In occasione del 70° anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” il Centro per la Pace di Forlì ha organizzato il cineforum “Quali Diritti?

Il 12 marzo alle ore 20.30 presso la sede del Centro Pace, in via Andrelini 59 Forlì, sarà proiettato il film “12 Anni Schiavo“.

Introduce la serata il Professor Thomas Casadei, Università di Modena e Reggio Emilia.

L’ingresso è gratuito.

 

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Siamo lieti di trasmettere questo invito al secondo incontro del ciclo ”La realtà dell’immigrazione. Conoscere di più per agire meglio.”

La legislazione, i diritti e i doveri. Dall’accoglienza all’integrazione

che si terrà sabato 13 Gennaio 2018 – ore 15,30 presso il Salone Comunale – Piazza Saffi , 8 – Forlì.

l’evento è organizzato da Forlì Città aperta, Servizio Migrantes Diocesi Forlì-Bertinoro, Associazione Nuova Civiltà delle Macchine, con il Patrocinio del Comune di Forlì.

Si allega la locandina dell’evento.

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La Fondazione Gramsci Emilia-Romagna insieme a CHEAP, desidera realizzare nel prossimo autunno un intervento di public art a Bologna dedicato ad Antonio Gramsci, in occasione dell’80° della morte avvenuta nel 1937.
E’ questa una delle iniziative che la Fondazione ha inserito in un calendario di incontri e convegni, tesi a valorizzare una delle figure del pensiero filosofico e politico più importanti del Novecento, certamente l’intellettuale italiano contemporaneo in questo momento più tradotto e studiato nel mondo, la cui biografia è nota come espressione dell’antifascismo e delle libertà democratiche, ma, soprattutto oggi, anche per le teorie interpretative della modernità nello scenario internazionale del XX secolo.

Suggestionati dall’esperienza dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn che nel 2013 ha realizzato un vero e proprio parco a New York nel Bronx dal titolo Gramsci Monument, nato dall’idea secondo cui l’arte è elemento indispensabile per lo spazio pubblico, si vuole proporre anche alla città di Bologna un intervento di public art che veda come soggetto Antonio Gramsci.

Il volto di Antonio Gramsci è un’icona con altissimi livelli di riconoscibilità, che ha esercitato fascino e interesse lungo ormai tutto il secolo. Con questo progetto vorremmo, con il linguaggio dell’arte, trasmettere alle nuove generazioni e non solo la passione per lo studio, per la conoscenza, per l’elaborazione intellettuale che Gramsci stesso ha lasciato in eredità attraverso i suoi numerosi scritti.
A conferma che non sono lontani dall’epoca attuale, ma che si rivelano essere chiavi di lettura di questo difficile presente.
Il titolo del progetto AGITATEVIproject prende ispirazione dalla celebre frase di Antonio Gramsci in cui esorta attraverso lo studio e la cultura a riappropriarsi della realtà con passione, entusiasmo e determinazione, frase che inaugura il primo numero de L’Ordine Nuovo del 1° maggio 1919 e che sarà il motto della rivista fino al 1920.
La realizzazione del grande wall sarà affidata allo street artist Chekos. Leccese d’origine, attivo nello spazio urbano dal 1995 e fondatore nel 2009 della rete South Italy Street Art, Chekos si caratterizza per uno stile in grado di unire astratto e
figurativo, nel contesto di un’evoluzione della tecnica dello stencil.
Per sostenere il progetto si prevede una raccolta fondi dal titolo AGITATEVITour: un insieme di eventi e incontri di fundraising in collaborazione con Partner attivi nel panorama culturale bolognese per stimolare nella comunità la curiosità e la partecipazione a realizzare un’opera di public art per la città di Bologna.
Durante tutto il mese di settembre sarà possibile fare delle donazioni per il wall attraverso diverse modalità di sostegno. In cambio di una donazione saranno offerti prodotti handmade e di design, libri della biblioteca (doppie copie selezionate), shopper, quaderni e locandine tutti personalizzati ed elaborati a partire dall’immagine di Antonio Gramsci e dalle sue note citazioni.
Stiamo lavorando al progetto in collaborazione con il Comune di Bologna e con la
Città Metropolitana, nel rispetto delle modalità previste per la realizzazione di un progetto a valenza pubblica e di impatto comunicativo importante.
I lavori di realizzazione del progetto sono previsti entro la metà di ottobre.

Tutte le info su:
www.iger.org/agitatevi-project/
www.facebook.com/events/122928088344688/

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di Geminello Preterossi

E’ molto difficile parlare ora di Stefano Rodotà: l’emozione è troppo forte, per la perdita di una persona rara, preziosa, a cui vogliamo troppo bene; uno studioso vero la cui parola era sempre fonte di orientamento civile certo. E poi le cose da dire sono molte, troppe. Diciamo che dovremo confrontarci ancora a lungo con il suo straordinario, vitalissimo lascito culturale e politico. Ed è quello che faremo: ad esempio in quell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a cui è stato così vicino, per una sorta di istintiva familiarità con lo spirito democratico-radicale di Marotta. Nel febbraio scorso aveva partecipato a una giornata di studi sui beni comuni a Palazzo Serra di Cassano, costruita intorno a lui, durante la quale per l’ennesima volta aveva mostrato la sua generosità e curiosità intellettuale. Ne sta per uscire una pubblicazione a più mani, a cui ha lavorato fino all’ultimo.

Stefano concepiva il tema dei diritti come decisivo per il futuro. Ma era alieno da una concezione “proprietaria” dei medesimi, come sovranità dell’individuo atomizzato e indifferente ai legami sociali. All’opposto, sapeva che senza diritti sociali, e senza solidarietà come principio politica di convivenza, non c’è possibilità di realizzazione piena ed eguale dei diritti dei singoli. La sua stella polare era la “pari dignità sociale”, di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione: ovvero una libertà in relazione, possibilità reale per tutti. Diritti sociali e civili in questo senso debbono camminare di pari passo, non c’è motivo perché non sia così. E’ insensato pensare che gli uni possano espandersi a scapito degli altri (e infatti le grandi stagioni dell’affermazione e della costruzione delle garanzie dei diritti hanno visto il successo delle lotte su entrambi i fronti). La stessa Europa, o è un’unione politica della solidarietà, o è destinata a fallire rovinosamente. Oggi la Carta dei diritti di Nizza, cui Rodotà aveva dato un rilevante contributo, è stata riposta in un cassetto: basta guardare alle concrete politiche economiche e sociali portate avanti dall’eurocrazia di Bruxelles e Francoforte. Il costituzionalismo dei bisogni, pensava Stefano, può essere rilanciato solo se cammina sulle gambe di soggettività incarnate e agonistiche. Quindi deve essere innanzitutto la politica – dal basso come istituzionale, tanto informale quanto mediata dai corpi intermedi – a dare corpo ai diritti (e al diritto). Ciò è possibile solo se è animata da una cultura solida, profonda, critica, aliena dai luoghi comuni.

Per Rodotà la democrazia è partecipazione. Sapeva bene che il tema delle classi dirigenti, della loro formazione e della loro credibilità, è decisivo. Ma rigettava le visioni elitiste, che svalutano i movimenti sociali, e sostanzialmente non credono nell’ambizioso progetto del costituzionalismo sociale e democratico: cioè nella lotta per la liberazione umana possibile, attraverso la civilizzazione del potere e l’azione istituzionale di contrasto all’esclusione e alla discriminazione. Per questo non bisogna diffidare del “popolo”: alieno da semplificazioni “populiste” o antipolitiche, Rodotà sapeva bene che il riconoscimento dei cittadini bisogna guadagnarselo tutti i giorni, e che c’è un bisogno di coinvolgimento, di presa di parola, cui è vitale corrispondere nelle società pluraliste. Naturalmente, senza plebiscitarismi di nessun genere. L’alternativa alla scommessa nella partecipazione, alla ripoliticizzazione della società, è una stretta verticale, oligarchica del potere, che serve solo a difendere un bunker escludente: l’opposto di una prospettiva di sinistra.

Alcune immagini vengono in mente, legate anche a quel suo modo di raccontare così coinvolgente: la battaglia della scala mobile accanto a Berlinguer, a difesa del lavoro, avendo intuito che lì partiva in Italia la controrivoluzione che avrebbe minato fino a spazzarle via le conquiste del costituzionalismo sociale, producendo la grave crisi di legittimazione in cui siamo immersi; Stefano, che non era comunista, aveva capito benissimo (come Luciano Gallino) la portata della sfida che il neoliberismo portava alla qualità e alla tenuta delle nostre democrazie. La lotta accanto alla Fiom contro il potere prevaricante della Fiat di Marchionne (in solitudine, perché gli eredi della sinistra di un tempo si voltavano dall’altra parte, non capendo la rilevanza di ciò che era in gioco – la dignità di chi lavora -, o preferendo cinicamente non entrare in rotta di collisione con i nuovi assetti di potere del capitalismo finanziario). Oppure quando organizzò in Campidoglio, su richiesta di Petroselli, un convegno – “eretico” per quei tempi – sui diritti degli omosessuali: segno di quell’apertura alle nuove istanze della società che nei momenti migliori il PCI di Berlinguer seppe coltivare. O la battaglia vinta – e poi tradita da (quasi) tutta la politica ufficiale – nel referendum per l’acqua bene comune. Infine la fermezza affilata con la quale ribadiva i concetti cardine del costituzionalismo contro la pochezza arruffona che ha animato il progetto Renzi-Boschi di controriforma della nostra Carta, anche questo bocciato dal basso il 4 dicembre scorso, in una felice saldatura tra ceti popolari (sui quali morde la nuova questione sociale) e minoranze intellettuali coraggiose: uno spartiacque, una grande energia politica potenziale, che dovremmo trovare il modo di raccogliere.

Rodotà aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Testimoniato in tante occasioni, come ad esempio in quella del Festival del diritto di Piacenza, un evento organizzato insieme alla Laterza, a cui si era dedicato con incredibile slancio. Non sorprendeva, quella facilità di entrare in rapporto con tutti, e soprattutto la curiosità per il nuovo: avendo lui stesso una luce limpida, da eterno ragazzo, negli occhi, che non ho mai visto in nessun altro. Una luce che esprimeva una fiducia lucida e ferma nell’avanzamento umanistico delle forme di convivenza, pur nella consapevolezza degli ostacoli che incontra e del profondo lavoro culturale che implica. Stefano era un uomo fermissimo e dolce, dal tratto naturalmente gentile, elegante. Nel meditare a lungo il suo insegnamento, riscopriremo continuamente, ne sono certo, quante strade inedite e feconde aveva intuito, e con quale ineguagliabile stile. Per questo lo sentiremo sempre accanto.

Riceviamo e con piacere inoltriamo il ciclo di incontri sul Diritto e rovescio dei diritti umani organizzato dal Centro Pace di Forlì:

Dialoghi sul diritto e il rovescio dell’umanità: TRATTA, TORTURA, PACE

Mercoledì 22 febbraio 2017 (ore 20.45)
“Il rovescio dei diritti umani”: la tratta
A partire dal fascicolo monografico della rivista “Parolechiave” dedicato a “Schiavitù” (2, 2016)
Consuelo Bianchelli – Autrice del saggio raccolto nel fascicolo “Il (dis) crimine della tratta. Un’indagine etnografica dei processi penali per riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani”. Introduce e coordina: Thomas Casadei – Università di Modena e Reggio Emilia

Venerdì 17 marzo 2017 (ore 20.45)
“Il rovescio dei diritti umani”: la tortura
A partire dal volume di Marina Lalatta Costerbosa “Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo” (DeriveApprodi, Roma, 2016)
Marina Lalatta Costerbosa – Università degli studi di Bologna Introduce e coordina: Thomas Casadei – Università di Modena e Reggio Emilia

Venerdì 24 marzo 2017 (ore 20.45)
“Rovesciare il mondo”: la questione della pace
A partire dal volume di Franco Bonsignori “Psicoanalisi della pace” (Mimesis, Milano-Udine, 2015)
Franco Bonsignori – Università di Pisa
Introducono e coordinano: Ilario Belloni – Università di Pisa e Chiara Magneschi – Università LUISS “Guido Carli” di Roma

Tutti gli incontri si terranno presso il Centro per la Pace “Annalena Tonelli”, Via Andrelini, 59 Forlì.

Lectio magistralis tenuta il 25 ottobre 2016 da Amartya Sen, economista e filosofo indiano, Premio Nobel per l’economia nel 1998, dal titolo “Antonio Gramsci and the Philosophical Revolutions”

Riceviamo e inoltriamo dal Centro Pace di Forlì:

Martedì 6 dicembre 2016

ore 20 – inaugurazione del Centro Pace “ristrutturato” con la presenza del Sindaco e Presidente della Provincia di
Forlì-Cesena *Davide Drei

ore 21 – iniziativa di celebrazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, organizzata in collaborazione con Amnesty International, con la presentazione del libro del prof. Thomas Casadei “Il rovescio dei Diritti Umani ”

 

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“La violenza delle mafie in Emilia-Romagna…meglio saperlo che far finta di niente.”

Intervengono:
Michele Di Domenico – Presidente Centro Pace
Matteo Zattoni – Dottore di Ricerca Università di Bologna
Gaetano Alessi – Co-Autore dei dossier sulle mafie in Emilia-Romagna

Lunedì 28 novembre 2016 ore 21 presso Sala Randi del Comune di Forlì, via delle Torri n. 13

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referendumReferendum. Alcune riflessioni a margine della discussione di merito, cercando di seguire pensieri lunghi e ragionando a ruota libera con l’intento di non farsi risucchiare da ogni tipo di tifoseria.

1) Lo spirito costituente e le 2 camere paritarie. La rappresentazione della costituzione come compromesso uscito in una fase di inizio della guerra fredda.

La decisione delle 2 camere paritarie viene presentata come emblematica di un compromesso nato fra 2 soggetti che non si fidavano l’uno dell’altro. Considerazione interessante e senz’altro utile per cogliere una particolarità di quel contesto. Ma proprio per contestualizzare non si può non dare il giusto peso al fatto che dopo essere usciti da una guerra che aveva trovato un ricompattamento ed un momento di riscatto, c’era anche la ricerca del come fare i conti con la fase precedente (della dittatura fascista), con la necessità non solo di chiuderla ma di dare inizio ad una nuova fase in cui era vivo il sentimento condiviso di attrezzarsi con regole che potessero essere un argine davvero forte per impedire il ripetersi della fase precedente. Non è un caso che in Germania e in Italia, pur con modelli diversi, si sia presa la strada della Repubblica Parlamentare e del sistema proporzionale e non quella della Repubblica Presidenziale e del maggioritario. Era presente a tutti che bisognava costruire una democrazia in cui evitare che ci fosse un capo troppo ingombrante! Questo aspetto credo sia ancora un valido punto di riferimento.

In una prospettiva federalista, mi pare che il modello scelto dai tedeschi sia più avanzato.

2) il principio della divisione dei poteri tra legislativo ed esecutivo resta ancora importante?
Di fatto c’è un confronto di posizioni diverse che incrociano questo aspetto. Nei tempi della modernità e della globalizzazione  la velocità della decisione diventa più  importante, per qualcuno arriva a diventare  ancor più importante della qualità della decisione (dimenticando spesso che il modo con cui si arriva a decidere ha anche molto a che fare con la probabilità di potere poi mettere in pratica la decisione assunta): ne segue che l’assetto attuale è un impaccio e di fatto, anche se in modo non sempre esplicitamente dichiarato, il modello della Repubblica presidenziale piace di più e la manifestazione concreta è quella di produrre nei fatti un meccanismo che accentri i poteri nel capo del governo.
Mi pare che si possa dire che di fatto siamo già andati in quella direzione: quando la legge di revisione della Costituzione è proposta dal governo (che poi chiede pure la fiducia sulla legge elettorale!) di fatto il parlamento è già stato esautorato dal suo potere legislativo.
Vorrei osservare che  dopo 2 modifiche della Costituzione (2001 e 2005, la seconda non andata a buon fine) mi è difficile condividere la logica per cui si è  è continuato ad insistere sullo stesso metodo: se si cambiano le regole che valgono per tutti non è molto saggio che questo se lo intesti un governo! Alla Costituente i rappresentanti del governo non partecipavano! L’art. 138 prevede che la Costituzione possa essere modificata e definisce le modalità con cui farlo: saggezza vorrebbe che se si tratta di piccoli aspetti puntuali può essere opportuno procedere così ma se si mette mano a 1/3 degli articoli forse è meglio farlo con una costituente o in una forma in cui non sia un governo a poterselo intestare.

3) il tema del federalismo
I padri costituenti ebbero davvero una grande vision, molto lungimirante e con una capacità, unica, di inserire nella carta costituzionali dei principi che incorporavano anche un vero e proprio programma sociale. La rilettura dell’art.3 obbliga a chiedersi quanto ancora debba essere attuata la Costituzione. Ma, anche loro, erano pur figli del loro tempo. Nel mettere mano alla Costituzione, credo sia importante chiedersi quale vision bisognerebbe esprimere oggi, in un contesto profondamente cambiato e con l’Europa incompiuta di cui facciamo parte. Non mi pare che la discussione abbia approfondito sufficientemente tale tematica e la vision del come superare gli “anacronismi dei nazionalismi” e del come costruire un mondo più federalista. A tal riguardo ci sono questioni non banali: c’è da tornare a riflettere, ad esempio, sul come, nel 2012, abbiamo portato in Costituzione il vincolo di bilancio. Mi sembra di percepire che oggi c’è una riflessione abbastanza condivisa sul fatto che, se in una prospettiva di medio-lungo periodo è senz’altro corretto perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio, tale obbiettivo diventa invece un vincolo stupido guardando il breve periodo ed il modo con cui è stato approvato senza tener conto dell’andamento del ciclo economico e della necessità di avere un raggio di sterzata più ampio per poter fare anche degli investimenti. Come rimodularlo? Come stare dentro l’Europa e come tutto ciò ha a che fare con la nostra Carta Costituzionale?
Il ragionare sul come far vivere la sussidiarietà e la solidarietà mi pare un tema chiave andando anche oltre l’orizzonte del paese. Mi chiedo se la discussione e la proposta sono state di livello adeguato: so che  la comparazione con i padri costituenti non si può fare ma è del tutto evidente la diversa qualità della rappresentanza!
Il tema del come si vive in un mondo globalizzato chiama in causa l’idea di andare oltre l’Europa e di avere delle istituzioni mondo e questo si può pensare solo facendo avanzare un pensiero ed una pratica di un federalismo più avanzato. Non è un tema facile perché non ci sono perimetri dei problemi definibili a priori e coincidenti con i perimetri istituzionali attuali. Mi pare un aspetto significativo della complessità del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Per tornare al nostro paese, avverto uno sbandamento esagerato: dal clima federalista del 2001 si percepisce una contro sterzata che denota scarso equilibrio nel guardare al come si devono cambiare i fondamentali. Oltretutto non mi pare che ci sia una evidenza di una superiore capacità di efficienza delle strutture statali: che, peraltro, sono parte dei problemi che abbiamo. Molti aspetti della legislazione concorrente hanno generato problemi non solo per limiti delle Regioni ma, ancor di più, per una mancanza di adeguatezza dell’intervento statale (in molti casi in cui pur poteva intervenire non ha svolto il ruolo che pur poteva svolgere). La logica con cui risolvere il problema della legislazione concorrente riportando le decisioni in capo allo stato quale idea di partecipazione e di concertazione tra autonomie locali e stato  viene ad esprimere?

4) Le regole del gioco e la sostanza del cambiamento. Una illusione crudele?
Questa Costituzione ha oggi circa 70 anni. Con questa costituzione abbiamo vissuto un periodo lungo di crescita (i 30 anni gloriosi del dopo guerra) e poi ci siamo arenati nelle secche della prima Repubblica nell’ambito di una fase di crisi economica e di corruzione. In quella fase è nato il tema della governabilità.
L’ingegneria istituzionale è diventata preminente sulla sostanza del cambiamento che si può cercare di realizzare. E questo mi pare un aspetto di riflessione severa per tutti e, in particolare, per una parte del fronte del NO.
La debolezza delle idee e l’incapacità delle persone non si può superare per legge!
A proposito del fatto che i nostri guai siano imputabili solo alla instabilità governativa (cosa che è pur vera ma non è causa unica e principale dei nostri guai) vorrei ricordare per inciso che, statisticamente parlando, la durata media dei governi dopo il 1992 non è stata più breve di quelli del periodo del primo dopo guerra. E guardando la traiettoria percorsa, sul piano del rinnovamento della politica cosa ci è successo? E’ sconfortante il dover prendere atto che la battaglia delle idee è stata sostituita dalla battaglia personale! La crisi dei partiti viene superata andando verso il partito personale?
Questo è accaduto contestualmente ad una nuova situazione del mondo: una fase chiamata post-ideologica, dove la fine della guerra fredda ci ha portato in una situazione di pensiero unico che ci ha regalato poi la crisi più grave da un secolo a questa parte. Un fase in cui è avvenuto un significativo incremento delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi.
Il tema della governabilità, agitato in questo modo, mi pare una “illusione crudele”: non essendo capaci di generare pensiero e pratiche più civili, più eque, con meno corruzione e più lungimiranti ci si fa abbagliare da una narrazione che assegna alle regole un potere miracoloso che, inevitabilmente, non possono avere.
Non perché le forme non abbiano una loro importanza e che non debbano essere rivedute e corrette nel tempo ma perché bisogna dare ai diversi fattori i pesi specifici appropriati e non ci si può illudere che un posto più civile venga fuori solo perché cambiamo le regole del gioco in senso maggioritario. Temo che chi carica di troppe aspettative queste cose sarà condannato ad una disillusione che potrà avvenire solo dopo aver pagato prezzi durissimi.
Nel frattempo, nel prorompere della globalizzazione si generano dei corto-circuiti fortissimi tra sistemi di valori diversi (il mondo è plurale) e diventa molto più complesso il cercare di praticare quei valori universali che una parte maggioritaria del mondo ha pur dichiarato. E una delle difficoltà del come far vivere una democrazia più avanzata è quella del come si fa a prendere delle decisioni tenendo conto delle minoranze e senza cadere in quella che viene definita la “dittatura della maggioranza”. Il tema dei diritti civili è un ambito emblematico.
E allora, cambiamo pure delle regole (il superamento del bicameralismo paritario e l’istituzione di una camera delle Regioni mi pare sia, tutto sommato, qualcosa che è largamente diffuso sia sul fronte del SI che sul fronte del NO), ma credo che sia molto più importante tornare a re-interrogarci con più forza sul come si fa a rinnovare la capacità del fare politica. Mi pare che per farlo sia necessario cercare di conquistare una rinnovata pensabilità del mondo e del come si fanno convivere le diversità cercando di ridurre le disuguaglianze sociali. Per dirla con Bobbio: cercare di chiedersi come si fa a tenere insieme libertà e uguaglianza. Dovrebbe essere questo un approccio che caratterizza ancora la distinzione tra destra e sinistra.

16/11/2016 Roberto Camporesi

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