Archivi per la categoria ‘Homo civis/citizen – Spazi della città, territorio e sostenibilità’

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La Fondazione Gramsci Emilia-Romagna insieme a CHEAP, desidera realizzare nel prossimo autunno un intervento di public art a Bologna dedicato ad Antonio Gramsci, in occasione dell’80° della morte avvenuta nel 1937.
E’ questa una delle iniziative che la Fondazione ha inserito in un calendario di incontri e convegni, tesi a valorizzare una delle figure del pensiero filosofico e politico più importanti del Novecento, certamente l’intellettuale italiano contemporaneo in questo momento più tradotto e studiato nel mondo, la cui biografia è nota come espressione dell’antifascismo e delle libertà democratiche, ma, soprattutto oggi, anche per le teorie interpretative della modernità nello scenario internazionale del XX secolo.

Suggestionati dall’esperienza dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn che nel 2013 ha realizzato un vero e proprio parco a New York nel Bronx dal titolo Gramsci Monument, nato dall’idea secondo cui l’arte è elemento indispensabile per lo spazio pubblico, si vuole proporre anche alla città di Bologna un intervento di public art che veda come soggetto Antonio Gramsci.

Il volto di Antonio Gramsci è un’icona con altissimi livelli di riconoscibilità, che ha esercitato fascino e interesse lungo ormai tutto il secolo. Con questo progetto vorremmo, con il linguaggio dell’arte, trasmettere alle nuove generazioni e non solo la passione per lo studio, per la conoscenza, per l’elaborazione intellettuale che Gramsci stesso ha lasciato in eredità attraverso i suoi numerosi scritti.
A conferma che non sono lontani dall’epoca attuale, ma che si rivelano essere chiavi di lettura di questo difficile presente.
Il titolo del progetto AGITATEVIproject prende ispirazione dalla celebre frase di Antonio Gramsci in cui esorta attraverso lo studio e la cultura a riappropriarsi della realtà con passione, entusiasmo e determinazione, frase che inaugura il primo numero de L’Ordine Nuovo del 1° maggio 1919 e che sarà il motto della rivista fino al 1920.
La realizzazione del grande wall sarà affidata allo street artist Chekos. Leccese d’origine, attivo nello spazio urbano dal 1995 e fondatore nel 2009 della rete South Italy Street Art, Chekos si caratterizza per uno stile in grado di unire astratto e
figurativo, nel contesto di un’evoluzione della tecnica dello stencil.
Per sostenere il progetto si prevede una raccolta fondi dal titolo AGITATEVITour: un insieme di eventi e incontri di fundraising in collaborazione con Partner attivi nel panorama culturale bolognese per stimolare nella comunità la curiosità e la partecipazione a realizzare un’opera di public art per la città di Bologna.
Durante tutto il mese di settembre sarà possibile fare delle donazioni per il wall attraverso diverse modalità di sostegno. In cambio di una donazione saranno offerti prodotti handmade e di design, libri della biblioteca (doppie copie selezionate), shopper, quaderni e locandine tutti personalizzati ed elaborati a partire dall’immagine di Antonio Gramsci e dalle sue note citazioni.
Stiamo lavorando al progetto in collaborazione con il Comune di Bologna e con la
Città Metropolitana, nel rispetto delle modalità previste per la realizzazione di un progetto a valenza pubblica e di impatto comunicativo importante.
I lavori di realizzazione del progetto sono previsti entro la metà di ottobre.

Tutte le info su:
www.iger.org/agitatevi-project/
www.facebook.com/events/122928088344688/

fopredappioLa sera di venerdi’ 30 settembre si terra’ in tutta Europa la Notte dei ricercatori sponsorizzata, attraverso bando competitivo, dalla Commisisone
Europea.

L’Universita’ di Bologna quest’anno e’ una delle universita’ italiane che ha vinto con un proprio progetto il bando della UE.

Il progetto si svolgera’ su tutte e cinque le sedi di Unibo, quindi anche Forli’.

A questo link il programma della serata che si svolgera’ a Forli’ e a Predappio (presso le ex gallerie Caproni).

L’evento e’ pensato per mostrare l’importanza che ha per tutti i cittadini la ricerca ed e’ soprattutto rivolto ai giovani perche’ si avvicino ancora di piu’ all’università.

Presentazione del film Suffragette

12 aprile – Cinema Teatro Verdi, Forlimpopoli

Raffaella Baccolini (Università di Bologna, Forlì)

 

Limiterò queste brevi riflessioni intorno alla lotta per il voto femminile al mondo anglosassone, ma non posso non menzionare la lotta nel nostro paese, visto che quest’anno ricorre il 70° anniversario del voto alle donne in Italia.

Prima del 2 giugno 1946, quando il voto delle donne si è espresso nel referendum su repubblica o monarchia, le donne italiane hanno votato anche per le Amministrative del marzo 1946 in circa 400 comuni. A Forlì, per esempio, furono elette due donne: Liliana Vasumi Flamigni per il PCI e, per la DC, Jolanda Baldassari. Rispetto al resto d’Europa, in Italia le donne conquistano il diritto al voto relativamente tardi, insieme alle donne francesi che lo ottengono nel 1944, mentre nella maggior parte dei paesi europei il suffragio femminile viene guadagnato dopo la Prima Guerra Mondiale (per es., 1918/1928 nel Regno Unito, 1919 in Germania).

La conquista del voto viene spesso anche vista come una ricompensa per il ruolo delle donne nello sforzo bellico. La lotta per il suffragio in Inghilterra subisce, infatti, un arresto—con il consenso stesso di donne come Emmeline Pankhurst—durante gli anni della guerra.

Il primo paese in cui le donne ottengono il voto è la Nuova Zelanda nel 1893, seguito dall’Australia nel 1902. Prima di queste colonie britanniche, già in alcuni territori dell’ovest degli Stati Uniti le donne potevano votare: in Wyoming dal 1869, nello Utah dall’anno successivo e nel territorio di Washington dal 1883. Erano queste, tuttavia, strategie per incoraggiare la migrazione delle donne in questi territori fortemente abitati da una popolazione di soli uomini. Nonostante fosse dunque una mossa strategica, tutti questi territori mantengono però il voto alle donne quando vengono annessi all’Unione (per es., il Wyoming nel 1890). La maglia nera in Europa spetta alla Svizzera e al Lichtenstein, dove le donne hanno votato rispettivamente nel 1971 e nel 1984.

Il film Suffragette ricostruisce la lotta per il voto alle donne negli anni 1912-1913 nel Regno Unito. È un film duro, ma anche coinvolgente, che non cede alla retorica. È anche un film corale ad opera di donne: la regia è infatti di Sarah Gavron, mentre la sceneggiatura è di Abi Morgan. Ricorda un altro film, del 2004, tutto femminile, come Angeli d’acciaio (Iron Jawed Angels) sulla lotta per il suffragio alle donne in USA negli anni 1913-1920, per la regia di Katja Von Garnier e la sceneggiatura di Sally Robinson.

Concentrandosi sulla lotta per il suffragio femminile in paesi diversi e in epoche diverse, i film hanno il merito di mostrare alcune caratteristiche importanti di queste lotte.

La battaglia per il voto negli Stati Uniti è stata anche uno scontro tra generazioni di femministe che hanno scelto strategie di lotta diverse, per esempio tra quelle delle giovani e più radicali Alice Paul (Hilary Swank) e Lucy Burns (Frances O’Connor) e delle rappresentanti della vecchia generazione come Carrie Chapman Catt (Anjelica Huston).

l film di Sarah Gavron invece, mescolando personaggi reali e fittizi, ha il merito di mostrare gli aspetti di classe all’interno del movimento: una lotta non solo di donne borghesi emancipate, come Emmeline Pankhurst (Meryl Streep), ma anche delle lavoratrici, in particolare delle lavandaie, attraverso la presa di coscienza della protagonista, Maud Watts (Carey Mulligan), personaggio di fantasia. (Il film è stato accusato di essere insensibile nei confronti della diversità etnica, tuttavia il movimento suffragista dell’epoca era principalmente bianco, nonostante la presenza di alcune suffragette nere quali la principessa indiana Sophia Duleep Singh e Bhikaji Cama.) Ma più di tutto, entrambi i film colmano un vuoto di memoria, portando alla luce alcune donne e le loro vicende che non trovano espressione nei libri di storia e che, nella cultura popolare, sono spesso rappresentate in modo ridicolo, basti pensare, una fra tutte, alla madre suffragetta, svanita e stravagante, del disneyano Mary Poppins.

La storia della lotta per il voto non ha un andamento lineare: interessa maggiormente tre paesi, Francia, UK e USA, ma in tutti e tre subisce arresti e ricomincia più volte. I suoi inizi sono legati alle Rivoluzioni Francese e Americana, in richieste pubbliche e private.

Se in Francia Olympe de Gouges redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in America la prima richiesta è privata, nella lettera che Abigail Adams, moglie del futuro secondo presidente, John Adams (1797-1801), manda al marito nel 1776. Mentre Adams e gli altri padri fondatori sono al lavoro sulla Dichiarazione di Indipendenza, gli chiede infatti di “ricordarsi delle donne e di essere più generosi con esse di quanto non furono gli antenati”.

Qualche anno dopo, nel 1790, in UK, Mary Wollstonecraft è la prima ad avanzare la richiesta di voto per le donne con la pubblicazione della Rivendicazione dei diritti della donna.

Bisognerà invece aspettare il 1848 (19-20 luglio) per la prima richiesta pubblica negli Stati Uniti, formulata principalmente da Elizabeth Cady Stanton al primo congresso sui diritti delle donne tenuto a Seneca Falls. Una caratteristica della lotta per il suffragio in America è il suo legame alla causa abolizionista.

Gli anni ‘60 dell’Ottocento segnano avanzamenti e arresti nella lotta per il suffragio femminile da entrambi i lati dell’Atlantico. In UK sono due uomini in particolare che ripropongono la questione del voto alle donne, il filosofo economista John Stuart Mill e l’avvocato socialista Richard Pankhurst. In America, invece, l’approvazione del 14° e del 15° emendamento della Costituzione apre una controversia anche all’interno del movimento suffragista. Gli emendamenti in questione, infatti, riguardano i diritti di cittadinanza e definiscono i cittadini come uomini (14°) e proibiscono la negazione del diritto di voto sulla base del colore e della razza di un cittadino (15°). Il movimento si spacca su quest’ultimo, tra alcune (per es. Lucy Stone) che lo ritengono un primo passo utile per il riconoscimento anche dei diritti delle donne e altre (per es. le radicali Cady Stanton e Susan B. Anthony) che lo ritengono pericoloso.

La storia del movimento suffragista mostra dunque linguaggi e pratiche politiche diverse all’interno dei singoli paesi. I contrasti e le differenze non fermano tuttavia un movimento che, a differenza dell’Italia, in entrambi i paesi si può definire di massa. Tra le manifestazioni imponenti organizzate dalle organizzazioni per il suffragio, c’è la parata del 3 marzo 1913 a Washington, D.C., il giorno prima dell’arrivo del Presidente Woodrow Wilson per il suo insediamento. Il corteo è aperto dall’avvocata Inez Milholland, tutta vestita di bianco su un cavallo anch’esso bianco. Tra il 1917 e il 1918, più di 500 suffragette saranno arrestate durante i picchetti davanti alla Casa Bianca, in manifestazioni in cui accusavano il Presidente Wilson, impegnato nella guerra in Europa, di avere a cuore la libertà dei cittadini tedeschi ma di ignorare i diritti delle donne. Per questi picchetti, in realtà di poche manifestanti, le attiviste sono accusate di ostacolare il traffico. In prigione, le donne praticavano lo sciopero della fame e venivano per questo alimentate a forza.

Anche in UK le manifestazioni diventano di massa, come si ha modo di vedere alla fine del film con le immagini di repertorio. Le tecniche adottate qui, e prese in prestito dalle giovani attiviste americane, sono a volte anche violente: allo sciopero della fame si unisce la disobbedienza civile.  Si tratta di una violenza, tuttavia, che non è mai rivolta alle persone, se non alle suffragette stesse (che rischiano la vita), bensì alla proprietà, con la rottura di vetrine e gli attentati a luoghi simbolici come la casa in costruzione dell’allora Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George.

Ma la violenza maggiore che caratterizza la lotta al suffragio femminile è quella subita dalle donne, come il film di Sarah Gavron ben racconta. Non è solo la violenza fisica della polizia sulle manifestanti, ma è anche la violenza dell’alimentazione forzata. Emily Wilding Davison, uno dei personaggi realmente esistiti del film, viene arrestata, a volte rilasciata, nove volte imprigionata. In questi “soggiorni” in prigione, viene alimentata forzatamente 49 volte; tanto che il governo, accusato per i metodi brutali, è costretto a far passare una legge che viene soprannominata “Cat & Mouse Act”, che nel nomignolo ricorda la natura del gioco tra animali: una volta arrestate, le donne fanno lo sciopero della fame; vengono quindi rilasciate perché troppo deboli; appena si rimettono in salute vengono nuovamente arrestate.

Ma soprattutto si tratta anche di una violenza psicologica, tra intimidazioni e abusi, come quelli subiti da Maud, personaggio di fantasia che per la regista rappresenta un insieme di più donne. Attraverso il suo punto di vista e la sua storia, si assiste alla sua progressiva presa di coscienza, che ci ricorda come la lotta per ottenere il voto sia anche — nelle parole di Anna Rossi Doria —“un pezzo di progetto generale di rivendicazione di dignità e di autonomia femminili” (La libertà delle donne, Torino, 1990, p. 272).

Si è detto che il film colma un vuoto di memoria, racconta ciò che troppo spesso non viene studiato a scuola. Ma è anche importante perché film come questi danno forza e maggiore visibilità ad iniziative come la recente campagna di sensibilizzazione contro l’astensionismo giovanile e femminile in particolare, #xxvote, del gruppo Youth Media Agency. Con il motto, “if you don’t vote, you won’t matter” (se non voti, non conti), un gruppo di giovani donne ha prodotto un cortometraggio di poco più di tre minuti che ci ricorda l’importanza di esercitare il nostro diritto al voto, conquistato così duramente dalle donne (http://www.youthmediaagency.org.uk/xxvote-1/).

di THOMAS PIKETTY

Anthony Atkinson occupa un posto speciale fra gli economisti. Nell’ultimo mezzo secolo, a dispetto delle tendenze dominanti, è riuscito a collocare il tema della disuguaglianza al centro del suo lavoro, dimostrando che l’economia è anzitutto e soprattutto una scienza sociale e morale. Nel suo nuovo libro, “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?” – più personale dei suoi precedenti e totalmente centrato su un piano d’azione – ci offre le linee guida di un nuovo radicale riformismo. Qui c’è qualcosa che ricorda il riformismo sociale progressista del britannico William Beveridge e il lettore potrà godersi il modo in cui Atkinson presenta le sue idee.

Atkinson, studioso inglese la cui prudenza è leggendaria, rivela un lato più umano, si butta nella disputa e presenta un elenco di proposte concrete, innovative e convincenti per dimostrare che le alternative esistono ancora, che la battaglia per il progresso sociale e l’uguaglianza deve rivendicare la propria legittimità, qui e ora. Propone benefici universali per le famiglie finanziati dal gettito di una tassazione progressiva. Difende anche l’idea di posti di lavoro garantiti nel settore pubblico a salario minimo per i disoccupati e la democratizzazione dell’accesso alla proprietà di beni attraverso un innovativo sistema nazionale di risparmio, con rendimenti garantiti per i depositanti. In “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?”, Atkinson lascia il terreno della ricerca accademica e si avventura nel campo dell’azione e dell’intervento pubblico. Così facendo, ritorna al ruolo dell’intellettuale pubblico, che non ha mai davvero abbandonato, sin dagli inizi della sua carriera. Si assume dei rischi e propone un vero piano d’azione. Atkinson traccia distinzioni e prende posizione in modo assai più drastico di quello che in genere la sua innata cautela lo induce a fare. Non ha scritto un libro divertente, ma nelle sue pagine troviamo l’ironia mordace che i suoi studenti e colleghi conoscono bene.

L’idea di tornare a una struttura fiscale più progressiva ha un ruolo decisamente importante nel piano d’azione proposto da Atkinson. L’economista non lascia alcun dubbio: lo spettacolare abbassamento delle aliquote fiscali per i redditi più alti ha contribuito fortemente all’aumento della disuguaglianza a partire dagli anni Ottanta, senza produrre benefici corrispondenti per la società nel suo complesso. Perciò non dobbiamo perdere tempo, dobbiamo invece buttare alle ortiche il tabù secondo il quale i tassi d’imposta marginali non devono mai superare il 50 per cento. Atkinson propone una riforma di vasta portata dell’imposta britannica sui redditi, con aliquote massime innalzate al 55 per cento per redditi annui superiori alle 100.000 sterline e al 65 per cento per quelli al di sopra delle 200.000, oltre a un innalzamento del tetto per i contributi alla previdenza nazionale. Tutto questo renderebbe possibile finanziare una significativa espansione della sicurezza sociale e del sistema di ridistribuzione dei redditi in Gran Bretagna, in particolare con un netto aumento dei benefici per le famiglie (che raddoppierebbero, addirittura quadruplicherebbero in una delle varianti proposte) e anche con un aumento dei benefici pensionistici e per la disoccupazione per quanti hanno minori risorse.

Se queste proposte, giustificate statisticamente e finanziate dal gettito fiscale, venissero adottate, si verificherebbe una caduta significativa dei livelli di disuguaglianza e povertà nel Regno Unito. Secondo le simulazioni, quei livelli scenderebbero dai loro attuali valori quasi americani fino al punto di avvicinarsi alle medie dei Paesi europei e dell’Ocse. Questo è l’obiettivo centrale del primo gruppo di proposte di Atkinson: non si può pretendere tutto dalla ridistribuzione fiscale, ma è comunque da lì che si deve partire.

Il piano d’azione di Atkinson però non si ferma qui. Al centro del suo programma sta una serie di proposte che puntano a trasformare lo stesso funzionamento dei mercati del lavoro e del capitale, introducendo nuovi diritti per quelli che oggi ne hanno di meno. Anziché scendere nel dettaglio delle proposte, voglio concentrarmi in particolare sul problema del più ampio accesso a capitale e proprietà. Atkinson qui presenta due idee particolarmente innovative. Da un lato, richiede la costituzione di un programma nazionale di risparmio che consenta a ogni risparmiatore di ricevere un rendimento garantito sul proprio capitale (al di sotto di una certa soglia di capitale individuale). Data la fortissima disuguaglianza di accesso a equi rendimenti finanziari, in conseguenza soprattutto della scala degli investimenti da cui una persona parte (situazione che con tutta probabilità è stata aggravata dalla deregulation finanziaria degli ultimi decenni), trovo questa proposta particolarmente valida. Nella prospettiva di Atkinson, essa è strettamente collegata al più ampio problema di un nuovo approccio alla proprietà pubblica e al possibile sviluppo di una nuova forma di fondo patrimoniale sovrano. L’autorità pubblica non può rassegnarsi a continuare semplicemente ad accumulare debiti su debiti e a privatizzare incessantemente tutto ciò che possiede.

D’altro lato, accanto a questo programma di risparmio garantito e assicurato, Atkinson propone di istituire una “eredità per tutti”, che assumerebbe la forma di una dotazione di capitale assegnata a ogni giovane cittadino/a al raggiungimento dell’età adulta, cioè al compimento dei diciotto anni. Questa dotazione sarebbe finanziata da imposte sugli immobili e da una struttura fiscale più progressiva. L’unica critica che si può muovere al piano d’azione di Atkinson è la sua eccessiva concentrazione sulla Gran Bretagna. Tutte le sue proposte sociali, fiscali e di bilancio sono concepite per un governo britannico e lo spazio dedicato alle questioni internazionali è relativamente limitato. Per esempio, solleva brevemente l’idea di un’imposta minima sulle grandi multinazionali, ma poi la possibilità di una tale imposta è confinata alla categoria delle “idee da perseguire”, senza alcuna proposta concreta. Considerato il ruolo centrale che ha il Regno Unito nella concorrenza fiscale europea, oltre che nella mappa mondiale dei paradisi fiscali, ci si sarebbe aspettati una trattazione più rilevante di proposte per la definizione di una tassazione comune sui profitti, oppure per lo sviluppo di un registro mondiale (o almeno euro- americano) dei titoli finanziari. Atkinson allude chiaramente a questi aspetti, così come alla creazione di una “Autorità fiscale mondiale” e al possibile aumento degli aiuti internazionali all’1 per cento del Pil, ma vi dedica meno attenzione che alle proposte strettamente attinenti al Regno Unito.

Questo stesso limite, tuttavia, costituisce anche il principale punto di forza del libro. Atkinson ci dice che i governi, anche se hanno timori, non hanno alcuna reale scusa per l’inazione, perché è ancora possibile agire su una base nazionale. Il nucleo centrale del piano d’azione proposto da Atkinson potrebbe essere realizzato nel Regno Unito senza doversi preoccupare di aspettare fumose prospettive di cooperazione internazionale. Se è per quello, potrebbero essere adattate e applicate anche in altri Paesi.

(Traduzione di Virginio B. Sala)

IL LIBRO Anthony Atkinson: Disuguaglianza Che cosa si può fare? (Raffaello Cortina, pagg. 392, euro 26)

 

FONTE REPUBBLICA.IT

fedgennaio21

Mercoledì  27 Gennaio 2016 alle ore 21 presso il Centro per la Pace Annalena Tonelli si terrà nella ricorrenza del  71°  anniversario della fondazione dell’AFE ( Associazione Federalisti Europei) un incontro – dibattito ( come da volantino allegato). L’AFE  tenne la sua Assemblea inaugurale  a Firenze il 27 gennaio del 1945, quindi pochi mesi dopo la liberazione della città avvenuta nell’Agosto del 1944 e nello stesso giorno in cui avveniva ad opera dell’Armata Rossa la liberazione del Campo di sterminio di Auschwitz .La relazione di apertura fu tenuta dal  principale  animatore dell’AFE  il pittore romagnolo Paride Baccarini, che era figlio di genitori lughesi, ferventi mazziniani, trasferitisi a Roma per ragioni di lavoro. La cerimonia ebbe luogo nella sala del Cenacolo dell’Accademia, con una folta partecipazione di pubblico.

In allegato il volantino dell’evento

 

Bologna, martedì 19 gennaio 2016
Fondazione Gramsci Emilia-Romagna
Sala Convegni, via Mentana 2
Ore 17.00

Incontro di discussione intorno al volume

** Il “modello emiliano” nella storia d’Italia

Tra culture politiche e pratiche di governo locale
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a cura di Carlo De Maria

(Bradypus Editore, 2014)

La discussione verrà animata dal Gruppo di ricerca sulla storia del Pci
della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, coordinato da Paolo Capuzzo.
Saranno presenti il curatore e alcuni autori del volume.

Invito alla discussione [jpg
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]

Il “modello emiliano” nella storia d’Italia

Testi di: Emanuele Bernardi, Eloisa Betti,
Vanni Bulgarelli, Sante Cruciani, Carlo De Maria,
Alberto Ferraboschi, Oscar Gaspari,
Sebastiano Giordani, Tito Menzani, Fabio Montella,
Alberto Rinaldi, Antonio Senta, Matteo Troilo

Il volume è uscito nella collana di Clionet “OttocentoDuemila”

– La scheda editoriale è disponibile cliccando qui
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– Il libro è scaricabile gratuitamente in pdf
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– Oppure lo si può acquistare in edizione cartacea (info
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A poche ore dalla chiusura della COP 21 di Parigi ci incontriamo sabato 12 dicembre alle ore 10.00 al Centro Pace per fare il punto della situazione e cercare di capire quali strategie adottare e quali soluzioni proporre nel prossimo futuro per cercare di affrontare i  problemi legati ai cambiamenti climatici.

L’incontro si terrà a Forlì , sabato 12 novembre 2015 con inizio  alle ore 10, presso il Centro per la Pace Annalena Tonelli in Via F. Andrelini 59, sul tema : “Dopo la COP 21 sul clima di Parigi  – Quale futuro per il genere umano ? “

Dopo la COP 21 di Parigi  - sabato 12 dicembre 2015 ore 10 - Centro Pace - Forlì

 

Al centro dei processi di civilizzazione e sviluppo. FantaFoodMemory. Giochi d’estate con gli amici: expo-niamo, bocconi d’alfabeto per alimentare la mente e l’immaginazione. Ogni settimana estiva Fantariciclando propone sani bocconi d’alfabeto. Li puoi stampare, linkare, condividere per comporre i tuoi menù poetici. Hai in mente altri alimenti da sostituire a quelli proposti? Inviali afantariciclando@libero.it segnalando nell’oggetto #FantaFoodMemory. Hai acceso la mente? Prosegui con il Food-Memory, made by hand. Chiudi quindi la serie di attività creative sfidando gli adulti a trovare risposte semplici alle domande che ogni settimana poniamo. Invia la risposta agli amici del Metamuseo girovago,metamuseogirovago@gmail.com, segnalando nell’oggetto #FantaFoodMemory per un piccolo repertorio open di spunti pedagogici ispirato alla Carta di Milano dei bambini.

Leggi l’articolo completo su Fantariciclando

Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista (trad. it. e cura di Anna Curcio, Verona, Ombre corte, 2014, pp. 150; ed. or. 2012) presenta quasi quarant’anni della riflessione teorica e politica di Silvia Federici, studiosa marxista (ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria e la Hofstra University di New York) e militante femminista. L’autrice raccoglie saggi scritti tra il 1974 e il 2010 che hanno in comune l’impegno teorico e politico nei confronti del lavoro riproduttivo, dei movimenti di lotta, degli effetti della globalizzazione e della crisi che sembra non trovare fine.
L’argomento centrale di questa raccolta è il concetto di lavoro riproduttivo come lavoro non riconosciuto socialmente e per questo non pagato. Federici sottolinea invece l’importanza del ruolo riproduttivo come fucina di quella che poi sarà manovalanza per il capitalismo. Essere madre significa contribuire nel futuro ad alimentare la forza lavoratrice. Negli anni Settanta i movimenti femministi rivendicavano a gran voce il diritto ad un riconoscimento delle attività domestiche di riproduzione e cura. Federici parla del lavoro domestico in questi termini: «È importante riconoscere che quando parliamo di lavoro domestico non parliamo di un lavoro come gli altri, ma della più grossa manipolazione, della più sottile e mistificata violenza che il capitale abbia mai perpetrato contro un settore della classe operaia. Certo nel capitalismo ogni lavoratore e ogni lavoratrice è manipolato e sfruttato: il salario crea l’impressione di uno scambio equo…tu lavori e vieni pagato. Mentre il salario piuttosto che pagare il lavoro che fai nasconde tutto il lavoro non pagato che si traduce in profitto. Ma almeno il salario riconosce che sei un lavoratore e puoi contrattare le condizioni del lavoro e l’ammontare del tuo salario e puoi lottare contro le condizioni e la durata di questo lavoro. Tu lavori non perché ti piace o ti viene naturale ma perché è l’unica condizione a cui ti è permesso di vivere. Ma per quanto tu possa essere sfruttato tu non sei quel lavoro: oggi sei un postino, domani un camionista. Nel caso del lavoro domestico, la situazione è qualitativamente diversa. La differenza consiste nel fatto che il lavoro domestico non solo è stato imposto alle donne, ma anche trasformato in un attributo naturale del nostro corpo e della nostra personalità femminile, un’esigenza interiore, un’aspirazione, che si suppone derivi dal profondo della nostra natura» (p. 32).
L’economia capitalista ha dovuto convincere le donne che essere madre e moglie è un’attività naturale, inevitabile e persino gratificante per fare loro accettare di lavorare senza salario. Allo stesso tempo il fatto che il lavoro domestico non sia mai stato retribuito, è stato il mezzo più potente per rafforzare l’opinione comune secondo la quale esso non è un lavoro, impedendo alle donne di trovare la forza per cambiare le cose. Tutti i rapporti di potere tra uomini e donne sono stati costruiti sulla base di questa “differenza” e la maggior parte delle donne non ha avuto altra alternativa che dipendere dagli uomini per la sopravvivenza economica, sottoponendosi alla disciplina che deriva da questa dipendenza. Negli anni Settanta il rifiuto di questa condizione segnava la rivendicazione di un salario per il lavoro domestico: il capitale aveva contenuto i costi della riproduzione della forza lavoro trasformando il lavoro domestico in un’attività “naturale” per le donne e perciò non pagata. Pretendere un salario significava “de-sessualizzare” quel lavoro riconoscendolo come tale e non come una componente essenziale di una presunta identità femminile. Si trattava di un rifiuto del ruolo previsto dalla divisione sessuale del lavoro e, al contempo, della possibilità di ridurre il potere del capitale di estrarre lavoro gratuito alle donne attraverso la mediazione del salario maschile.
Se è vero che nella nostra società la figura della casalinga a tempo pieno è andata via via quasi scomparendo, sia di fronte alla necessità di un doppio stipendio per il mantenimento della famiglia, sia per il desiderio da parte delle donne di rendersi più indipendenti economicamente dagli uomini, è però altrettanto vero che il lavoro di gestione della casa e di cura nei confronti degli anziani e dei bambini rimane ancora in modo quasi esclusivo a carico delle donne, le quali si trovano costrette al doppio lavoro: quello salariato e quello gratuito. Il “punto zero della rivoluzione” parte proprio dalla constatazione del dover portare a termine il lavoro iniziato dai movimenti femministi per giungere ad una parità identitaria e, di conseguenza, anche sociale e lavorativa.
Nel secondo nucleo di saggi, elaborati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, Federici pone l’attenzione sulla crisi riproduttiva che ormai da decenni caratterizza le società capitalistiche. Le famiglie, con il progressivo smantellamento del welfare, si sono viste costrette a sopperire alle mancanze istituzionali cercando di trovare soluzioni solamente grazie alle proprie forze. Le classi dominanti non hanno fatto propria l’idea della riproduzione familiare come riproduzione della forza lavoro. La stagnazione dei salari, la precarietà dei contratti, la crescente disoccupazione, la limitata assistenza sanitaria, hanno fatto sì che venissero a mancare delle certezze nel mondo del lavoro e di conseguenza nelle strutture familiari. Il calo della crescita demografica è stato particolarmente elevato in Europa, dove le donne sono “costrette” a rivedere i modi e i tempi di procreazione: «Finché il lavoro produttivo sarà svalorizzato, finché sarà considerato una questione privata e una responsabilità delle donne, le donne si rapporteranno sempre al capitale e allo stato con meno potere degli uomini e in condizioni di estrema vulnerabilità sociale ed economica» (p. 106).
Nella parte conclusiva del volume, che è poi anche quella più recente, l’autrice fa il punto della situazione per ciò che riguarda la lotta femminile, per quella tanto rivendicata parità che tarda a prendere forma. Le cose sono molto cambiate nella società e nel mondo del lavoro. La “sorellanza” degli anni Settanta si sentiva invincibile, esprimeva il rifiuto dell’essere casalinga, del rinunciare ai propri desideri nel nome di un ruolo di donna che non si era più disposte ad accettare, nel quale non ci si riconosceva più. Quelle donne lottavano per riprendersi il diritto di gestire il proprio corpo e la propria sessualità, mirando a porre fine alla dipendenza dall’universo maschile.
Chiedere un salario per il lavoro domestico – richiesta rimasta senza una risposta concreta – è servito ad istituzionalizzare il ruolo delle donne nelle case, a porre davanti agli occhi della società intera la condizione delle donne e a far comprendere che nell’educazione dei figli e nella cura dei familiari c’è qualcosa che va oltre la famiglia, che è necessaria una responsabilità sociale.
È mancata però, una strategia e sono mancati obiettivi a lungo termini: il desiderio e l’utopia non hanno saputo fare bene i conti con la pratica quotidiana e con le dure resistenze della società patriarcale.
Federici si chiede in che cosa le donne vogliano essere uguali agli uomini: non è sufficiente poter lavorare, occorre avere pari diritti sul lavoro. Ad oggi le donne di tutto il mondo, là dove riescono a trovare impiego, quasi mai raggiungono livelli di carriera pari agli uomini e di conseguenza alle loro retribuzioni. La strada per una effettiva parità è ancora lunga, nel volume l’autrice propone diversi spunti su cui riflettere affinché non ci siano più scelte lavorative sessuate, scelte di vita sessuate, ma scelte fatte da individui – donne e uomini – riconosciuti in modo uguale.

Silvia Erbacci

Le cose non vanno osservate mai solo per quello che sono. Bisogna riuscire a guardarle da punti di vista diversi, un po’ come faceva forse Picasso, dall’alto, dal basso, da sinistra, da sotto, da destra e di sbieco. E non è finita; bisogna pensare che la tal cosa, che tutti vedono per quello che è, non è soltanto come si mostra e potrebbe essere tutt’altro. Più il nostro fare pensoso progredisce in modo creativo verso la sostenibilità, più elimina gli ostacoli tra l’idea e la quotidianità. Così la particolarità del Metamuseo girovago risiede, non solo nella valenza estetica, ma soprattutto nella capacità di suscitare stupore, curiosità, suggestioni, andando a stimolare ogni volta l’inesauribile voglia di fare, provare, mettersi in gioco che è propria dei bambini (o del bambino che alberga in ogni adulto). La fantasia è un altro modo per guardare la realtà e il repertorio di evidenze iconografiche proposto ne “Il Metamuseo e la variante”, per raccontare la prima tappa forlivese del progetto in giro-vago, aiuta a tessere e ritessere gli intrecci e la mappa relazionale aperta prima dell’estate e in continuo divenire. Una sorta di analisi del mutamento contemporaneo basata sulla condivisione delle risorse e del sapere.

Raccontiamo ciò che nella società contemporanea è un bisogno quasi latente. Come le favole con le loro metafore aiutano ad affrontare il mondo, il fare insieme con le mani e i pensieri nel laboratorio come lo abbiamo inteso guida il nostro viaggio attraverso un modo alternativo di vivere la quotidianità con attività didattiche, ludiche-artistiche-espressive e di lettura animata. Saper fare e saper pensare – manipolare, raccogliere, trasformare, costruire, raccontare, vedere-osservare, sognare, immaginare: educazione allo sviluppo come sintesi di conoscenza. Relazioni con l’altro e sviluppo della creatività. Metodologie in ogni caso che implicano apprendimento per scoperta e ricerca, perché così si impara dalla propria esperienza interiorizzando in modo diretto la conoscenza garantendosi dei saperi a lunga conservazione.

In direzione ostinata e contraria: vedere, pensare, educare al bello. Il bambino è una persona da proteggere e soprattutto da ascoltare in un processo di cambiamento verso la sostenibilità di un ambiente urbano a garanzia di salute e sicurezza, relazione e socializzazione. La mirabilia urbis quando è a misura di bambino è una città per tutti, una città smart. Abitare il contemporaneo: forse dobbiamo a Gianni Rodari la rivalutazione della fiaba e del gioco come motori cognitivi, qualità che ritroviamo al centro del progetto Metamuseo. Del resto la traccia per l’ambito di rigenerazione urbana e di analisi culturale sul tema dei rifiuti di questo progetto pare una via maestra per affrontare il mondo se, come molti sostengono, in qualsiasi età della vita non possiamo vivere senza fiabe e senza giochi: certo li chiamiamo e li consideriamo diversamente, ma proprio ciò dice che sono la stessa cosa, perché anche il fanciullo considera il gioco come il suo lavoro e la fiaba come la sua verità (Friedrich W. Nietzche).

 

Flavio Milandri, presidente

Associazione Fantariciclando
email: fantariciclando@libero.it
47121 Forlì (FC), Italy

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