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referendumReferendum. Alcune riflessioni a margine della discussione di merito, cercando di seguire pensieri lunghi e ragionando a ruota libera con l’intento di non farsi risucchiare da ogni tipo di tifoseria.

1) Lo spirito costituente e le 2 camere paritarie. La rappresentazione della costituzione come compromesso uscito in una fase di inizio della guerra fredda.

La decisione delle 2 camere paritarie viene presentata come emblematica di un compromesso nato fra 2 soggetti che non si fidavano l’uno dell’altro. Considerazione interessante e senz’altro utile per cogliere una particolarità di quel contesto. Ma proprio per contestualizzare non si può non dare il giusto peso al fatto che dopo essere usciti da una guerra che aveva trovato un ricompattamento ed un momento di riscatto, c’era anche la ricerca del come fare i conti con la fase precedente (della dittatura fascista), con la necessità non solo di chiuderla ma di dare inizio ad una nuova fase in cui era vivo il sentimento condiviso di attrezzarsi con regole che potessero essere un argine davvero forte per impedire il ripetersi della fase precedente. Non è un caso che in Germania e in Italia, pur con modelli diversi, si sia presa la strada della Repubblica Parlamentare e del sistema proporzionale e non quella della Repubblica Presidenziale e del maggioritario. Era presente a tutti che bisognava costruire una democrazia in cui evitare che ci fosse un capo troppo ingombrante! Questo aspetto credo sia ancora un valido punto di riferimento.

In una prospettiva federalista, mi pare che il modello scelto dai tedeschi sia più avanzato.

2) il principio della divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo resta ancora importante?
Di fatto c’è un confronto di posizioni diverse che incrociano questo aspetto. Nei tempi della modernità e della globalizzazione  la velocità della decisione diventa più  importante, per qualcuno arriva a diventare  ancor più importante della qualità della decisione (dimenticando spesso che il modo con cui si arriva a decidere ha anche molto a che fare con la probabilità di potere poi mettere in pratica la decisione assunta): ne segue che l’assetto attuale è un impaccio e di fatto, anche se in modo non sempre esplicitamente dichiarato, il modello della Repubblica presidenziale piace di più e la manifestazione concreta è quella di produrre nei fatti un meccanismo che accentri i poteri nel capo del governo.
Mi pare che si possa dire che di fatto siamo già andati in quella direzione: quando la legge di revisione della Costituzione è proposta dal governo (che poi chiede pure la fiducia sulla legge elettorale!) di fatto il parlamento è già stato esautorato dal suo potere legislativo.
Vorrei osservare che  dopo 2 modifiche della Costituzione (2001 e 2005, la seconda non andata a buon fine) mi è difficile condividere la logica per cui si è  è continuato ad insistere sullo stesso metodo: se si cambiano le regole che valgono per tutti non è molto saggio che questo se lo intesti un governo! Alla Costituente i rappresentanti del governo non partecipavano! L’art. 138 prevede che la Costituzione possa essere modificata e definisce le modalità con cui farlo: saggezza vorrebbe che se si tratta di piccoli aspetti puntuali può essere opportuno procedere così ma se si mette mano a 1/3 degli articoli forse è meglio farlo con una costituente o in una forma in cui non sia un governo a poterselo intestare.

3) il tema del federalismo
I padri costituenti ebbero davvero una grande vision, molto lungimirante e con una capacità, unica, di inserire nella carta costituzionali dei principi che incorporavano anche un vero e proprio programma sociale. La rilettura dell’art.3 obbliga a chiedersi quanto ancora debba essere attuata la Costituzione. Ma, anche loro, erano pur figli del loro tempo. Nel mettere mano alla Costituzione, credo sia importante chiedersi quale vision bisognerebbe esprimere oggi, in un contesto profondamente cambiato e con l’Europa incompiuta di cui facciamo parte. Non mi pare che la discussione abbia approfondito sufficientemente tale tematica e la vision del come superare gli “anacronismi dei nazionalismi” e del come costruire un mondo più federalista. A tal riguardo ci sono questioni non banali: c’è da tornare a riflettere, ad esempio, sul come, nel 2012, abbiamo portato in Costituzione il vincolo di bilancio. Mi sembra di percepire che oggi c’è una riflessione abbastanza condivisa sul fatto che, se in una prospettiva di medio-lungo periodo è senz’altro corretto perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio, tale obbiettivo diventa invece un vincolo stupido guardando il breve periodo ed il modo con cui è stato approvato senza tener conto dell’andamento del ciclo economico e della necessità di avere un raggio di sterzata più ampio per poter fare anche degli investimenti. Come rimodularlo? Come stare dentro l’Europa e come tutto ciò ha a che fare con la nostra Carta Costituzionale?
Il ragionare sul come far vivere la sussidiarietà e la solidarietà mi pare un tema chiave andando anche oltre l’orizzonte del paese. Mi chiedo se la discussione e la proposta sono state di livello adeguato: so che  la comparazione con i padri costituenti non si può fare ma è del tutto evidente la diversa qualità della rappresentanza!
Il tema del come si vive in un mondo globalizzato chiama in causa l’idea di andare oltre l’Europa e di avere delle istituzioni mondo e questo si può pensare solo facendo avanzare un pensiero ed una pratica di un federalismo più avanzato. Non è un tema facile perché non ci sono perimetri dei problemi definibili a priori e coincidenti con i perimetri istituzionali attuali. Mi pare un aspetto significativo della complessità del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Per tornare al nostro paese, avverto uno sbandamento esagerato: dal clima federalista del 2001 si percepisce una contro sterzata che denota scarso equilibrio nel guardare al come si devono cambiare i fondamentali. Oltretutto non mi pare che ci sia una evidenza di una superiore capacità di efficienza delle strutture statali: che, peraltro, sono parte dei problemi che abbiamo. Molti aspetti della legislazione concorrente hanno generato problemi non solo per limiti delle Regioni ma, ancor di più, per una mancanza di adeguatezza dell’intervento statale (in molti casi in cui pur poteva intervenire non ha svolto il ruolo che pur poteva svolgere). La logica con cui risolvere il problema della legislazione concorrente riportando le decisioni in capo allo stato quale idea di partecipazione e di concertazione tra autonomie locali e stato  viene ad esprimere?

4) Le regole del gioco e la sostanza del cambiamento. Una illusione crudele?
Questa Costituzione ha oggi circa 70 anni. Con questa costituzione abbiamo vissuto un periodo lungo di crescita (i 30 anni gloriosi del dopo guerra) e poi ci siamo arenati nelle secche della prima Repubblica nell’ambito di una fase di crisi economica e di corruzione. In quella fase è nato il tema della governabilità.
L’ingegneria istituzionale è diventata preminente sulla sostanza del cambiamento che si può cercare di realizzare. E questo mi pare un aspetto di riflessione severa per tutti e, in particolare, per una parte del fronte del NO.
La debolezza delle idee e l’incapacità delle persone non si può superare per legge!
A proposito del fatto che i nostri guai siano imputabili solo alla instabilità governativa (cosa che è pur vera ma non è causa unica e principale dei nostri guai) vorrei ricordare per inciso che, statisticamente parlando, la durata media dei governi dopo il 1992 non è stata più breve di quelli del periodo del primo dopo guerra. E guardando la traiettoria percorsa, sul piano del rinnovamento della politica cosa ci è successo? E’ sconfortante il dover prendere atto che la battaglia delle idee è stata sostituita dalla battaglia personale! La crisi dei partiti viene superata andando verso il partito personale?
Questo è accaduto contestualmente ad una nuova situazione del mondo: una fase chiamata post-ideologica, dove la fine della guerra fredda ci ha portato in una situazione di pensiero unico che ci ha regalato poi la crisi più grave da un secolo a questa parte. Un fase in cui è avvenuto un significativo incremento delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi.
Il tema della governabilità, agitato in questo modo, mi pare una “illusione crudele”: non essendo capaci di generare pensiero e pratiche più civili, più eque, con meno corruzione e più lungimiranti ci si fa abbagliare da una narrazione che assegna alle regole un potere miracoloso che, inevitabilmente, non possono avere.
Non perché le forme non abbiano una loro importanza e che non debbano essere rivedute e corrette nel tempo ma perché bisogna dare ai diversi fattori i pesi specifici appropriati e non ci si può illudere che un posto più civile venga fuori solo perché cambiamo le regole del gioco in senso maggioritario. Temo che chi carica di troppe aspettative queste cose sarà condannato ad una disillusione che potrà avvenire solo dopo aver pagato prezzi durissimi.
Nel frattempo, nel prorompere della globalizzazione si generano dei corto-circuiti fortissimi tra sistemi di valori diversi (il mondo è plurale) e diventa molto più complesso il cercare di praticare quei valori universali che una parte maggioritaria del mondo ha pur dichiarato. E una delle difficoltà del come far vivere una democrazia più avanzata è quella del come si fa a prendere delle decisioni tenendo conto delle minoranze e senza cadere in quella che viene definita la “dittatura della maggioranza”. Il tema dei diritti civili è un ambito emblematico.
E allora, cambiamo pure delle regole (il superamento del bicameralismo paritario e l’istituzione di una camera delle Regioni mi pare sia, tutto sommato, qualcosa che è largamente diffuso sia sul fronte del SI che sul fronte del NO), ma credo che sia molto più importante tornare a re-interrogarci con più forza sul come si fa a rinnovare la capacità del fare politica. Mi pare che per farlo sia necessario cercare di conquistare una rinnovata pensabilità del mondo e del come si fanno convivere le diversità cercando di ridurre le disuguaglianze sociali. Per dirla con Bobbio: cercare di chiedersi come si fa a tenere insieme libertà e uguaglianza. Dovrebbe essere questo un approccio che caratterizza ancora la distinzione tra destra e sinistra.

16/11/2016 Roberto Camporesi

a cura di Thomas Casadei

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Cosmopolita e “signora del socialismo italiano”; giornalista militante con la “Critica sociale”, fondata insieme a Filippo Turati, fu tra le prime interpreti della medicina sociale (“la dottora dei poveri” per la Milano proletaria); più volte incarcerata, è stata una straordinaria interprete del femminismo, tenacemente in lotta per i diritti delle donne e dei bambini (fu ispiratrice della legge Carcano del 1903 che introdusse, tra le altre cose, il congedo di maternità nonché direttrice della rivista “La difesa delle lavoratrici”).

Simbolo delle lotte per l’emancipazione del popolo, durante il suo funerale alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre.

Per saperne di più:

Rai storia 2016 – , I diritti delle donne: con la partecipazione della Prof.ssa Salvatici (docente di Storia contemporanea, Univ. Statale di Milano)

http://www.raistoria.rai.it/…/anna…/32876/default.aspx

Letture:

  • A. Kuliscioff, “Il monopolio dell’uomo” conferenza tenuta il 27 aprile 1890 nelle sale del Circolo filologico milanese (1890; Aprilia, Ortica, 2011);

  • Maria Casalini, “La signora del socialismo italiano: vita di Anna Kuliscioff” (Editori Riuniti, Roma, 1987; Editori Riuniti University Press, Roma, 2013).

Filmografia:

Spunti per il presente:

Marina Calloni (docente di Filosofia politica e sociale, Univ. Milano Bicocca)

“Che cosa Anna Kuliscioff può insegnarci ancora”, in “Corriere della Sera”, 2 giugno 2016 [Relazione presentata durante il convegno “Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff. La guerra, il lavoro e la cittadinanza delle donne”, organizzata dalla Fondazione Kuliscioff, Milano]: http://www.corriere.it/cultura/anniversario-diritto-voto-donne-italia/notizie/che-cosa-anna-kuliscioff-puo-insegnarci-ancora-9786525c-2706-11e6-b6d8-61e1297457c9.shtml

«Non concentriamoci su come pensiamo di essere, ma su come siamo percepiti». E, «non potremo mai più essere i più grandi, ma potremmo essere i migliori». In queste due proposizioni di Tony Blair può essere riassunta l’azione riformatrice del leader laburista rispetto alla visione del suo partito, nel primo caso; e al progetto sociale ed economico di rilancio della Gran Bretagna, nel secondo.

Dopo quasi vent’anni dal 1 maggio del 1997 è opportuno rileggere le vicende che hanno attraversato la più longeva esperienza riformista del contesto europeo: dopo quattro sconfitte consecutive e diciotto anni di dominio conservatore, Blair, alla guida del partito laburista dal 1994, ottiene una storica ed eclatante (in voti e seggi) vittoria, riportando il Labour alla guida di Downing Street. Dove resterà fino al 2010, dopo la successione Gordon Brown-Tony Blair del 2007.

Per analizzare in forma compiuta e scevra da condizionamenti ideologici preconcetti una tale extra ordinaria vicenda politica, elettorale, sociale ed economica, è assai utile leggere il volume di Florence Faucher e Patrick Le Galès, meritoriamente edito in versione italiana da Franco Angeli. L’esperienza del New Labour è un agile e denso testo che aiuta a individuare i fattori discriminanti che hanno reso possibile tale affermazione di leadership, governo e partito.

La giornata che celebrava la Festa dei Lavoratori coincise con il trionfo del partito nato dalla costola del sindacato, e da questo sostenuto, dal conflitto, dalla frattura tra capitale e lavoro, nella patria dell’industrialismo. Erano gli anni del Mito e della retorica sul Centrosinistra “mondiale”, sull’Ulivo mondiale, sulla Terza Via mondiale. Si trattava di una sovrapposizione concettuale terribile, posto che ciascun lemma rimanda(va) a prospettive politiche e programmatiche solo parzialmente e superficialmente simili. Ma, si sa, le suggestioni fanno presa e la vittoria della Gauche plurielle del calvinista Jospin qualche mese dopo la prestazione di Blair, preceduta dalla storica affermazione dei post-comunisti in Italia e del secondo mandato del Presidente Bill Clinton, fecero il resto. La maggioranza dei Paesi europei governati da governi progressisti. Il resto è Storia.

Senza nessuna velleità né volontà di riassumere il contenuto del testo, mi limito a riportare due aspetti cruciali nell’azione dei governi Blair. Due chiavi di lettura complementari e mutuamente dipendenti. La prima, relativa alla riforma del partito: da Labour a New Labour. Non solo una distinzione e differenziazione semantica, ma una sostanziale e cospicua rivisitazione e rifondazione del partito. Su basi ideologiche e organizzative nuove. Rinnovate in termini sostanziali e formali per rispondere a una visione diversa di politica e di politiche.

La leadership del New Labour risiede in parlamento. Succede così per i partiti britannici in genere, prova ne sia la sfiducia dei deputati (quelli che noi chiamiamo «gruppi parlamentari» sono il partito) nei confronti di Margaret Thatcher e dello stesso Blair. Conferma che nei contesti parlamentari è cruciale essere, e rimanere, leader del proprio gruppo, pena la defenestrazione politica. Senza tanti complimenti.

In ogni caso il punto focale, seconda chiave di lettura, è che la modernizzazione sostenuta da Blair e dai suoi collaboratori (Gordon Brown in testa) mira a un disegno strategico in cui il partito diventa strumento per l’attuazione di riforme in un progetto a medio-lungo termine. Gli effetti delle politiche possono oggi essere analizzati in forma avalutativa e compiuta. Forse sarebbe il caso di ripetere l’operazione anche per i governi italiani, lasciandosi cioè alle spalle l’ansia della valutazione partigiana per ri-stabilire i giusti contorni di vicende complesse. Conoscere per decidere, raccogliere dati e informazioni su un lasso di tempo medio-lungo, altrimenti l’analisi scade nella cronaca corrente.

Viceversa, il volume di Faucher e Le Galès riporta con grande accuratezza i dati macro-economici, ma anche i dettagli relativi agli effetti controversi delle singole politiche. Frutto di discussioni, approfondimenti, analisi accurate dello staff governativo che adotta un approccio «razionalista» e votato ai paradigmi del New Public Management: lo Stato non è più erogatore di servizi universali, ma si fa garante della regolazione e competizione tra soggetti, spesso privati, che forniscono prestazioni in vari settori sociali ed economici.

Emerge una Great Britain che (forse) non ti aspetti: il Paese con la maggiore povertà tra minori (con condizioni, mutatis mutandis, che però sono “simili” a quelle raccontate magistralmente dal Dickens di Oliver Twist). Anche perché le politiche familiari sono molto deboli e le ragazze madri (single) sono una ferita non adeguatamente lenita dal welfare britannico. Ferita solo enunciata da Blair.

Il Ken Loach di Piovono pietre o di Riff-Raff. Povertà e violenza. Miseria e periferia, capitalismo selvaggio e assenza di sostegno governativo. Effetto in larga misura dell’azione promossa dalla Lady di ferro che si spese per una politica hands-off nelle vicende sociali: il mercato ri-stabilirà gli equilibri. È il trionfo del darwinismo sociale. The Spirit of ’45, ancora Loach, richiama quale fosse lo “spirito”, la visione politica che diede impulso per la nascita del Welfare State. Cui Blair e il New Labour non risponderanno con un nuovo «statalismo», ma con un’azione regolatrice dello Stato, benché gli investimenti statali furono cospicui specialmente in ambito sanitario e scolare. Tema dunque della disuguaglianza cui il New Labour ha tentato di dare una risposta su basi soggettive e mitigando gli effetti del capitalismo e non già in termini strutturali. La distanza tra i meno abbienti e i più ricchi è in parte diminuita, ma rimangono distanze abissali in un Paese tra i più diseguali al mondo.

La vittoria conservatrice del 2010 (si veda il testo di G. Baldini e J. Hopkin, La Gran Bretagna di Cameron) e la successione all’interno della leadership del New Labour aprono nuovi scenari e pongono il partito di fronte a nuove sfide, interne e internazionali. Per affrontare le quali, in ogni caso, la classe dirigente laburista dovrà «fare i conti» con gli anni dei governi Blair.La postfazione di Fabrizio Barca, al solito lucido e colto, mette in luce alcuni punti dolenti su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione e l’analisi della sinistra italiana. La quale però, secondo Barca, risiederebbe in un soggetto che solo tangenzialmente corrisponde all’attuale (leadership del) Partito democratico. E’ evidente che i temi di discussione sono ampi e densi e confermano l’utilità del volume in oggetto per approfondimenti futuri.

La opportuna e meritoria scelta di una edizione italiana – la cui traduzione risulta a volte claudicante e con troppi refusi – è indubbiamente uno strumento che i distratti e a volte troppo casarecci politici nostrani farebbero bene a sfogliare. Per capire, per comprendere e comparare. Anziché utilizzare come una clava la vicenda dei governi guidati da Blair per criticare in forma preconcetta quanti volessero ispirarsi a quel «modello», o viceversa farne un feticcio da citare di tanto in tanto. Inevitabili le ripercussioni sul dibattito in Italia: sarebbe opportuno discuterne. Le similitudini tra Renzi e Blair: molto simili e molto diversi. Blair ha costruito la sua leadership all’interno del parlamento (deputato dal 1983) e del partito, Renzi all’esterno. Entrambi hanno tentato di svincolarsi dalla tutela del sindacato, anche se nei due paesi e nei due partiti di riferimento la questione è solo apparentemente simile. Le Unions erano (e in parte restano) potenti e influenti e da esse proveniva larga parte della leadership del partito, nonché fino al 90% dei fondi di cui questo disponeva. Nel caso italiano, nonostante la «cinghia di trasmissione» sovente evocata, la connessione Partito-sindacato è stata meno cogente: il sostegno della Cgil a Bersani è stato un colpo di coda di un modello al tramonto.

Blair ha rifondato il partito sia dal punto di vista organizzativo che ideologico (fino al 1994 la cosiddetta clausola n. 4 prevedeva la nazionalizzazione dell’economia), mentre Renzi ha implementato lo schema definito da Walter Veltroni al Lingotto e nello Statuto da questi promosso. In entrambi emerge chiara la volontà di forte personalizzazione della politica da non confondersi però con la presidenzializzazione. Il New Labour party è un partito socialdemocratico, così lo Statuto. Nel caso del PD Renzi è riuscito, in un quarto d’ora, a dirimere una questione che si trascinava da almeno l’ultimo lustro. Entrambi mirano a «rinnovare» il Paese, la sua economia e il partito che guidano. Sì, lo guidano anche mentre sono al governo, e non è un’anomalia. Semmai il contrario. Renzi non ha vinto (so far) tre elezioni consecutive, ma ha intrapreso un’azione riformatrice profonda che ha attivato un inedito conflitto con i sindacati, deliberatamente annoverati tra i «conservatori», al pari dei dissensi interni al partito. Proprio come fece Blair. Infine, sia Blair che Renzi sono stati a volte accusati di avere continuato le politiche portate avanti da Margaret Thatcher: nel caso dell’azione di governo laburista si tratta di una tra le interpretazioni (vedasi in dettaglio quanto riportato da Faucher e Le Galès), mentre nel caso di Renzi l’accusa sembra un po’ troppo ingenerosa e soprattutto prematura anche perché alcuni consiglieri del Presidente del Consiglio conoscono bene la differenza tra riformismo e conservazione, e non basta – anche se grida vendetta e rapido ravvedimento –  «bloccare» lo stipendio a infermieri e insegnanti fino al 2018 per essere considerati thatcheriani.

È dunque possibile redigere un «bilancio» dei governi Blair? Certamente, ma non in poche righe. Si tratta di una vicenda complessa, o meglio di un «esperimento» (così il titolo dell’edizione originale, frettolosamente tradotto come «esperienza»): un vero esperimento posto che le basi su cui si fondano le scelte delle politiche pubbliche rimandano a indicatori «scientifici», a deliberate decisioni razionali, a un approccio da pianificazione sociale, di centralizzazione nelle mani del governo. L’assunto dello staff, altamente qualificato non solo in ambito di comunicazione politica e spin, è che esistano delle good practices che possono essere reiterate, emulate ed esportate. Punti di forza e di debolezza. La riduzione, parziale, della disuguaglianza, gli investimenti nel servizio sanitario nazionale dopo la drastica azione depauperatrice di Miss Thatcher, e ancora gli investimenti nella scuola e la riduzione del debito pubblico. Ma anche alcuni artifici contabili nel bilancio dello Stato ad opera del Cancelliere dello Scacchiere, e il finanziamento opaco delle attività di partito dopo l’affrancamento dalle Unions. Nonché la vera e propria onta della guerra all’Iraq nel 2003 (il dissenso all’interno del New Labour ci fu: oltre 100 deputati si alzarono in piedi manifestando la propria opposizione. Senza scagliare oggetti o regolamenti parlamentari, come avviene nello Stivale. Stili, e culture, diversi).

Attingere a fonti quali quella offerta da Faucher e Le Galès è opportuno e proficuo per il dibattito. Per chi volesse intendere e per chi volesse sperimentare.

 

Articolo originale: http://www.gianlucapassarelli.it/wp/scritto-detto/il-blairismo-riformismo-o-conservazione/

di Silvia Erbacci

 

Troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri: questo il circolo vizioso che affligge il nostro paese. (Ferrera, 2008)

 

Da anni l’Italia cresce poco o nulla. Cresce poco dal punto di vista economico ed ancora meno dal punto di vista demografico (se escludiamo l’immigrazione).

 

Ecco che una nuova risorsa, che di nuovo non ha nulla, se non il fatto di essere stata sottovalutata, potrebbe far ribaltare le sorti dell’economia mondiale e ancor più di quella italiana.

 

Womenomics è un neologismo coniato dall’Economist nel 2006, riprendendo le tesi di una analista di Goldman Sachs del 1999, per definire la teoria economica secondo la quale il lavoro delle donne è oggi il più importante motore dello sviluppo mondiale.

 

Non è più (o non solo) una questione di pari opportunità… Puntare sull’occupazione femminile rappresenta un vantaggio competitivo e, in tempi di recessione, può accelerare l’uscita dalla crisi.

 

La prima interessante scoperta è la stretta connessione tra lavoro femminile e crescita economica per cui si stima che verrà dal lavoro femminile l’impulso più importante alla crescita nel prossimo futuro. Chiariamo un punto fondamentale: le donne in realtà hanno sempre lavorato.

 

Gran parte del loro lavoro non è però mai stato né è a tutt’oggi riconosciuto come lavoro.

 

Il lavoro di cura, quello che si svolge fra le mura domestiche, quello che comprende il farsi carico delle necessità e dei bisogni della famiglia, dei bambini, degli anziani, non solo non è retribuito ma non è “occupazione” e dunque non è rilevante ai fini della misurazione di ciò che un’economia fa e produce.

 

In realtà è facile intuire che se non vi fosse questo tipo di “lavoro domestico” dal quale dipendono beni concreti come la salute, l’educazione, la stabilità emotiva, non potrebbe esistere nessuna forma di produzione, nessun mercato, nessuna economia.

 

Oggi nel nostro paese lavora circa il 46% delle donne contro il 70% degli uomini (divario enorme, tra i più alti d’Europa): portare a un livello di pareggio il tasso di occupazione femminile alzerebbe il PIL all’incirca del 20% (stima OCSE). Dunque più donne che lavorano uguale crescita economica, ma certamente anche più sicurezza materiale, più soddisfazione personale, più opportunità per le donne di scegliere e di prendere decisioni autonome.

 

Abbandonare il modello familiare basato sul “male breadwinner” in cui è solo sulle spalle del capofamiglia maschio che pesa il bilancio familiare, per abbracciare il modello del “dual breadwinner” significherebbe non solo un calo drastico del rischio di povertà, ma anche una maggiore sicurezza sociale. Significherebbe un aumento dei consumi e degli investimenti, agendo come un vero e proprio volano di attività economiche e posti di lavoro.

 

Possiamo spingerci oltre ed affermare con una certa sicurezza che l’inserimento nel modo del lavoro di un maggior numero di donne farebbe scattare una reazione a domino sull’intera società, dando vita a veri e propri moltiplicatori sociali di lavoro.

 

L’occupazione delle donne crea altra occupazione. Si stima che per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possano creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

 

Che le donne desiderino lavorare è confermato dai sempre crescenti tassi di scolarizzazione femminile. Allora perché il gap tra lavoro desiderato e lavoro intrapreso è così elevato?

 

Il nostro paese è come intrappolato in un circolo vizioso, che alcuni autori chiamano “trappola dell’inattività”: la scarsità di servizi è collegata alla bassa partecipazione femminile, che a sua volta è collegata alla scarsità di servizi.

 

Per sostenere la tesi della Womenomics e perché si possa concretizzare una società che apra le porte alle donne in ogni campo lavorativo occorre una maggiore disponibilità dei servizi sociali ed educativi, in particolare quelli della prima infanzia ed elasticità negli orari di lavoro, che consentano alle donne di “conciliare” le responsabilità professionali con quelle familiari.

 

Le donne che lavorano anche fuori casa sono diventate loro malgrado abilissime acrobate.

 

Si tratta di un problema di conciliazione ma anche di condivisione.

 

La legge 53 del 2000 quella sui congedi parentali ha aperto la possibilità ai padri di assentarsi dal lavoro per prendersi cura dei figli alla pari delle madri.

 

Ma ancora troppi pochi sono gli uomini che ne fanno uso: è ancora troppo radicata l’idea che i bambini stiano meglio a casa con la mamma e ancor più radicata l’idea che queste non siano faccende da uomini.

 

Gli uomini invece dovrebbero capire e le donne dovrebbero pretendere che, a farsi carico delle cure familiari, fossero entrambi i coniugi in egual misura.

 

Non è da sottovalutare nemmeno un altro aspetto che deriva sempre dalla mancanza di politiche alla conciliazione: l’Italia è il paese che registra la maggior distanza fra il numero di figli desiderati e il numero di figli effettivamente avuti, il cosiddetto “child gap”. Le donne che lavorano fuori casa spesso sono costrette a posticipare la nascita dei figli per la mancanza di servizi di sostegno alla genitorialità soprattutto in società come la nostra dove l’età pensionabile è sempre in aumento ed i nonni disponibili ad accudire i nipoti sono ancora attivi nel mercato del lavoro, viene a mancare la tipica rete di aiuto familiare che ha sempre contraddistinto il nostro paese.

 

Di fatto ancor oggi moltissime donne faticano ad entrare nel mondo del lavoro o si scontrano con sistemi organizzativi rigidi che le costringono a ridimensionare le ambizioni, ad auto-escludersi da molte opportunità. Milioni di donne non hanno nemmeno la possibilità di mostrare le loro capacità, per loro è difficile se non impossibile negoziare e farsi valere sul posto di lavoro. Non solo. Quando trovano lavoro, le donne fanno molta più fatica a crescere professionalmente: in certi casi abbandonano o restano in situazioni lavorative discontinue, entrano ed escono dal mercato a seconda delle fasi della vita, non riuscendo a sviluppare un percorso solido e gratificante. Il lavoro femminile è ancora molto condizionato da fattori sociali ed economici che lo rendono strutturalmente più debole di quello maschile, più ghettizzato in mansioni che danno minori possibilità di affermazione. Il lavoro femminile tende ad essere concentrato in pochi settori, tipicamente servizi e commercio, che inevitabilmente offrono minori opportunità di carriera e gratificazione. Pochissime le donne in settori chiave per l’innovazione come scienze, ricerca, chimica, ingegneria e all’interno dei settori in cui sono più presenti, le donne tendono ad avere posizioni inferiori, a fare più fatica a fare carriera. Si tratta dei famosi “soffitti di cristallo” che limitano in forme sottili e quasi invisibili le carriere e l’affermazione professionale delle donne.

 

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Exeter ha identificato una seconda sindrome, oltre ai soffitti di cristallo, che agisce a sfavore delle donne manager. L’hanno chiamata “glass cliff”: in italiano rende bene il concetto la traduzione “precipizio di cristallo”. Alle donne vengono affidati compiti di leadership organizzativa collegati ad un alto rischio di critica, impopolarità e fallimento.

 

Tutto ciò rende più difficili i compiti e dunque il raggiungimento del successo, rinforzando i pregiudizi negativi nei confronti delle abilità lavorative delle donne.

 

La strada verso la piena occupazione femminile è tutta in salita, ma molte cose si posso fare per agevolarne il percorso. Politiche per una società woman-friendly possono e devono essere intraprese. I benefici della Womenomics appaiono evidenti, occorre varare al più presto un piano di iniziative tangibili e coraggiose per accendere il motore dell’occupazione femminile e far partire i suoi moltiplicatori.

 

 

di Davide Spagnoli

Finalmente un buon cappuccino! Ma proprio buono, con il giusto equilibrio di schiuma compattezza e temperatura del latte.
Mi ero fermato in quel bar in cui non avevo mai messo piede prima, come tappa della passeggiata che stavo facendo nonostante il diluvio che già da qualche giorni a tratti assediava Forlì.
Il cappuccino era straordinario, e il bar, forse proprio per quella ragione, era affollato e non ho potuto fare ameno di ascoltare la conversazione dei miei vicini di bancone.
Un ragazzo e una ragazza, immagino universitari, stavano discutendo sul tema della decrescita e lei era piuttosto dubbiosa sulla possibilità di realizzare una cosa del genere.
Non sono rimasto ad origliare a lungo, un po’ perché il cellulare lampeggiava e un po’ perché era imbarazzante entrare non invitato nel privato di quei due ragazzi; ma una volta a casa ho deciso di chiedere alla rete cosa fosse la decrescita, che poi ho imparato essere aggettivata con un felice, decrescita felice…
Ma anch’io ho condiviso le obiezioni della ragazza, ed anch’io mi chiedo se sia possibile realizzarla sul serio la decrescita felice, oltretutto in un sistema i cui attori sono i capitalisti.
Ma chi è un capitalista?
Quale criterio possiamo usare per definirlo?
“Chi detiene e investe grandi capitali privati in attività economiche produttive” così mi dice il dizionario on line del Corriere della Sera.
Ma quel “grandi capitali” è decisamente vago: grandi quanto?
Che so, c’è una soglia limite oltrepassata la quale si entra nel novero dei capitalisti, ed un centesimo prima non lo si è ancora?
È un centesimo che fa la differenza? Inoltre, individuata una soglia limite, si deve tener conto della svalutazione?
È una definizione troppo vaga, e allora come potremmo fare?
Beh, quello che posso vedere è che c’è una grande differenza tra il mio atteggiamento, e la stragrande maggioranza di quanti conosco, che abbiamo nei confronti del denaro.
Credo che noi tutti lo usiamo per soddisfare i nostri bisogni, eppure ci sono delle istituzioni, ma anche delle persone, che hanno come fine il profitto in quanto tale.
Beh, adesso mi vengono in mente le corporation, ossia le multinazionali, le banche e qualche raro caso di persone realmente feticiste del denaro. Ma il commerciante, l’artigiano, il contadino, il piccolo ed anche il medio imprenditore lavorano, spesso come dei muli, ma per vivere agiatamente, e, quindi, anche per loro, come per noi, il denaro è solo un mezzo per vivere meglio e non il fine in se stesso.
Il fine del profitto per il profitto? Ma che senso ha?
Per noi nessuno, ma per il capitalista ne ha tanto, anzi è la sua ragione di vita.
Beh questo allora significa che tra noi e il capitalista c’è un contrasto di fondo: per noi il fine è la soddisfazione dei bisogni, per lui il profitto.
La controprova?
In questi anni molti imprenditori a causa della crisi e dell’impossibilità di evitare il licenziamento, e quindi la messa in crisi, dei propri dipendenti e delle loro famiglie, si sono suicidati.
Non ho mai avuto notizia di una cosa del genere da parte di banche e corporation. Mai.
Non solo. Se si guarda bene a come agiscono le banche e le corporation si vede chiaramente che a loro delle persone non importa proprio niente, il loro unico fine è il profitto.
Beh, questa definizione mi sembra decisamente meno vaga di quella del Corriere.
Ma se il fine del capitalista è il profitto è del tutto evidente che il suo obiettivo sarà allora quello di realizzare quanto più guadagno può.
Ma come si può fare in regime di libero mercato? Attenzione, il libero mercato in questione è quello idealtipico, un mercato ideale e perfetto, senza vincoli o costrizioni, insomma il mercato ideale, il miglior ambiente in cui possa agire il capitalista.
Dunque, per ottenere il massimo profitto il capitalista dovrebbe essere in regime di monopolio ed invece…
Beh, se si considera il mercato, in realtà è possibile essere monopolista, certo non per sempre, ma per un certo periodo di tempo sì.
Il mercato, al contrario di quanto comunemente si ritiene, non è tanto un luogo fisico, ma è il mercato dei bisogni, costantemente ampliato proprio dal capitalismo.
Se il capitalista detiene il brevetto per la produzione di un certo bene in grado di soddisfare un certo bisogno, allora agirà in regime di monopolio di fatto perché i concorrenti, pure presenti sul mercato non hanno ancora acquisito la tecnologia sufficiente per produrre lo stesso bene, con qualità pari se non superiore, ad un prezzo inferiore e quindi per conquistare loro una posizione di monopolio di fatto.
Ma presto o tardi la concorrenza sarà in grado di realizzare beni ad un prezzo inferiore.
Breve digressione.
Il capitalismo abbassa costantemente i prezzi di produzione dei beni perché meccanizza la produzione, ossia, sostituisce l’uomo con le macchine, che viene costantemente espulso dal mercato del lavoro.
Torniamo al nostro capitalista.
Visto che la situazione è che la concorrenza è ora in grado di sostituire il nostro nel monopolio, che scelte può fare per restare “in sella”?
Può investire in tecnologia per abbassare sempre più i costi di produzione, oppure può comprimere il salario dei lavoratori, e anche in questo caso, nel breve periodo, l’effetto è una riduzione sensibile dei costi.
Ma in questo meccanismo è presente anche un bug, un ospite decisamente indesiderato: nonostante gli sforzi fatti, la percentuale dei profitti tende
inesorabilmente a calare. E del resto è del tutto evidente. Se prima la torta se la pappava uno solo, in seguito spartirsela con altri implica inesorabilmente che le fette siano sempre più piccole.
A questo punto, però, l’unica scelta possibile, grazie alla tecnologia, è aprire un altro mercato dei bisogni, ed il ciclo si ripete.
Oltre a queste considerazioni c’è da tenere presente che i presidenti dei consigli di amministrazione delle corporation e delle banche hanno un orizzonte temporale molto breve, il bilancio trimestrale. La loro unica preoccupazione è fare profitti perché il bilancio trimestrale sia positivo per se stesso e gli azionisti.
Con un orizzonte temporale di tre mesi è molto difficile che i CEO (Chief of Executive Office, Presidente del Consiglio d’amministrazione) possano preoccuparsi di quanto può accadere tra vent’anni, ma anche solo tra sei mesi, perché il loro time limit è a tre mesi di distanza.
Quello che la decrescita felice chiede è che ci sia una programmazione che nell’arco di qualche anno ci porti ad essere tutti, secondo i suoi sostenitori, tutti più felici, ma mi pare che nel capitalismo le condizioni per una tale impresa proprio non ci siano.
Mi sa che le obiezioni della ragazza fossero fondate…

di Maria Maltoni

Si parla sempre più spesso ormai di “città intelligenti” utilizzando il termine smart city, sicuramente accattivante, ma un’azione centrale in questa prospettiva è certamente l’Agenda Digitale, una delle principali iniziative con cui l’Unione Europea intende favorire l’innovazione e la crescita economica attraverso l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione. Infatti a caduta i governi nazionali e locali hanno avuto l’input di redigere proprie Agende Digitali, anche se i limiti agli investimenti imposti dal Patto di Stabilità rendono molto limitate le risorse disponibili.

Per rendersi conto dell’importanza del settore, basta ricordare che l’ICT genera direttamente il 5% del PIL europeo. Ma se in Europa oltre 250 milioni di persone usano internet ogni giorno e praticamente tutti i cittadini europei posseggono un telefono cellulare, in Italia solo metà della popolazione usa abitualmente Internet, sintomo, questo, di un forte gap digitale.  

Il Piano Telematico dell’Emilia-Romagna 2011-2013, di fatto l’Agenda Digitale Regionale, è il principale elemento di programmazione della Regione e degli enti locali per favorire lo sviluppo territoriale della società dell’informazione. Attraverso concetti-chiave come “risparmio”, “razionalizzazione”, “valorizzazione dell’esistente” e “centralità dell’utente finale” (cittadini e imprese) si punta ad affermare veri e propri diritti di cittadinanza digitale.

Anche l’Amministrazione Comunale di Forlì ha messo a punto la propria Agenda Digitale Locale, incentrata sui temi dell’accesso alla rete, dell’e-inclusion, del wire-less pubblico, della banda larga, del superamento del digital-divide e dei nuovi diritti digitali (Internet e identità digitale come nuove dimensioni di cittadinanza), riconosciuti come fondamentali per lo sviluppo culturale, economico-sociale della comunità e il posizionamento europeo e internazionale della città.

L’Agenda Digitale Locale individua strategia e obiettivi del Comune di Forlì in tema di società dell’informazione e innovazione tecnologica per il triennio 2013-2016; grazie anche ad una sperimentazione promossa dalla Regione con il progetto MADLER le priorità verranno definite con un processo partecipato, sia on- line sia diretto, che si concluderà il 31 Luglio 2013. Verranno attivate azioni per promuovere opportunità di conoscenza digitale con particolare attenzione per la gamma dei diversi svantaggi digitali (genere, età, condizione sociale ed economica, ecc.) e di servizi, da mettere disposizione dei cittadini. In particolare verranno avviati progetti per realizzare processi di semplificazione burocratica e dematerializzazione dei documenti; nel campo della multimedialità, dei new media e dei contenuti digitali per il marketing territoriale.

Il questionario, che è possibile compilare on-line (www.comune.forli.fc.it/madler) o ritirare all’URP, delinea il quadro dei servizi digitali già esistenti e chiede anche indicazioni sullo sviluppo di nuovi servizi, costituisce perciò uno strumento non solo di partecipazione, ma anche di informazione sulle opportunità già presenti in città e non sempre sufficientemente conosciute.

Il primo ambito di intervento su cui si chiede l’opinione, riguarda il potenziamento del servizio WIFI pubblico, in quanto il Comune di Forlì ha deciso di realizzare una propria infrastruttura di rete basata su fibra ottica e wire-less che consente di fornire servizi innovativi ai cittadini residenti, a chi lavora, studia o visita Forlì.

L’accesso alla rete in modalità WI-FI è riservato ai residenti nel Comune di Forlì e anche ai lavoratori, studenti, professionisti che svolgono la propria attività in città. Dopo essersi registrati attraverso FedERa, o con il proprio dispositivo mobile, è possibile connettersi alla rete e usufruire di tutti i servizi on-line. Con le stesse credenziali si può accedere anche alle reti wifi di altre città della nostra regione che aderiscono al progetto di Autenticazione FedERa.

Per ora la priorità di estensione è stata data al centro storico, coprendo le aree più frequentate: Piazza Saffi, Piazza XC Pacifici, Piazzetta della Misura, Piazza del Duomo, Piazza Ordelaffi, Corso Garibaldi (nel tratto da piazza Saffi a piazza Duomo), Via delle Torri, Giardini Orselli, Museo San Domenico (area esterna), Corso della Repubblica (l’hotspot è all’altezza altezza Biblioteca “A. Saffi”), Giardini “Annalena Tonelli”, Piazzale della Vittoria, Parco Urbano Franco Agosto. E’ in fase di attivazione un punto in zona stazione ferroviaria.

Il secondo ambito di intervento sono le App (applicazioni per dispositivi Mobili) che altro non sono che programmi informatici da scaricare sul proprio cellulare per aggiungere nuove funzioni. Ad oggi il Comune di Forlì mette a disposizione dei cittadini due App: Visit Forlì, una vera e propria guida turistica della città e Tap&Park, che consente di pagare il parcheggio.

Il terzo ambito è quello dei servizi on line. Ad oggi sono attivi numerosi servizi di consultazione pratiche, l’ Albo pretorio, la ricerca delle delibere di Giunta, di Consiglio e di Circoscrizione, bandi, gare e concorsi. Per quanto riguarda la scuola è on-line il portale del Comune di Forlì per la gestione delle Rette Scolastiche e l’iscrizione ai servizi scolastici integrativi. Sono inoltre disponibili servizi cartografici, informazioni sulla viabilità Consultazione Carte storiche forlivesi, Catasto_online, Zonizzazione acustica, Stazioni Ecologiche, Mappa Edilizia convenzionata, le fotografie degli “Autovelox” e degli impianti semaforici, la Gestione delle Segnalazione di degrado urbano (Rilfedeur), la consultazione, prenotazione e vendita biglietti del teatro. Attraverso lo Sportello Unico Attività Produttive ed edilizia avviene la presentazione telematica delle pratiche di Sportello Unico.

Per quanto riguarda l’ambiente è possibile trovare on.line la mappa dei Pannelli Solari a Forlì e dei ripetitori per telefonia, il servizio disinfestazione zanzara tigre, e la mappa delle alberature. Infine è possibile ottenere i permessi di accesso alla ZTL.

Ai cittadini si richiede quale tipo di servizio si vorrebbe fosse attivato/potenziato. In questo  modo mentre si compila il questionario si ha anche il quadro completo di ciò che già oggi è disponibile on-line per poterne usufruire al meglio, oltre che per contribuire ad individuare in che direzione muoversi per il futuro. Per questo motivo è importante la partecipazione dei cittadini, perché sono sempre di più le opportunità offerte dalla rete ed in alcuni casi, come quello dello Sportello Unico Attività Produttive, usare il web rappresenta la via esclusiva per rivolgersi alla pubblica amministrazione. Si tratta di pezzi che via via vanno costruendo l’Agenda Digitale Locale e che in prospettiva renderanno più facile e veloce l’accesso ai servizi per i cittadini, anche in un’ottica di sempre maggiore trasparenza e immediatezza nell’accesso alle informazioni.

La nonviolenza come disciplina di studio e come metodologia pratica di risoluzione dei conflitti è “ideata” da Gandhi nel corso della sua lunga vita e viene applicata direttamente e in forma sistematica nel conflitto che oppone l’India all’Inghilterra durante la I° e la II° guerra mondiale. Alla fine di questo conflitto la nonviolenza risulterà vincente e porterà l’India a conquistare l’indipendenza dal dominio inglese.
Ovviamente la nonviolenza ha radici più antiche, ma il primo che ne fece un principio e una teoria di vita, oltre che una prassi di azione, fu appunto Gandhi.
E’ per questo motivo che la mia riflessione inizia da Gandhi.
Per Gandhi il rapporto con la nonviolenza è legato all’individuo e allo sviluppo della sua coscienza. Egli propone due concetti basilari:

a) AHIMSA, non fare del male agli altri;
b) SATYAGRAHA, aderenza alla verità.

Il non fare del male agli altri e l’aderenza alla verità impongono un forte lavoro basato sulla persona e sulla sua capacità di crescere su queste cose e di resistere difronte alle spinte incoerenti del contesto in cui si vive.
Egli però non impone una regola, ma indica un percorso individuale per giungere alla nonviolenza, percorso che può e deve essere condiviso con altri.
Forse il “vero obiettivo” non è neanche quello di essere nonviolenti, ma piuttosto amici della nonviolenza e anche rispetto alla nonviolenza lo scopo si concentra nel ridurre ai minimi termini possibili la presenza della violenza nell’agire umano e nelle attività umane.
La violenza va intesa nel suo significato più ampio, per cui non è solo quella della guerra o delle armi, ma ogni atto che comporta distruzione, oppressione, costrizione, verso cose, animali, persone.
C’è quindi spazio per tutti per migliorare e migliorarsi nell’azione nonviolenta.

Esporrò brevemente una serie di punti, che partono da alcune indicazioni di Gandhi, per attuare un’azione nonviolenta:

1) la lotta nonviolenta diventa legittima solo dopo che tutti gli altri mezzi leciti sono stati messi alla prova,
2) non bisogna allargare l’obiettivo della lotta e non iniziare la lotta con i mezzi più radicali (c’è una scala graduale che prevede di partire col mezzo a “minor” impatto per la controparte per poi crescere in determinazione se questo non sortisce effetto),
3) bisogna sempre mettersi “nei panni dell’altro” per capire le motivazioni che portano la controparte al conflitto. Non tanto con lo scopo di meglio saperlo contrastare, ma con l’obiettivo di riuscire a trovare punti di intesa con la controparte,
4) bisogna sempre ricercare un compromesso, in modo che entrambe le parti trovino soddisfazione dalla risoluzione del conflitto. La modalità da ricercare non è quella del IO VINCO-TU PERDI, ma IO VINCO-TU VINCI,
5) non si può però mai fare compromessi sul “cuore” del conflitto o su principi che ne stanno alla base. Questo punto quindi richiede una grande capacità di analisi e di scelta politica rispetto alle cose che sono “cuore” o “principi”,
6) la nonviolenza deve essere intesa come rispetto della dignità della controparte e non solo della sua vita,
7) anche le cose materiali vanno rispettate. In ogni caso se si decide di ricorrere al boicottaggio e poi al sabotaggio, l’obiettivo dell’azione deve essere mirato e non deve comportare pericolo per nessuno (se non per gli affari economici o politici della controparte),
8) bisogna sempre evitare la clandestinità e i segreti. L’azione nonviolenta deve essere pubblica, senza segreti o doppi fini. La controparte deve conoscere bene cosa vogliamo,
9) bisogna essere creativi e fantasiosi. Mai lasciare la mossa alla controparte, agire per primi in modo da costringere l’altro a “rincorrerci” sul nostro terreno. Più l’azione sarà innovativa, condotta in forme fantasiose e aggreganti, più la controparte sarà in difficoltà,
10) bisogna sempre predisporre un “programma costruttivo”, cioè una serie di cose o di realizzazioni che si vogliono fare in sostituzione delle cose che si contesta.
Da parte di chi agisce una modalità nonviolenta vi è sempre l’onere di presentare una proposta credibile e realizzabile delle cose che si vogliono fare,
11) è necessario ricordarsi e sapere che la nonviolenza, vissuta solo come una tecnica d’azione, non garantisce sulla bontà del fine. Si possono agire le metodologie nonviolente anche per scopi non giusti o non legittimi.

Elementi della nonviolenza

Gli elementi della nonviolenza sono sostanzialmente rappresentati dai suoi principi.
L’elemento cardine è però costituito dalla relazione cioè da quell’insieme di collegamenti, connessioni, stati emotivi, ecc. che si sviluppano fra due o più soggetti, sia quando questi sono persone singole, sia quando si ha a che fare con realtà complesse come società o nazioni. Possibilità di rendere la relazione “ponte” fra le due parti in conflitto, “ponte” che non giudica e non stabilisce chi ha ragione o torto, ma che facilita la comunicazione e la comprensione fra le parti.
Il terzo elemento è dato dall’azione, cioè dalla capacità di attuare in pratica i principi e la relazione.

La nonviolenza può essere intesa come:

– uno stile di vita < apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti; opposizione all'oppressione, alla distruzione. Resistenza attiva. Un modo di essere e di vivere i rapporti con gli altri che prima di acquisire un valore come azione sociale (esterna a noi), deve penetrare nelle nostre coscienze ed essere parte di noi>;
o come:
– una scelta pragmatica per risolvere i conflitti < si può vedere nella nonviolenza un metodo efficace che dà più risultati, o meno danni, dell'azione violenta. In questo caso il "minimo" richiesto è il rispetto dei due capisaldi della NONVIOLENZA -non usare violenza fisica e non offendere la dignità dell’altro- per tutta la durata del conflitto>.
Nel primo caso il tipo di approccio è più legato alla filosofia gandhiana, nel secondo caso si può identificare con gli apporti degli studiosi occidentali.

Nell’approccio occidentale invece il punto centrale riguarda l’analisi per ottenere e mantenere il potere.
Queste due dimensioni sono integrabili anche se noi ci soffermeremo soprattutto sulla seconda.

Il potere

Tuttavia per fare ciò è necessario prima di tutto chiarire che cosa intendiamo con il termine POTERE.

Per potere si intende la possibilità di dirigere persone, contare su risorse umane e materiali, disporre di un apparato di coercizione e di una burocrazia.
Il potere per esistere, oltre alle fonti, deve appoggiarsi sull’obbedienza.

L’obbedienza è sicuramente un elemento determinante se legato all’autorità.
In un interessante saggio lo psicologo Stanley Milgram descrive diversi rigorosi esperimenti da lui realizzati sul tema dell’obbedienza e dell’autorità che, aldilà di giudizi morali sull’autorità – che può essere buona o cattiva -, esamina le conseguenze del rapporto autoritario fra gli uomini, per mostrare come l’obbedienza all’autorità possa essere all’origine della distruttività umana.

La teoria che sta alla base di un approccio che analizza gli effetti dell’obbedienza ritiene che i governi dipendono molto dalla disponibilità della gente ad obbedire e che, con azioni nonviolente ben organizzate e con precisi obiettivi, si può influenzare pesantemente ogni tipo di potere costituito e, in casi estremi, ridurlo all’impotenza.

Cosa può fare la nonviolenza

La nonviolenza può diventare quindi uno strumento per:
– ottenere nuove cose: leggi più “giuste”, libertà, più diritti civili ed umani, impedire azioni ritenute riprovevoli, spingere governi, aziende, società o gruppi verso certe scelte;
– per difendere cose esistenti: leggi ritenute valide, istituzioni democratiche, conquiste civili, tradizioni e cultura, territori, persone, realtà associative ecc.
I suoi strumenti di lotta sono i mezzi di lotta nonviolenti quali la non-collaborazione, la disobbedienza civile, il boicottaggio, il sabotaggio, il programma costruttivo ed alternativo e tante piccole azioni, tecniche e modalità.
In un famoso libro di Gene Sharp sono presentate ben 198 possibili risposte ed azioni nonviolente da mettere in atto (non-collaborazione con chi governa; disobbedienza civile; boicottaggio sociale, economico, politico; controinformazioni; obiezione fiscale, lavorativa; ecc.).

Molti esempi storici poi confermano la validità della resistenza attiva nonviolenta.
Vi segnalo un breve elenco cronologico di lotte, azioni, movimenti che sono stati basati, talvolta anche inconsapevolmente, su metodologie nonviolente:
– lotta di liberazione dell’India da parte del movimento guidato da Gandhi;
– parte della resistenza danese e norvegese all’invasione nazista;
– molti esempi della resistenza italiana alla caduta del fascismo nel ’43 (ricerche fatte su Roma, Napoli, Bergamo, Forlì, ecc.);
– la lotta per i diritti civili dei neri guidata da Martin L. King;
– le lotte per i diritti civili e sindacali portate avanti con César Chavez;
– la resistenza all’invasione della Cecosclovacchia da parte delle forze dell’ex Patto di Varsavia nel 1968;
– lotta dei movimenti pacifisti europei contro l’installazione da parte del governo USA dei missili atomici in risposta al riarmo dell’URSS;
– inizio della Campagna di disobbedienza civile di massa contro la parte di tasse destinata al bilancio della Difesa italiano (obiezione di coscienza alle spese militari). E’ una forma di lotta diffusa anche in altri Paesi;
– la caduta del dittatore Marcos nelle Filippine, 1986;
– lotta contro il nucleare e le centrali nucleari in Italia culminata nel 1987 col referendum vinto dagli antinuclearisti (1986 gravissimo incidente di Cernobyl);
– boicottaggio organizzato su scala mondiale delle banche coinvolte con il regime razzista del Sud Africa. Campagna poi conclusasi per i profondi cambiamenti intervenuti in quel Paese, tali da portare Nelson Mandela, avvocato di colore in prigione da 25 anni, alla guida della Nazione dopo libere elezioni;
– simulazione di difesa popolare nonviolenta che coinvolse l’intero comune di Boves in Italia;
– predisposizione e studio da parte di organismi statali o istituzionali di modelli di difesa popolare nonviolenta in Olanda, Austria, Australia;
– caduta dei regimi comunisti dell’Est. Tutti, tranne la Romania, senza l’utilizzo preordinato della violenza, 1989;
– separazione di Estonia, Lituania e Lettonia con uso prevalente di azioni nonviolente;
– resistenza vittoriosa al colpo di stato in URSS contro Gorbaciov e le sue riforme, 1991;
– iniziativa, ripetuta per diversi anni, contro la presenza del Salone Navale Bellico a Genova. Alla fine il Salone non fu più organizzato a Genova;
– iniziative pacifiste nei territori della ex-Jugoslavia organizzate principalmente dai Beati i Costruttori di Pace di Padova, da cui poi nacque l’idea dei Corpi Civili di Pace Europei proposti già dal 1994 dal parlamentare europeo Alexander Langer. La prima marcia si svolse nel dicembre 1992 e portò 500 pacifisti a Sarajevo; la seconda nell’agosto del 1993, denominata Mir Sada, coinvolse 2.000 persone, ma non giunse a Sarajevo, solo a Prozor e a Mostar.

Concludo evidenziando che la nonviolenza per dispiegarsi ha bisogno che alla base ci sia un grosso lavoro organizzativo, di formazione e di addestramento.
Sono quindi necessari mezzi, uomini, risorse economiche per poter sperimentare questi metodi.

Forlì, 28/05/2013

Raffaele Barbiero
Operatore Centro per la Pace di Forlì

– Pontata G. (a cura di), Teoria e pratica della nonviolenza, edizioni Einaudi, Torino 1973.
– Sharp G., Politica dell’azione nonviolenta, vol I (Potere e lotta), II (Le tecniche) e III (La dinamica), edizioni Gruppo Abele (EGA), Torino 1985–1986-1997.
– Barbiero R., Resistenza nonviolenta a Forlì, ed. La Meridiana, Molfetta (Bari) 1992.
– Milgram, S. (1975) Obbedienza all’autorità, edizioni Bompiani, Milano
– Beati i costruttori di pace (BCP), Passo….Passo….Anch’io a Sarajevo, Messaggero di Padova, PD 1993.
– EU Commission concerning ECPC (2005) Feasibility Study on the Establishment of a European Civil Peace Corps. Ohain: Channelresearch
– L’Abate A. (a cura di), Addestramento alla nonviolenza, Edizioni Satyagraha, Torino, 1985.

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