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conferenza-giorello-24-febbraio-2018

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Siamo lieti di trasmettere questo invito al secondo incontro del ciclo ”La realtà dell’immigrazione. Conoscere di più per agire meglio.”

La legislazione, i diritti e i doveri. Dall’accoglienza all’integrazione

che si terrà sabato 13 Gennaio 2018 – ore 15,30 presso il Salone Comunale – Piazza Saffi , 8 – Forlì.

l’evento è organizzato da Forlì Città aperta, Servizio Migrantes Diocesi Forlì-Bertinoro, Associazione Nuova Civiltà delle Macchine, con il Patrocinio del Comune di Forlì.

Si allega la locandina dell’evento.

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di Geminello Preterossi

E’ molto difficile parlare ora di Stefano Rodotà: l’emozione è troppo forte, per la perdita di una persona rara, preziosa, a cui vogliamo troppo bene; uno studioso vero la cui parola era sempre fonte di orientamento civile certo. E poi le cose da dire sono molte, troppe. Diciamo che dovremo confrontarci ancora a lungo con il suo straordinario, vitalissimo lascito culturale e politico. Ed è quello che faremo: ad esempio in quell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cui è stato così vicino, per una sorta di istintiva familiarità con lo spirito democratico-radicale di Marotta. Nel febbraio scorso aveva partecipato a una giornata di studi sui beni comuni a Palazzo Serra di Cassano, costruita intorno a lui, durante la quale per l’ennesima volta aveva mostrato la sua generosità e curiosità intellettuale. Ne sta per uscire una pubblicazione a più mani, a cui ha lavorato fino all’ultimo.

Stefano concepiva il tema dei diritti come decisivo per il futuro. Ma era alieno da una concezione “proprietaria” dei medesimi, come sovranità dell’individuo atomizzato e indifferente ai legami sociali. All’opposto, sapeva che senza diritti sociali, e senza solidarietà come principio politica di convivenza, non c’è possibilità di realizzazione piena ed eguale dei diritti dei singoli. La sua stella polare era la “pari dignità sociale”, di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione: ovvero una libertà in relazione, possibilità reale per tutti. Diritti sociali e civili in questo senso debbono camminare di pari passo, non c’è motivo perché non sia così. E’ insensato pensare che gli uni possano espandersi a scapito degli altri (e infatti le grandi stagioni dell’affermazione e della costruzione delle garanzie dei diritti hanno visto il successo delle lotte su entrambi i fronti). La stessa Europa, o è un’unione politica della solidarietà, o è destinata a fallire rovinosamente. Oggi la Carta dei diritti di Nizza, cui Rodotà aveva dato un rilevante contributo, è stata riposta in un cassetto: basta guardare alle concrete politiche economiche e sociali portate avanti dall’eurocrazia di Bruxelles e Francoforte. Il costituzionalismo dei bisogni, pensava Stefano, può essere rilanciato solo se cammina sulle gambe di soggettività incarnate e agonistiche. Quindi deve essere innanzitutto la politica – dal basso come istituzionale, tanto informale quanto mediata dai corpi intermedi – a dare corpo ai diritti (e al diritto). Ciò è possibile solo se è animata da una cultura solida, profonda, critica, aliena dai luoghi comuni.

Per Rodotà la democrazia è partecipazione. Sapeva bene che il tema delle classi dirigenti, della loro formazione e della loro credibilità, è decisivo. Ma rigettava le visioni elitiste, che svalutano i movimenti sociali, e sostanzialmente non credono nell’ambizioso progetto del costituzionalismo sociale e democratico: cioè nella lotta per la liberazione umana possibile, attraverso la civilizzazione del potere e l’azione istituzionale di contrasto all’esclusione e alla discriminazione. Per questo non bisogna diffidare del “popolo”: alieno da semplificazioni “populiste” o antipolitiche, Rodotà sapeva bene che il riconoscimento dei cittadini bisogna guadagnarselo tutti i giorni, e che c’è un bisogno di coinvolgimento, di presa di parola, cui è vitale corrispondere nelle società pluraliste. Naturalmente, senza plebiscitarismi di nessun genere. L’alternativa alla scommessa nella partecipazione, alla ripoliticizzazione della società, è una stretta verticale, oligarchica del potere, che serve solo a difendere un bunker escludente: l’opposto di una prospettiva di sinistra.

Alcune immagini vengono in mente, legate anche a quel suo modo di raccontare così coinvolgente: la battaglia della scala mobile accanto a Berlinguer, a difesa del lavoro, avendo intuito che lì partiva in Italia la controrivoluzione che avrebbe minato fino a spazzarle via le conquiste del costituzionalismo sociale, producendo la grave crisi di legittimazione in cui siamo immersi; Stefano, che non era comunista, aveva capito benissimo (come Luciano Gallino) la portata della sfida che il neoliberismo portava alla qualità e alla tenuta delle nostre democrazie. La lotta accanto alla Fiom contro il potere prevaricante della Fiat di Marchionne (in solitudine, perché gli eredi della sinistra di un tempo si voltavano dall’altra parte, non capendo la rilevanza di ciò che era in gioco – la dignità di chi lavora -, o preferendo cinicamente non entrare in rotta di collisione con i nuovi assetti di potere del capitalismo finanziario). Oppure quando organizzò in Campidoglio, su richiesta di Petroselli, un convegno – “eretico” per quei tempi – sui diritti degli omosessuali: segno di quell’apertura alle nuove istanze della società che nei momenti migliori il PCI di Berlinguer seppe coltivare. O la battaglia vinta – e poi tradita da (quasi) tutta la politica ufficiale – nel referendum per l’acqua bene comune. Infine la fermezza affilata con la quale ribadiva i concetti cardine del costituzionalismo contro la pochezza arruffona che ha animato il progetto Renzi-Boschi di controriforma della nostra Carta, anche questo bocciato dal basso il 4 dicembre scorso, in una felice saldatura tra ceti popolari (sui quali morde la nuova questione sociale) e minoranze intellettuali coraggiose: uno spartiacque, una grande energia politica potenziale, che dovremmo trovare il modo di raccogliere.

Rodotà aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Testimoniato in tante occasioni, come ad esempio in quella del Festival del diritto di Piacenza, un evento organizzato insieme alla Laterza, a cui si era dedicato con incredibile slancio. Non sorprendeva, quella facilità di entrare in rapporto con tutti, e soprattutto la curiosità per il nuovo: avendo lui stesso una luce limpida, da eterno ragazzo, negli occhi, che non ho mai visto in nessun altro. Una luce che esprimeva una fiducia lucida e ferma nell’avanzamento umanistico delle forme di convivenza, pur nella consapevolezza degli ostacoli che incontra e del profondo lavoro culturale che implica. Stefano era un uomo fermissimo e dolce, dal tratto naturalmente gentile, elegante. Nel meditare a lungo il suo insegnamento, riscopriremo continuamente, ne sono certo, quante strade inedite e feconde aveva intuito, e con quale ineguagliabile stile. Per questo lo sentiremo sempre accanto.

Riceviamo e con piacere inoltriamo il ciclo di incontri sul Diritto e rovescio dei diritti umani organizzato dal Centro Pace di Forlì:

Dialoghi sul diritto e il rovescio dell’umanità: TRATTA, TORTURA, PACE

Mercoledì 22 febbraio 2017 (ore 20.45)
“Il rovescio dei diritti umani”: la tratta
A partire dal fascicolo monografico della rivista “Parolechiave” dedicato a “Schiavitù” (2, 2016)
Consuelo Bianchelli – Autrice del saggio raccolto nel fascicolo “Il (dis) crimine della tratta. Un’indagine etnografica dei processi penali per riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani”. Introduce e coordina: Thomas Casadei – Università di Modena e Reggio Emilia

Venerdì 17 marzo 2017 (ore 20.45)
“Il rovescio dei diritti umani”: la tortura
A partire dal volume di Marina Lalatta Costerbosa “Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo” (DeriveApprodi, Roma, 2016)
Marina Lalatta Costerbosa – Università degli studi di Bologna Introduce e coordina: Thomas Casadei – Università di Modena e Reggio Emilia

Venerdì 24 marzo 2017 (ore 20.45)
“Rovesciare il mondo”: la questione della pace
A partire dal volume di Franco Bonsignori “Psicoanalisi della pace” (Mimesis, Milano-Udine, 2015)
Franco Bonsignori – Università di Pisa
Introducono e coordinano: Ilario Belloni – Università di Pisa e Chiara Magneschi – Università LUISS “Guido Carli” di Roma

Tutti gli incontri si terranno presso il Centro per la Pace “Annalena Tonelli”, Via Andrelini, 59 Forlì.

Lectio magistralis tenuta il 25 ottobre 2016 da Amartya Sen, economista e filosofo indiano, Premio Nobel per l’economia nel 1998, dal titolo “Antonio Gramsci and the Philosophical Revolutions”

di Thomas Casadei

Il 33° Torino Film Festival si è aperto con “Suffragette”, il film di Sarah Gavron sugli anni della lotta per l’emancipazione femminile nel Regno Unito, alla vigilia della prima guerra mondiale
[http://www.mymovies.it/film/2015/suffragette/].

Per l’uscita italiana bisognerà aspettare la primavera del 2016, ma intanto per farsi un’idea si può consultare in rete una grande quantità di documenti audiovisivi d’epoca sulla dura lotta per il suffragio universale e i diritti delle donne.

Qui un interessante articolo apparso su “Internazionale” e il trailer del film
http://www.internazionale.it//torino-film-festival-suffrag….

Grazie all’editore Castelvecchi è ora disponibile anche la biografia di Emmeline Pankhurst (1858-1928) – “Suffragette. La mia storia” – l’ispiratrice di una delle più dure battaglie per i diritti delle donne nella storia.

“A lungo e ingenuamente sono state immaginate come un pugno di borghesi gentili che bevono tè e sfilano gioiose dentro le loro camicette bianche impreziosite con fiori freschi e fasce di seta sul petto. Sarah Gavron le rivela invece per quello che le suffragette furono davvero, un piccolo esercito armato di operaie pronte a sabotare le loro città, a infrangere vetrine a colpi di pietra, a boicottare linee telefoniche e a collocare bombe in edifici rappresentativi [ndr: VUOTI], ad attuare estenuanti scioperi della fame. Questa secondo la regista inglese è la vera storia delle suffragette, quella che la stampa dell’epoca si guardò bene dal raccontare, quella che ancora ci si guarda bene dal raccontare nelle
scuole”.

Nei prossimi mesi, come Istituto Gramsci di Forlì, promuoveremo iniziative su questa storia per affrontare, anche con riferimento al contesto odierno, i temi decisivi dell’uguaglianza e della parità tra i sessi, del contrasto alle molestie sessuali, del diritto all’istruzione e ad un salario equo per tutte e tutti.

Gli “Itinerari della Parità” è un ciclo di incontri dedicati al tema della parità. Riflessioni che partono da diversi punti di osservazione e che ci dimostreranno come il problema può essere affrontato a seconda del contesto in cui si genera la discriminazione.

di Michele Drudi

Mi permetto una nota personale a margine della manifestazione di oggi in Piazza Ordelaffi a Forlì. Siamo di fronte a fatti enormi, di dimensione e portata globale, di complessa, difficilissima e forse impossibile “gestione”. Una riflessione realistica e una pratica conseguente sono quindi necessarie, senza mai tradire però il rispetto per l’universale: la solidarietà umana. Il sistema europeo, e il nostro paese, totalmente organizzato intorno ai criteri dell’efficienza, del mercato, dell’austerità, dello smantellamento del welfare, è ormai trascinato nel gorgo prodotto dalla destabilizzazione del Medioriente e del Maghreb. L’esodo di proporzioni bibliche è a mio avviso riconducibile a un insieme di fattori che però vanno interpretati in un quadro preciso e determinato, cioè il processo di organizzazione e dispiegamento mondiale del capitalismo contemporaneo: globalizzazione, liberismo, mercato mondiale, deregulation, cosmopolitismo e internazionalizzazione del capitale e dei suoi attori/strumenti, lotta per l’esistenza o addirittura la sussistenza trasferita sulle classi inferiori, con annessa lotta di classe tra poveri, xenofobia, paranoia, nazionalismi e fondamentalismi di massa ecc. che ritengo conseguenze e prodotti inevitabili in questo contesto e situazione di sistema. I risultati della crisi, ma pure del deliberato smantellamento del modello sociale europeo e della gestione interessata e cinica dello scenario mediterraneo e mediorientale, sono sotto gli occhi di tutti. Mi dispiace, sarò retorico, ma quanto può durare questo stato di cose, questo stato di disordine e guerra che travolge i confini nazionali? Secondo me, occorre porre limiti e barriere, ma nel senso esattamente opposto alle soluzioni fasciste, proposte senza neppure tanta convinzione da alcuni politici italiani (a una parte della base elettorale e dei finanziatori di questi fenomeni del resto ha sempre fatto comodo, molto comodo la manovalanza a basso costo e senza pienezza di diritti civili costituita dagli stranieri non comunitari). Occorre mettere limiti ai movimenti distruttivi del capitalismo. Guerre, “crisi” economiche e speculazioni finanziarie, distruzione di milioni di posti di lavoro e imprese e addirittura di intere economie internazionali, sfruttamento, droga, prostituzione, clandestinità, morti in mare, morti sul lavoro, degrado e esplosione delle periferie dove sono costretti a convivere e a scontrarsi per un nulla i poveri contro i più poveri… Tutto questo è conseguenza diretta e necessaria, naturale, del movimento e del ciclo di riproduzione del capitale, che non ammette e non tollera limiti. Questo XXI secolo, nella sua novità, puzza di vecchio, e per queste ragioni, anche se le mie parole possono suonare antiquate e incomprensibili per chi è nato dopo l’89, penso che l’alternativa sia chiara e sia una sola, quella di sempre: socialismo o barbarie.

di Angelo Ricci

“Il gioco è severamente vietato ai minori di anni 18”. Questa frase era una volta affissa in tutti i bar e i circoli, ma col tempo questi cartelli, ormai ingialliti dal fumo degli avventori, dal tempo e soprattutto dagli eventi, sono stati rimpiazzati da frasi inserite a termini di legge alla fine degli spot che pubblicizzano i giochi d’azzardo, tipo: “il gioco può causare dipendenza patologica”.
Sia la vecchia prescrizione “proibizionista” che l’altra frase, testimone della attuale fase di svolta “liberista”, se decontestualizzate, appaiono entrambe come veri e propri ossimori. Non serve, infatti, un’analisi semantica della parola “gioco” per intuire un’ambiguità, se non un vero è proprio uso distorto del temine.
Nel nostro paese il cosiddetto “gioco pubblico” è definito come “… tutti i giochi regolamentati da AAMS – Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato…” (1) ed ingloba “… tutte le forme di gioco legali presenti in Italia che sono appunto, sempre secondo la legge, i giochi d’azzardo, d’alea e di abilità…”(1).
Il “gioco d’azzardo” è quindi un sottoinsieme del “gioco pubblico” la cui definizione è quella prevista dalla art. 721 codice penale: “Sono giuochi d’azzardo quelli nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria”.
Per i minori di 18 anni, il gioco è un diritto sancito dalla “Dichiarazione dei diritti del Fanciullo”, ratificata la prima volta dalla Società delle Nazioni nel lontano 1924: “Il fanciullo deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi e attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi”. Le attività ludiche sono, ovviamente, riconosciute dalla comunità internazionale (2) come uno strumento fondamentale, attraverso il quale è possibile favorire la capacità di apprendimento, l’affinamento della manipolazione, lo sviluppo della memoria e, non ultima, la socializzazione.
È quindi lecito chiedersi perché il gioco perda nel tempo la propria
valenza positiva, al solo susseguirsi delle normali fasi di crescita di un individuo. Quando cioè, nell’immaginario collettivo, questa attività
socio-ricreativa diviene una minaccia potenziale, pericolosa a tal punto da divenire perfino malattia: il significato letterale di “ludopatia” lascia ben poco spazio all’interpretazione.
Secondo “ALI per giocare”, l’Associazione Italiana delle ludoteche e dei ludobus, e altre centinaia di associazioni di settore, il gioco non perde mai le proprie caratteristiche di formidabile aggregatore, di stimolatore della creatività, di volano della cultura e dell’apprendimento più in generale. Il pericolo sta nell’uso indistinto del termine, rendendo concreto il rischio di utilizzare indebitamente la parola “gioco” svuotandola dell’eccezione positiva che ognuno di noi ne conserva fin dai tempi dell’infanzia (3).
In Italia, come all’estero, è presente una crescente comunità che invece non si rassegna ad avallare questa “appropriazione solo parzialmente debita” che sia la vulgata che le frasi ricordate in apertura, sembrano sostenere. Una comunità che tra le tante attività ed iniziative di settore organizzate, si ritrova ogni anno a Modena per il “Play – Festival Italiano del Gioco”, la cui settima edizione si è svolta l’11 e 12 aprile scorsi. I dati raccolti dagli organizzatori della manifestazione hanno evidenziato un tasso di incremento a doppia cifra, superando per la prima volta le 30.000 presenze complessive. Un afflusso davvero imponente, che ha letteralmente riempito di appassionati, curiosi, bambini e genitori i due ampi padiglioni della Fiera di Modena.

In questo contesto favorevole, hanno trovato risalto tutte le attività che a diverso titolo sono legate al mondo del gioco. Alcune cooperative specializzate hanno proposto attività ludiche, legate all’animazione socioculturale. Di particolare interesse la riproposizione in grande formato dei giochi in legno della tradizione popolare, legati perlopiù alle abilità manuali. In questo padiglione, talvolta era possibile catturare qualche frase entusiasticamente pronunciata dai nonni in direzione dei nipoti – “erano queste le nostre Play Station!” – quale segno tangibile di un ponte generazionale tanto forte quanto inusuale.
Come di prassi, i rigorosi giocatori di simulazioni belliche hanno trasmesso agli avventori nozioni di storia militare (innescando spesso una curiosità anche per la storia tout court), attraverso giochi di diversa difficoltà e collocazione storica, mentre nella pista dedicata al
modellismo dinamico sfrecciavano bolidi che di miniaturizzato avevano solo le dimensioni, ma di certo non era in miniatura la passione per la competizione evidenziata dai sapienti manipolatori dei telecomandi.
L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia ha proposto la consueta “Tavola
Esagonale. Musei per gioco: per imparare giocando” che quest’anno ha avuto come argomento “Gioco e formazione” e anche un ricco programma di attività di gioco per grandi e piccini.
Una parte consistente della manifestazione era, però, dedicata al “gioco da tavolo”, un mercato sorprendentemente simile a quello dei libri, seppur di dimensioni più contenute. Dietro i prodotti “mass market” (Risiko, Monopoli, Cluedo), in grado di trovare spazio sugli scaffali della grande distribuzione, si nasconde una produzione di qualità elevata, suddivisa in una nutrita serie di generi e sottogeneri, per nulla differenti da quelli letterari. Si pensi, ad esempio, alla suddivisione tra i cosiddetti giochi “american” ed “euro”: il primo indica un filone più “avventuroso”, dove dadi ed ambientazione sono i protagonisti, mentre il secondo, più “mainstream”, pone pesantemente l’accento sulle capacità dei singoli giocatori, fedele alla logica del “vinca il migliore”.
In un contesto come questo, non può mancare una pletora di autori affermati, che firmano i propri giochi come se fossero libri. Osannati e criticati proprio come gli scrittori di grido, hanno stili e filosofie realizzative che ne contraddistinguono la produzione. Questa manifestazione rappresenta, quindi, la vetrina ideale in cui autori e case editrici presentano al pubblico le loro novità, oltre a essere un’ottima opportunità per gli appassionati per “toccare con mano” vecchi e nuovi titoli, provandoli in apposite aree attrezzate.
Ultimo ma non ultimo in questa breve carrellata, il grande stand di un’associazione che si occupa della diffusione dei Lego, i celeberrimi mattoncini danesi che, da generazioni, uniscono padri e figli nella costruzione di più o meno complessi modelli in scala, oltre a permettere di dare sfogo alla propria creatività: durante le 2 giornate, sono stati costruiti (e successivamente smontati) circa 800 modelli.
Quella di Modena è dunque una manifestazione di settore, certo, ma non per questo rinchiusa in un mondo di relazioni autoreferenziali tra piccole nicchie di appassionati: infatti, se all’interno dei padiglioni, l’adolescente (come l’adulto) ha potuto misurarsi nei diversi tornei organizzati, all’esterno della fiera il gioco ha cercato di relazionarsi con la città. In primis, si è cercata un’ampia sensibilizzazione del mondo della scuola, permettendo alle scolaresche di ogni ordine e grado di visitare gratuitamente la manifestazione. Oltre a questo, sotto il nome di “Play and the City”, sono state approntate in diversi punti della città di Modena decine di attività ludiche. Si prenda a titolo di esempio “Re-Generation”, un torneo che ha visto 47 coppie di nonni e nipoti contrapporsi in una sorta di decathlon ludico, allegro ma non certo privo della necessaria competitività. Non sono mancati neppure momenti cha hanno permesso l’intreccio tra mondo ludico ed altri eventi culturali, come ad esempio l’iniziativa “7 giochi per i 70 anni della Liberazione”, nella quale alcuni giochi, come la “caccia al tesoro” o la “decodifica di codici segreti”, sono stati adattati per modellare le vicende della Resistenza, dalla “staffetta partigiana” alla ricerca del rifugio sui monti dell’Appennino.
In questi due giorni, quindi, il gioco e i suoi operatori hanno dimostrato la valenza creativa, culturale e sociale delle attività ludiche: è evidente che, anche ai tempi di Internet, è comunque possibile sedersi attorno a un tavolo e condividere il piacere “fisico” della compagnia, la passione per il ragionamento, sorrisi e, perché no, nozioni.
L’unica forma di gioco – volutamente – assente dalla manifestazione è stato il gioco pubblico, di cui più sopra abbiamo ricordato la definizione. Il gioco presente al Play di Modena può essere visto come il Davide, un settore ancora di nicchia fatto di relativamente pochi appassionati e operatori specializzati, che si è voluto distinguere dal Golia, il “gioco pubblico”: un gigante divenuto il quinto elemento per fatturato dell’economia italiana. Ma davvero questi due mondi sono così nettamente separati e distinti?
Chi ha una cultura ludica non per questo è un bacchettone, e tende invece a condividere la ratio di molte leggi (purtroppo regionali, perché al momento manca ancora una linea guida nazionale) in materia di gioco d’azzardo, che si esprimono a favore di un gioco “responsabile, misurato e consapevole” (4).
Infatti va chiarito che non esiste cioè una pregiudiziale rispetto alla posta in palio, anche in denaro: nel Backgammon, ad esempio, la scommessa è parte integrante del regolamento, nonostante si tratti di un gioco a cui viene universalmente riconosciuta una profondità analitica simile a quella degli scacchi, e rappresenti un’attività ludica così popolare da essere praticata nelle strade di molte città del bacino del Mediterraneo.
Non dimeno però si constata che valori e caratteristiche delle tipologie di giochi protagonisti della kermesse modenese, sembrano rappresentare una formidabile forma di prevenzione rispetto alle possibili derive negative del gioco d’azzardo. Infatti, chi è educato al gioco impara a utilizzare schemi comportamentali ben precisi: la semplice necessità di rispettare le regole implica la precisa conoscenza delle stesse. Acquisita la necessaria consapevolezza del meccanismo, si attiva l’analisi delle probabilità di successo per ciascuna delle azioni permesse: un giocatore di scacchi sa che muovendo la propria regina in una determinata casella questa, salvo improbabili sviste dell’avversario, verrà catturata, decretando la propria sconfitta. Ci si abitua cioè ad analizzare i modelli matematici e probabilistici che stanno alla base di qualsiasi correlazione tra “causa” (azione del giocatore) ed “effetto“ (cosa succede nel gioco). Una consapevolezza che diviene deterrente verso alcune delle forme di azzardo a più alto rischio di patologia, come slot-machine e video-lotterie, dove nessuna abilità dell’utente contribuisce a determinare – nemmeno marginalmente – l’esito finale, tanto che è perfino lecito chiedersi, a prescindere dalle definizioni, se possono essere considerate propriamente come giochi.
Per questa ragione, oltre alle importanti battaglie a cui quotidianamente assistiamo per tenere le sale scommesse/slot lontano da luoghi sensibili come scuole e parrocchie, auspichiamo che presto entrino nelle aule scolastiche attività di divulgazione ludica. Queste dovrebbero essere focalizzate su più piani, come per esempio quello che spieghi i più comuni meccanismi matematici alla base delle diverse forme di gioco (anche di azzardo) con lo scopo, per esempio, di consentire ai ragazzi di riconoscere l’assoluta infondatezza di alcune credenze popolari, come quella dei numeri “ritardatari” del lotto. Più in generale, si aiutino i ragazzi ad identificare distintamente le differenze tra le diverse forme di gioco, mettendo in guardia sui pericoli del gioco d’azzardo, in linea di principio potenziali, ma che le cronache ci dicono essere anche concreti e devastanti in presenza di abuso. Come spesso accade, la conoscenza è l’arma di prevenzione più potente.

Note

(1) “Il gioco d’azzardo – Le ludopatie” ricerca coordinata dal Codacons per AAMS.

(2) “La dichiarazione dei diritti del fanciullo” è stata approvata dall’Assemblea generale delle nazioni Unite nel 1959.

(3) Dal sito della campagna “Mi azzardo a dirlo” promosso da ALI: “Il diritto al gioco è un diritto per tutti. Ma anche la parola GIOCO ha qualche diritto. Quello di non essere usata in maniera sbagliata.”

(4) Legge regionale Emilia Romagna 04 luglio 2013, n. 5: “Rafforzare la cultura del gioco misurato, responsabile e consapevole, il contrasto, la prevenzione e la riduzione del rischio della dipendenza da gioco”.

Nell’ambito delle celebrazioni del 70° Anniversario della Liberazione : 25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2015

L’A.N.P.I Comitato Provinciale Forlì-Cesena in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Forlì e con la collaborazione di ARCI Forlì

Presentano

Martedì 14 aprile 2015
alle ore 20.45
presso il Salone Comunale di Forlì


l’evento

“RESISTO perché ESISTO”

Interventi di

DAVIDE DREI – Sindaco di Forlì

CARLO SARPIERI – Presidente A.N.P.I Comitato Provinciale Forlì- Cesena

A seguire lectio magistralis del Professor RAFFAELE MANTEGAZZA dell’Università di Milano Bicocca

70 anni dopo la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo che significato hanno i concetti di Resistenza e di antifascismo?

Il Professor Mantegazza, a partire dall’analisi storica dell’esperienza partigiana, ci descriverà il concetto di “Resistenza” come tema esistenziale profondo, proprio di ogni essere umano che ha bisogno di resistere al male, all’assenza di senso, alla violenza e al dolore.

Solo riflettendo sulla storia si arriva a comprendere quali siano oggi gli elementi ai quali resistere, quali i volti attuali del fascismo, della violenza e dell’annientamento e quali le armi non violente che possiamo utilizzare per combatterli.

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