzazione dell’economia), mentre Renzi ha implementato lo schema definito da Walter Veltroni al Lingotto e nello Statuto da questi promosso. In entrambi emerge chiara la volontà di forte personalizzazione della politica da non confondersi però con la presidenzializzazione. Il New Labour party è un partito socialdemocratico, così lo Statuto. Nel caso del PD Renzi è riuscito, in un quarto d’ora, a dirimere una questione che si trascinava da almeno l’ultimo lustro. Entrambi mirano a «rinnovare» il Paese, la sua economia e il partito che guidano. Sì, lo guidano anche mentre sono al governo, e non è un’anomalia. Semmai il contrario. Renzi non ha vinto (so far) tre elezioni consecutive, ma ha intrapreso un’azione riformatrice profonda che ha attivato un inedito conflitto con i sindacati, deliberatamente annoverati tra i «conservatori», al pari dei dissensi interni al partito. Proprio come fece Blair. Infine, sia Blair che Renzi sono stati a volte accusati di avere continuato le politiche portate avanti da Margaret Thatcher: nel caso dell’azione di governo laburista si tratta di una tra le interpretazioni (vedasi in dettaglio quanto riportato da Faucher e Le Galès), mentre nel caso di Renzi l’accusa sembra un po’ troppo ingenerosa e soprattutto prematura anche perché alcuni consiglieri del Presidente del Consiglio conoscono bene la differenza tra riformismo e conservazione, e non basta – anche se grida vendetta e rapido ravvedimento –  «bloccare» lo stipendio a infermieri e insegnanti fino al 2018 per essere considerati thatcheriani.

È dunque possibile redigere un «bilancio» dei governi Blair? Certamente, ma non in poche righe. Si tratta di una vicenda complessa, o meglio di un «esperimento» (così il titolo dell’edizione originale, frettolosamente tradotto come «esperienza»): un vero esperimento posto che le basi su cui si fondano le scelte delle politiche pubbliche rimandano a indicatori «scientifici», a deliberate decisioni razionali, a un approccio da pianificazione sociale, di centralizzazione nelle mani del governo. L’assunto dello staff, altamente qualificato non solo in ambito di comunicazione politica e spin, è che esistano delle good practices che possono essere reiterate, emulate ed esportate. Punti di forza e di debolezza. La riduzione, parziale, della disuguaglianza, gli investimenti nel servizio sanitario nazionale dopo la drastica azione depauperatrice di Miss Thatcher, e ancora gli investimenti nella scuola e la riduzione del debito pubblico. Ma anche alcuni artifici contabili nel bilancio dello Stato ad opera del Cancelliere dello Scacchiere, e il finanziamento opaco delle attività di partito dopo l’affrancamento dalle Unions. Nonché la vera e propria onta della guerra all’Iraq nel 2003 (il dissenso all’interno del New Labour ci fu: oltre 100 deputati si alzarono in piedi manifestando la propria opposizione. Senza scagliare oggetti o regolamenti parlamentari, come avviene nello Stivale. Stili, e culture, diversi).

Attingere a fonti quali quella offerta da Faucher e Le Galès è opportuno e proficuo per il dibattito. Per chi volesse intendere e per chi volesse sperimentare.

 

Articolo originale: http://www.gianlucapassarelli.it/wp/scritto-detto/il-blairismo-riformismo-o-conservazione/

Martedì 4 novembre alle ore 21, Conferenza dibattito sul tema: GLOBALIZZARE LA DEMOCRAZIA, VERSO UN PARLAMENTO MONDIALE, presso l’Hotel della Città, Corso della Repubblica,117, Forlì

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Giovedì 22 maggio alle ore 21 al Centro pace si parla di Stati Uniti d’Europa. Dialoghi, commenti e ricordi per: Carlo e Nello Rosselli, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli.

 

Locandina Stati uniti d'Europa

Metamuseum of second lifestyle. Un ambiente con sculture “mostruose” dove gli scarti suggeriscono nuovi punti di vista, legami e s-legami.

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Martedì 8 aprile 2014 il Cinema Teatro Verdi in collaborazione con Istituto Gramsci Forlì e UDI Forlì, presenta il film Hannah Arendt della regista Margarethe von Trotta.


Il film ripercorre parte della vita della filosofa, in particolare gli anni che vanno dal 1961 al 1964 in cui Arendt assiste, a Gerusalemme, al processo contro il nazista Adolf Eichmann.

Arendt è determinata a riferire del processo: da una parte, trova l’appoggio di William Shawn, il direttore della rivista The New Yorker per cui lavora; dall’altra, la perplessità del marito Heinrich Blücher preoccupato per le emozioni che potrebbero assalirla durante il processo.
Una volta a Gerusalemme, Arendt scopre qualcosa che la sconvolgerà: Eichmann è un uomo “normale”, anzi forse addirittura mediocre e la sua immagine non corrisponde affatto a quella di un mostro i cui ordini hanno portato alla morte migliaia e migliaia di persone.

Arendt torna a New York e si dedica anima e corpo alla stesura del reportage “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme ” che, una volta pubblicato sul The New Yorker, provocherà uno ampia dscussione e polemica internazionale.

Si tratta di una storia difficile da rielabolare a livello cinematografico. La scelta della regista è stata quella di accostare, intrecciare, fondere la vita quotidiana e l’umanità di Arendt con le sfere del pensiero filosofico. Nel film si cerca di descrivere la riflessione arendtiana sul totalitarismo ma ciò va in tensione con quanto Arendt scopre: quelli che dovrebbero essere i gerarchi del male si presentano come cittadini comuni che non riflettono sul contenuto delle regole ma le applicano incondizionatamente.

Il vero antidoto al male non è più il mero possesso di un buon sistema di valori ma è invece l’uso del pensiero, il giudizio su se stessi come incapacità di vivere dopo aver commesso un’atrocità.

di Laura Operti

Madiba è il nome che ha dato a Nelson Rolihalahla Mandela la tribù Xhosa cui apparteneva. Mandela se n’è andato, tutto il mondo lo piange e i giornali ne ricordano le grandi qualità politiche e umane che ha lasciato in dono al Sudafrica e all’umanità intera. Presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999, dopo 27 anni di detenzione, premio Nobel per la pace nel 1993. Vogliamo ricordarlo come espressione tra le più alte del pensiero nonviolento in particolare per l’istituzione della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, TRC, Truth and Riconciliation Commission presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, tra il dicembre 1995 e l’estate 1998.

I lavori della Commissione svelano i crimini compiuti nel regime dell’Apartheid ai danni della popolazione nera del Sudafrica per oltre cinquant’anni. Ma si scongiura un bagno di sangue mettendo i colpevoli di fronte alle vittime. Ai primi si chiede la verità sui crimini commessi, ai secondi l’autorizzazione al perdono con conseguente amnistia per i colpevoli. Ci furono ventimila vittime e ottomila richieste di amnistia per i colpevoli. Il pensiero di questi anni, che seguirono una prima fase della vita in cui Mandela non aveva rifiutato la lotta armata, fu che solo l’armonia tra i cittadini può essere la base di un vero stato democratico.

Perdono e riconciliazione, oltre la vendetta e il dolore. Come ha scritto Zvetan Todorov sull’Avvenire del 7 dicembre 2013 “Mandela è stato un uomo capace di introdurre la saggezza nella vita politica “.

La storia di questa Commissione è esemplarmente raccontata nel libro Terra del mio sangue della giornalista sudafricana Antjie Krog, Nutrimenti ed., Roma, 2006. Altro testo fondamentale uscito nel 2010 è l’autobiografia di Mandela, Io Nelson Mandela, Conversazioni con me stesso, Sperling&Kupfer, Milano, 2010. La prefazione è di Barack Obama .

Non si può non fermarsi a cogliere il legame tra queste due figure, Mandela e Obama, pur con tutte le grandi distanze che li separano. Scrive su Repubblica il 7 dicembre 2013 Vittorio Zucconi “… Molto più di ogni legge o sentenza il trionfo morale e poi politico di “Madiba”aveva dato legittimità alla sfida di un altro uomo nero verso la presidenza degli Stati Uniti . Aveva dimostrato che tutte le miserabili equazioni del razzismo e della discriminazione erano false e che il figlio di un villaggio dell’Africa del Sud, poteva avere, come il più raffinato intellettuale partorito dai college dei bianchi , forza e doti morali superiori “.

Molti i film su Mandela. Vorrei ricordarne uno, particolarmente intenso, e molto ben realizzato che ha come tema proprio la profonda convinzione che solo attraverso l’armonia, e il l rispetto degli uni e degli altri può nascere una nazione : Invictus di Clint Eastwood, 2009, con protagonista l’attore Morgan Freeman. Il film è un adattamento cinematografico del romanzo Playing The Enemy , Nelson Mandela and the game that made a nation di John Carlin, ispirato ai fatti che ebbero luogo in occasione della Coppa del mondo di rugby del 1995, tenutasi in Sudafrica poco tempo dopo l’insediamento di Mandela a Presidente della nazione. Scompaiono le differenze tra bianchi e neri, scompare il razzismo, perché Mandela sostiene fino in fondo la Nazionale Springboks, che era stato simbolo dell’orgoglio africaner e la conduce alla vittoria in nome del Sudafrica unito, della “Rainbow nation”..

Ancora un ricordo. L’ultima apparizione pubblica di Mandela fu in occasione della Coppa mondiale di calcio che si svolse in Sudafrica nel 2010. Mandela fu accolto dall’abbraccio e dall’ovazione della folla.

Poco distante si consumava l’ultimo dramma. In un incidente d’auto perdeva la vita una ragazzina: era una nipote di Mandela. I giornali ne parlarono e ne parlano poco. Non si sa molto, soltanto che ancora il dolore segna una grande vita.

Per Zenani Zanethemba Nomasonto Mandela, tragicamente scomparsa l’11 giugno 2010, a tredici anni . Questa è la dedica del libro Io Nelson Mandela. Conversazioni con me stesso, di Nelson Mandela .

Pubblicato per il centro studi Sereno Regis

 

Venerdì 18 ottobre alle ore 20:30 presso il Centro per la Pace “ Annalena Tonelli” in Via Fausto Andrelini 59 dibattito sul tema: “ Globalizzazione e Democrazia Internazionale : verso un Parlamento Mondiale “ e tra i relatori ci sarà il Prof. Lucio Levi , Presidente Nazionale del Movimento Federalista Europeo.

Settimana di azione globale per un Parlamento Mondiale


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