Archivi per la categoria ‘Senza categoria’

In occasione del 70° anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” il Centro per la Pace di Forlì ha organizzato il cineforum “Quali Diritti?

Il 12 marzo alle ore 20.30 presso la sede del Centro Pace, in via Andrelini 59 Forlì, sarà proiettato il film “12 Anni Schiavo“.

Introduce la serata il Professor Thomas Casadei, Università di Modena e Reggio Emilia.

L’ingresso è gratuito.

 

28423187_1683273005094251_5762626481485033068_o

La seconda edizione di 900fest, festival europeo di storia del 900, ha come sottotitolo “Donne nei totalitarismi”: una settimana di incontri, convegni, presentazione di libri, spettacoli e proiezioni di film. Lo scopo è quello di far diventare le città di Forlì e Predappio luogo di incontro e riflessione, anche internazionale, sul fascismo e sui totalitarismi che hanno devastato il 900 europeo.

La partecipazione al festival sarà valida come corso di aggiornamento per gli insegnanti.
Per maggiori informazioni scrivere a info@alfredlewin.org

 

Al centro dei processi di civilizzazione e sviluppo. FantaFoodMemory. Giochi d’estate con gli amici: expo-niamo, bocconi d’alfabeto per alimentare la mente e l’immaginazione. Ogni settimana estiva Fantariciclando propone sani bocconi d’alfabeto. Li puoi stampare, linkare, condividere per comporre i tuoi menù poetici. Hai in mente altri alimenti da sostituire a quelli proposti? Inviali afantariciclando@libero.it segnalando nell’oggetto #FantaFoodMemory. Hai acceso la mente? Prosegui con il Food-Memory, made by hand. Chiudi quindi la serie di attività creative sfidando gli adulti a trovare risposte semplici alle domande che ogni settimana poniamo. Invia la risposta agli amici del Metamuseo girovago,metamuseogirovago@gmail.com, segnalando nell’oggetto #FantaFoodMemory per un piccolo repertorio open di spunti pedagogici ispirato alla Carta di Milano dei bambini.

Leggi l’articolo completo su Fantariciclando

di Francesco Ziosi

Francesco Ziosi ha studiato storia antica a Bologna e poi alla Normale di Pisa. Nel 2012 ha vinto un concorso come funzionario culturale al Ministero degli Esteri

Un recente post sul blog di Stefano Feltri sulla versione online del “Fatto” [“Il conto salato degli studi umanistici”, 13 agosto 2015”] ha suscitato una discussione piuttosto accesa su un tema invero piuttosto trito, e cioè sulla spendibilità lavorativa delle lauree umanistiche e sulla loro sostenibilità economica e sociale. Non è del resto la prima volta che un economista mediaticamente visibile ama intervenire con considerazioni brevi e non particolarmente argomentate sul tema: lo scorso autunno, ad esempio, Michele Boldrin si era lanciato contro “la maledetta cultura del liceo classico! I licei classici vanno c h i u s i!

Sulla questione delle lauree umanistiche, Feltri sostanzialmente scrive alcune banalità autoevidenti, alcune sbruffonerie da bocconiano arrivato e alcune falsità, per altro piuttosto ridicole. Credo tuttavia che molta parte delle risposte che gli sono arrivate siano sostanzialmente controproducenti per la questione del futuro degli studi umanistici, a volte molto generiche e a volte proprio sbagliate nel merito. In più, a mio avviso, tutta la questione minuta (davvero futile, da dibattito estivo) ne sottointende una molto più grande, vale a dire l’importanza del lavoro nella vita di un individuo, per come oggi gira la ruota.

È un tema su cui, da laureato e dottore di ricerca in ambito umanistico che non guadagna il pane né nell’università né nella scuola, rifletto da parecchio tempo, e cioè da quando ho cominciato a pensare seriamente a fare altro. Ho cominciato a pensarlo quando studiavo alla “Kommission für Alte Geschichte” di Monaco, e cioè il paradiso dello storico dell’antichità. Ho cominciato a pensare che molta parte degli studi che facevo si risolvevano in specialismi molto astrusi, e alla fine anche un po’ aridi, e vedere gente pronta a “scannarsi” in una discussione accademica sulle fonti relative ai Messeni mi sembrava un pochino hilarious, to say the least. Pertanto, capii che non avevo abbastanza motivazioni per affrontare i sacrifici altissimi che il continuare nello studio (preferisco, dove possibile, evitare il termine “ricerca”) comporta oggi: l’arrancare nel precariato, l’emigrazione transcontinentale, la difficoltà a conservare una vita vera, o quanto meno propria, in primo luogo dal punto di vista affettivo.

In realtà, il lavoro che faccio adesso mi ha richiesto e mi richiede altri o analoghi sacrifici forse più alti, ma questa è un’altra storia: al tempo cominciai a pensare che non ero troppo tagliato né per andare avanti a contratti di pochi spiccioli in Italia, forse rinnovabili settimanalmente, né per andare in Texas o rimanere in Germania. Infine, forse con onestà, pensavo che in realtà non ero abbastanza bravo per fare davvero lo studioso, nonostante fossi autopticamente certo che negli studi ci fossero persone molto più scadenti di me.

Comunque, com’è come non è, comincio a mandare i miei bravi curriculum in giro – una cinquantina circa – alle robe più svariate: dalle banche alle solite case editrici passando per l’agroalimentare. Mi rispondono in quattro: Mc Kinsey e Unicredit che mi dicono, con diversi gradi di cortesia, che non sono interessati, Zanichelli mi dice “ricevuto, grazie”, Marcos y Marcos che mi dice “ok vieni a fare uno stage a Milano”. Io dico che sono in un semestre a Monaco, mi dicono “senti, è meglio che finisci prima lì e poi ne riparliamo”. Lascio perdere: mi faccio nove mesi in cui di soldini se ne vedono assai pochi, per fortuna c’è la mia morosa (oggi moglie) che lavora e abitiamo, al tempo, in una casa dei miei in cui non paghiamo l’affitto. Sono mesi molto difficili ma importanti, in cui capisco che anche senza lavoro (o meglio, senza stipendio) non sono una persona peggiore: nonostante, senza prenderci in giro, il passaggio da “perfezionando della Normale” a “disoccupato” non sia indolore. In quei nove comincio a pensare che quello che importa per davvero del lavoro è, in ultimo, che dia soldi per vivere. Che, per carità, è importante fare un lavoro che piaccia, ma che questi non sono tempi per cui tramite il lavoro ci si emancipa e riscatta: ché anzi, il più delle volte ci si sottomette a regole sociali che il più delle volte si dice di disprezzare. Che ci sia una fetta di vita considerevolissima e fondamentale che con il lavoro non ha nulla a che fare, e che sì, gli studi servano anche a questa parte di vita e non solo a procacciarsi un mezzo di guadagno: anche perché, vivaddio, viviamo in un mondo che evolve e in cui esisteranno sempre mestieri per il quale non è prevista una laurea ad hoc. E che no, sapere leggere Aristotele in lingua originale non può essere considerato un lusso, anche se di mestiere sposti i mobili all’Ikea. Un lusso, casomai, è pretendere di fare l’ordinario di Letteratura greca.

Qui la strada del ragionamento, già probabilmente un po’ contorto di suo, si biforca.

In primo luogo, credo che sia bene ammettere che gli studi umanistici servano a imparare cose che necessariamente sono meno spendibili nel lavoro dell’età della tecnica. Anche io penso che sia un problema se un paese laurea più scienziati della comunicazione che ingegneri. Inoltre, sì, concordo anche sul fatto che le facoltà di lettere – e soprattutto i dottorati in lettere – siano sostanzialmente troppi, e frutto di una classe accademica che a un certo punto, per ciascuno piazzare i suoi, ha moltiplicato le facoltà e i corsi di laurea ovunque. Intendiamoci: in Piemonte Orientale e nell’Università della Basilicata lavorano ottime persone: ma c’è da chiedersi, in ultima analisi, a chi giovi tutto questo a parte a chi da questo percepisce uno stipendio. Fino a questo punto il ragionamento di Feltri è secondo me banale, ma nella sostanza non scorretto.

La vera componente speciosa e molto, molto superficiale del ragionamento di Feltri è prima, e cioè nell’analisi dei dati. In questo, il nostro segue un trend che è molto in voga negli economisti da editoriale: mettere i numeri e pretendere che ipso facto essi contengano il vero e l’immutabile, ché del resto, con i numeri, è molto facile dare un’impressione di scientificità.

Se Feltri avesse seguito un corso di epigrafia greca, per esempio, avrebbe imparato che, fin dall’antichità, dietro alla redazione di ogni documento – anche il più ufficiale e numerico – esiste un sistema amministrativo che produce percorsi attraverso i quali i documenti vengono redatti: in poche parole, come si arriva alle cifre di Feltri, e non solo prendere le cifre “at face value”, come farebbe uno studente di triennio che probabilmente non passerebbe un esame papirologia documentaria.

Se avesse una qualche contezza di studi storici, inoltre, Feltri avrebbe preso in esame i problemi legati al fatto che certo, c’è un ritardo dell’accademia sulla società, ma forse saprebbe spiegare che molto è dovuto a una bislacca applicazione, in tutta Europa, del famoso “processo di Bologna” per cui si sono date forme molto sclerotizzate all’esistente forzando vecchie strutture in un nuovo schema. Per altro, se avesse avuto un’infarinatura di filosofia, conoscerebbe anche le basi ideali che avevano portato allo stabilirsi dell’impianto scolastico e accademico italiano, basi ideali che prescindevano totalmente da ogni forma di “mercato”.

E se Feltri fosse intellettualmente onesto come dovrebbe essere un buon filologo ammetterebbe che il nostro sistema scolastico e accademico è stato di gran lunga migliore del paese che ha rappresentato: e se c’è un sistema produttivo terziarizzato che non riesce a servirsi delle migliori risorse che la scuola e l’accademia gli forniscono, il vero problema è nel sistema produttivo, non nello studente capace che si è laureato bene in lettere in una buona università.

Comunque, siccome queste sarebbero bollate come le ennesime fumisterie bohèmien, se potessi parlare con Feltri proverei a spiegargli perché gli studi umanistici di buon livello possono essere utili nel lavoro in maniera estremamente concreta, con elementi tratti dalla mia esperienza lavorativa quotidiana.

1. Tendenzialmente, chi ha studi umanistici è una persona al contempo critica e curiosa, dotata di capacità di analisi e sintesi, che davanti a un problema non si limiterà a proporre un mantra che ha appreso su un manualetto ma che considererà le risorse a disposizione nel suo complesso per trovare una soluzione.

2. Chi ha studi umanistici, meglio se filologici, è la persona più rigorosa del mondo e non un simpatico improvvisatore. Una versione di latino ben fatta vale molto più di un milione di test logico-attitudinali.

3. Chi viene da studi umanistici, meglio se storici, per ogni questione amministrativa e gestionale si chiederà, per riflesso pavloviano, quale sia la fonte in base a cui ci si comporta in una data maniera, e trovata la fonte cercherà, se in caso, di correggere una prassi abitudinaria quanto sbagliata.

4. Si sostiene che un buon manager (e che studi ha, poi, il manager?) sia in grado meglio di altri di far fruttare la “cultura”. È una sciocchezza smentita dai fatti, e da milioni di anni. È molto meglio acquisire, con serietà, elementi di contabilità e diritto che improvvisarsi archeologi a casaccio.

5. Il laureato umanistico dovrebbe avere una consapevolezza del mondo tale da essere addestrato meglio di altri a lavorare con persone provenienti da retroterra culturali molto diversi dal suo.

6. Gli studi umanistici fanno sì che se c’è un potente che vuole bucare un affresco di Vasari per cercare un fantomatico Leonardo gli si risponde picche.

7. Difendere e discutere un’idea scientifica in un dibattito serio è un esercizio fondamentale negli studi umanistici, dove non c’è mai prova sperimentale definitiva: ed è un esercizio che aiuta in ogni situazione lavorativa, dalla decisione strategica all’interazione con i colleghi.

8. Il laureato in cose umanistiche, meglio se con esperienze di ricerca (= studio delle fonti in prima persona e costruzione su di esse di un ragionamento critico e argomentato) e di firma di articoli, è abituato più di altri ad assumersi le proprie responsabilità.

9.I laureati umanistici di un certo livello sanno districarsi agevolmente in quattro o cinque lingue contemporanee.

10. Infine, ma credo più importante di tutti, il laureato in cose umanistiche che lavora non avrà mai l’arroganza di dire “io sì che sono arrivato”, ma, si spera, avrà la capacità di capire le cose e le persone con cui lavora, e cercherà, anche nel più umile dei mestieri, di fare tesoro delle esperienze che incontrerà, perché l’arroganza da “neo yuppie” oggi molto in voga gli sembrerà un atteggiamento veramente misero, maligno e rancoroso con cui condurre un’esistenza.

«Non concentriamoci su come pensiamo di essere, ma su come siamo percepiti». E, «non potremo mai più essere i più grandi, ma potremmo essere i migliori». In queste due proposizioni di Tony Blair può essere riassunta l’azione riformatrice del leader laburista rispetto alla visione del suo partito, nel primo caso; e al progetto sociale ed economico di rilancio della Gran Bretagna, nel secondo.

Dopo quasi vent’anni dal 1 maggio del 1997 è opportuno rileggere le vicende che hanno attraversato la più longeva esperienza riformista del contesto europeo: dopo quattro sconfitte consecutive e diciotto anni di dominio conservatore, Blair, alla guida del partito laburista dal 1994, ottiene una storica ed eclatante (in voti e seggi) vittoria, riportando il Labour alla guida di Downing Street. Dove resterà fino al 2010, dopo la successione Gordon Brown-Tony Blair del 2007.

Per analizzare in forma compiuta e scevra da condizionamenti ideologici preconcetti una tale extra ordinaria vicenda politica, elettorale, sociale ed economica, è assai utile leggere il volume di Florence Faucher e Patrick Le Galès, meritoriamente edito in versione italiana da Franco Angeli. L’esperienza del New Labour è un agile e denso testo che aiuta a individuare i fattori discriminanti che hanno reso possibile tale affermazione di leadership, governo e partito.

La giornata che celebrava la Festa dei Lavoratori coincise con il trionfo del partito nato dalla costola del sindacato, e da questo sostenuto, dal conflitto, dalla frattura tra capitale e lavoro, nella patria dell’industrialismo. Erano gli anni del Mito e della retorica sul Centrosinistra “mondiale”, sull’Ulivo mondiale, sulla Terza Via mondiale. Si trattava di una sovrapposizione concettuale terribile, posto che ciascun lemma rimanda(va) a prospettive politiche e programmatiche solo parzialmente e superficialmente simili. Ma, si sa, le suggestioni fanno presa e la vittoria della Gauche plurielle del calvinista Jospin qualche mese dopo la prestazione di Blair, preceduta dalla storica affermazione dei post-comunisti in Italia e del secondo mandato del Presidente Bill Clinton, fecero il resto. La maggioranza dei Paesi europei governati da governi progressisti. Il resto è Storia.

Senza nessuna velleità né volontà di riassumere il contenuto del testo, mi limito a riportare due aspetti cruciali nell’azione dei governi Blair. Due chiavi di lettura complementari e mutuamente dipendenti. La prima, relativa alla riforma del partito: da Labour a New Labour. Non solo una distinzione e differenziazione semantica, ma una sostanziale e cospicua rivisitazione e rifondazione del partito. Su basi ideologiche e organizzative nuove. Rinnovate in termini sostanziali e formali per rispondere a una visione diversa di politica e di politiche.

La leadership del New Labour risiede in parlamento. Succede così per i partiti britannici in genere, prova ne sia la sfiducia dei deputati (quelli che noi chiamiamo «gruppi parlamentari» sono il partito) nei confronti di Margaret Thatcher e dello stesso Blair. Conferma che nei contesti parlamentari è cruciale essere, e rimanere, leader del proprio gruppo, pena la defenestrazione politica. Senza tanti complimenti.

In ogni caso il punto focale, seconda chiave di lettura, è che la modernizzazione sostenuta da Blair e dai suoi collaboratori (Gordon Brown in testa) mira a un disegno strategico in cui il partito diventa strumento per l’attuazione di riforme in un progetto a medio-lungo termine. Gli effetti delle politiche possono oggi essere analizzati in forma avalutativa e compiuta. Forse sarebbe il caso di ripetere l’operazione anche per i governi italiani, lasciandosi cioè alle spalle l’ansia della valutazione partigiana per ri-stabilire i giusti contorni di vicende complesse. Conoscere per decidere, raccogliere dati e informazioni su un lasso di tempo medio-lungo, altrimenti l’analisi scade nella cronaca corrente.

Viceversa, il volume di Faucher e Le Galès riporta con grande accuratezza i dati macro-economici, ma anche i dettagli relativi agli effetti controversi delle singole politiche. Frutto di discussioni, approfondimenti, analisi accurate dello staff governativo che adotta un approccio «razionalista» e votato ai paradigmi del New Public Management: lo Stato non è più erogatore di servizi universali, ma si fa garante della regolazione e competizione tra soggetti, spesso privati, che forniscono prestazioni in vari settori sociali ed economici.

Emerge una Great Britain che (forse) non ti aspetti: il Paese con la maggiore povertà tra minori (con condizioni, mutatis mutandis, che però sono “simili” a quelle raccontate magistralmente dal Dickens di Oliver Twist). Anche perché le politiche familiari sono molto deboli e le ragazze madri (single) sono una ferita non adeguatamente lenita dal welfare britannico. Ferita solo enunciata da Blair.

Il Ken Loach di Piovono pietre o di Riff-Raff. Povertà e violenza. Miseria e periferia, capitalismo selvaggio e assenza di sostegno governativo. Effetto in larga misura dell’azione promossa dalla Lady di ferro che si spese per una politica hands-off nelle vicende sociali: il mercato ri-stabilirà gli equilibri. È il trionfo del darwinismo sociale. The Spirit of ’45, ancora Loach, richiama quale fosse lo “spirito”, la visione politica che diede impulso per la nascita del Welfare State. Cui Blair e il New Labour non risponderanno con un nuovo «statalismo», ma con un’azione regolatrice dello Stato, benché gli investimenti statali furono cospicui specialmente in ambito sanitario e scolare. Tema dunque della disuguaglianza cui il New Labour ha tentato di dare una risposta su basi soggettive e mitigando gli effetti del capitalismo e non già in termini strutturali. La distanza tra i meno abbienti e i più ricchi è in parte diminuita, ma rimangono distanze abissali in un Paese tra i più diseguali al mondo.

La vittoria conservatrice del 2010 (si veda il testo di G. Baldini e J. Hopkin, La Gran Bretagna di Cameron) e la successione all’interno della leadership del New Labour aprono nuovi scenari e pongono il partito di fronte a nuove sfide, interne e internazionali. Per affrontare le quali, in ogni caso, la classe dirigente laburista dovrà «fare i conti» con gli anni dei governi Blair.La postfazione di Fabrizio Barca, al solito lucido e colto, mette in luce alcuni punti dolenti su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione e l’analisi della sinistra italiana. La quale però, secondo Barca, risiederebbe in un soggetto che solo tangenzialmente corrisponde all’attuale (leadership del) Partito democratico. E’ evidente che i temi di discussione sono ampi e densi e confermano l’utilità del volume in oggetto per approfondimenti futuri.

La opportuna e meritoria scelta di una edizione italiana – la cui traduzione risulta a volte claudicante e con troppi refusi – è indubbiamente uno strumento che i distratti e a volte troppo casarecci politici nostrani farebbero bene a sfogliare. Per capire, per comprendere e comparare. Anziché utilizzare come una clava la vicenda dei governi guidati da Blair per criticare in forma preconcetta quanti volessero ispirarsi a quel «modello», o viceversa farne un feticcio da citare di tanto in tanto. Inevitabili le ripercussioni sul dibattito in Italia: sarebbe opportuno discuterne. Le similitudini tra Renzi e Blair: molto simili e molto diversi. Blair ha costruito la sua leadership all’interno del parlamento (deputato dal 1983) e del partito, Renzi all’esterno. Entrambi hanno tentato di svincolarsi dalla tutela del sindacato, anche se nei due paesi e nei due partiti di riferimento la questione è solo apparentemente simile. Le Unions erano (e in parte restano) potenti e influenti e da esse proveniva larga parte della leadership del partito, nonché fino al 90% dei fondi di cui questo disponeva. Nel caso italiano, nonostante la «cinghia di trasmissione» sovente evocata, la connessione Partito-sindacato è stata meno cogente: il sostegno della Cgil a Bersani è stato un colpo di coda di un modello al tramonto.

Blair ha rifondato il partito sia dal punto di vista organizzativo che ideologico (fino al 1994 la cosiddetta clausola n. 4 prevedeva la nazionalizzazione dell’economia), mentre Renzi ha implementato lo schema definito da Walter Veltroni al Lingotto e nello Statuto da questi promosso. In entrambi emerge chiara la volontà di forte personalizzazione della politica da non confondersi però con la presidenzializzazione. Il New Labour party è un partito socialdemocratico, così lo Statuto. Nel caso del PD Renzi è riuscito, in un quarto d’ora, a dirimere una questione che si trascinava da almeno l’ultimo lustro. Entrambi mirano a «rinnovare» il Paese, la sua economia e il partito che guidano. Sì, lo guidano anche mentre sono al governo, e non è un’anomalia. Semmai il contrario. Renzi non ha vinto (so far) tre elezioni consecutive, ma ha intrapreso un’azione riformatrice profonda che ha attivato un inedito conflitto con i sindacati, deliberatamente annoverati tra i «conservatori», al pari dei dissensi interni al partito. Proprio come fece Blair. Infine, sia Blair che Renzi sono stati a volte accusati di avere continuato le politiche portate avanti da Margaret Thatcher: nel caso dell’azione di governo laburista si tratta di una tra le interpretazioni (vedasi in dettaglio quanto riportato da Faucher e Le Galès), mentre nel caso di Renzi l’accusa sembra un po’ troppo ingenerosa e soprattutto prematura anche perché alcuni consiglieri del Presidente del Consiglio conoscono bene la differenza tra riformismo e conservazione, e non basta – anche se grida vendetta e rapido ravvedimento –  «bloccare» lo stipendio a infermieri e insegnanti fino al 2018 per essere considerati thatcheriani.

È dunque possibile redigere un «bilancio» dei governi Blair? Certamente, ma non in poche righe. Si tratta di una vicenda complessa, o meglio di un «esperimento» (così il titolo dell’edizione originale, frettolosamente tradotto come «esperienza»): un vero esperimento posto che le basi su cui si fondano le scelte delle politiche pubbliche rimandano a indicatori «scientifici», a deliberate decisioni razionali, a un approccio da pianificazione sociale, di centralizzazione nelle mani del governo. L’assunto dello staff, altamente qualificato non solo in ambito di comunicazione politica e spin, è che esistano delle good practices che possono essere reiterate, emulate ed esportate. Punti di forza e di debolezza. La riduzione, parziale, della disuguaglianza, gli investimenti nel servizio sanitario nazionale dopo la drastica azione depauperatrice di Miss Thatcher, e ancora gli investimenti nella scuola e la riduzione del debito pubblico. Ma anche alcuni artifici contabili nel bilancio dello Stato ad opera del Cancelliere dello Scacchiere, e il finanziamento opaco delle attività di partito dopo l’affrancamento dalle Unions. Nonché la vera e propria onta della guerra all’Iraq nel 2003 (il dissenso all’interno del New Labour ci fu: oltre 100 deputati si alzarono in piedi manifestando la propria opposizione. Senza scagliare oggetti o regolamenti parlamentari, come avviene nello Stivale. Stili, e culture, diversi).

Attingere a fonti quali quella offerta da Faucher e Le Galès è opportuno e proficuo per il dibattito. Per chi volesse intendere e per chi volesse sperimentare.

 

Articolo originale: http://www.gianlucapassarelli.it/wp/scritto-detto/il-blairismo-riformismo-o-conservazione/

“Non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così hanno essi stessi voluto consapevolmente.”

La Sezione forlivese del Centro Documentazione e Archivio Flamigni è partecipe della Rete degli archivi per non dimenticare, formata da 53 soggetti fra biblioteche, archivi di Stato, Associazioni dei famigliari delle vittime del terrorismo, Istituti e Associazioni culturali.

Nel 2014 si propone di costruire la memoria delle otto vittime del terrorismo della Romagna: Silver Sirotti, ferroviere, perito nella strage del treno Italicus, agosto 1974; Andrea Lombardini, carabiniere nato a Borghi, ucciso da Autonomia operaia a Argelato di Bologna nel dicembre 1974; Giacomo Filippi, commerciante di Forlimpopoli, perito nella strage di Ustica (giugno 1980); Flavia Casadei, di Rimini, studentessa, perita nella strage della stazione di Bologna, Antonio Mosca, poliziotto, assassinato a Cesena dagli stragisti della “Uno bianca” ferito gravemente nell’ottobre 1987 morì il 29 luglio 1989; sen. Roberto Ruffilli, giustiziato a Forlì dalle Brigate rosse nell’aprile 1988; Graziano Mirri assassinato a Cesena dagli stragisti della “Uno bianca” nel giugno 1991; Babon Cheka e Malik Ndiay anch’essi uccisi dai “poliziotti” della Uno bianca nell’agosto 1991, a San Mauro Mare.

Per ricostruire la memoria delle otto vittime sono programmate le seguenti iniziative:

  • promuovere in ambito provinciale il Bando Memorie in un flashlanciato nelle scuole dalla Rete degli archivi per non dimenticare.

  • Incaricare un ricercatore per approfondire il profilo biografico delle otto vittime e degli eventi che ne determinarono la morte.

  • Incaricare una compagnia teatrale di produrre un recital, registrato anche su DVD, da presentare nelle scuole e nelle università.

  • Allestire una mostra di pittura con opere ispirate alle otto vittime.

  • Costruire l’archivio delle vittime forlivesi della violenza politica.

  • Promuovere nei mesi di febbraio – marzo un ciclo di incontri sulle stragi in cui furono coinvolte le otto vittime;

  • Allestire il Blog violenza politica per comunicare le iniziative che la Sezione assumerà nei prossimi mesi.

La Sezione intende sottoporre il programma sopra elencato alle Associazioni e alle persone interessate alla sua realizzazione promuovendo un incontro nella giornata di

MERCOLEDI 29 gennaio alle ore 17,30

presso l’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea in via Albicini, 25.

Qui potete trovare il file delle iniziative organizzate dall’ Ist. Gramsci negli ultimi dieci anni.

0_Dieci_anni_di_attività_2003_2013

Sperando di far cosa gradita, segnalo la presenza del prof. Andrea Segrè nell’ambito della rassegna di iniziativa “L’innovazione responsabile – S-Legàmi“.

Sabato, 18/05/2013, ore 11:00 – Via Giorgio Regnoli 41

A cura della “Rivista Questa Città” e dell’ass. “Regnoli 41”

In allegato il volantino

Per maggiori informazioni sulla rassegna: http://www.innovazioneresponsabile.it/content/s-legami/lezioni-di-ecostile

Powered by WordPress and Temi Wordpress